Sant'Agostino ci ricorda che la vera pace
non si costruisce con l’oppressione

Una rilettura del “De civitate Dei” come chiave per interpretare il contesto internazionale contemporaneo. La grande intuizione del vescovo di Ippona riguarda la possibilità di tendere a una comunità umana unita e universale
February 7, 2026
Sant'Agostino ci ricorda che la vera pace
non si costruisce con l’oppressione
La Consacrazione di Sant’Agostino di Ambrogio da Fossano, detto il Borgognone, 1490 (Torino Galleria Sabauda)
Quando Agostino compose il De civitate Dei tra il 413 e il 426, l’Impero Romano vacillava sotto i colpi delle invasioni barbariche. Il sacco di Roma del 410 aveva scosso le certezze di un mondo che si credeva eterno. In quel momento di crisi profonda, il vescovo africano elaborò una riflessione che avrebbe segnato il pensiero occidentale sulla politica, la storia e il rapporto tra ordine terreno e destino ultraterreno. Questo testo può dirci qualcosa sulla politica internazionale, sulle relazioni tra Stati nel nostro tempo globale? Il De civitate Dei offre categorie interpretative che illuminano questioni centrali del nostro presente: la tensione tra realismo e idealismo nelle relazioni internazionali, il fondamento della legittimità politica, il ruolo della giustizia nell’ordine mondiale e persino la possibilità stessa di una comunità umana universale. Al cuore dell’opera agostiniana sta la distinzione tra la civitas Dei e la civitas terrena, le due città che attraversano la storia umana non come entità geografiche o istituzionali, ma come orientamenti fondamentali dell’esistenza. La città di Dio è costituita dall’amore di Dio portato fino al disprezzo di sé; la città terrena dall’amore di sé portato fino al disprezzo di Dio. Questa distinzione non è un’opposizione tra Chiesa e Stato, ma una chiave ermeneutica per comprendere ogni realtà politica. Applicata alla politica internazionale, questa prospettiva genera un realismo cristiano profondamente originale. Agostino riconosce la necessità degli Stati e delle loro strutture di potere – anche imperfette, anche fondate sulla forza – come argine al disordine che deriverebbe dall’assenza di autorità. Ma, al contempo, relativizza ogni pretesa di assolutezza da parte delle potenze terrene. Nessun impero, nessuno stato, nessuna alleanza internazionale può identificarsi con la giustizia perfetta o presentarsi come la realizzazione definitiva della comunità umana.
Questa duplice consapevolezza – della necessità dell’ordine politico e della sua imperfezione costitutiva – funge da antidoto sia all’utopismo ingenuo sia al cinismo disincantato. Contro chi sogna la fine della politica di potenza attraverso istituzioni internazionali perfette, Agostino ricorda che il peccato permea ogni costruzione umana. Ma contro chi riduce le relazioni internazionali a puro scontro di interessi, afferma l’esistenza di una giustizia che trascende ogni calcolo egoistico e giudica ogni pretesa di dominio. Uno degli aspetti più sorprendenti del De civitate Dei è la critica che Agostino muove all’Impero Romano. Strappando il velo ideologico della pax romana, mostra come quella pace sia stata costruita attraverso innumerevoli guerre di conquista, come quell’ordine si fondi sulla violenza e sulla sottomissione dei popoli. «Togli la giustizia», scrive provocatoriamente, «e cosa sono i regni se non grandi bande di briganti?» (De civitate Dei, IV.4). È una domanda che risuona nel dibattito contemporaneo sulla legittimità dell’ordine internazionale. Quando un sistema di Stati, o un’egemonia regionale o globale, può dirsi legittimo? Per Agostino, la risposta non sta nella mera efficacia nel mantenere l’ordine o nel promuovere la prosperità economica, ma nel suo orientamento alla giustizia. Applicata alle istituzioni internazionali, questa intuizione invita a interrogarsi sulla loro credibilità morale. Organismi sovranazionali, trattati e regole globali non possono fondarsi esclusivamente sul consenso dei più forti o sull’interesse economico, se vogliono essere percepiti come giusti. Agostino non fornisce criteri tecnici, ma pone una domanda radicale: a chi giova davvero l’ordine che stiamo costruendo? Nessun ordine internazionale può dirsi pienamente legittimo se non rispetta la dignità fondamentale di ogni persona e di ogni comunità, se non riconosce un bene comune che trascende gli interessi particolari delle potenze dominanti.
Un altro contributo fondamentale del De civitate Dei riguarda il concetto di pace. Per Agostino, la pace è un bene autentico, desiderato da tutti, persino dai malvagi. Ogni guerra è combattuta in nome di una qualche forma di pace. Tuttavia, non tutte le paci sono uguali: esistono una pace terrena, fondata sull’ordine e sulla sicurezza, e una pace piena, che solo la civitas Dei può conoscere. Trasposta sul piano internazionale, questa distinzione consente di comprendere l’ambivalenza degli assetti di pace costruiti sulla deterrenza, sull’equilibrio del terrore o sulla mera assenza di guerra aperta. Agostino non invita al pacifismo astratto, ma mette in guardia dal confondere la stabilità con la giustizia. Una pace ingiusta, che nasce dall’oppressione o dall’esclusione, rimane fragile e carica di conflitti latenti. Agostino è ben lontano da ogni pacifismo assoluto. La pace terrena è sempre imperfetta, sempre minacciata, sempre mescolata all’ingiustizia. Da qui deriva la sua teoria della guerra giusta. La guerra può essere moralmente legittima quando risponde all’ingiustizia, quando difende gli innocenti, quando è condotta dall’autorità legittima con retta intenzione. Ma anche la guerra giusta resta un male, sia pure minore rispetto all’ingiustizia che combatte. Questa tensione irrisolta tra necessità e tragedia caratterizza tutta la sua riflessione. Nelle relazioni internazionali non esiste la purezza morale: esistono scelte tragiche tra mali diversi, responsabilità che gravano su chi governa, necessità di intervenire anche quando l’intervento comporta sofferenza. Forse l’intuizione più feconda del De civitate Dei per la politica internazionale contemporanea riguarda la possibilità di una comunità umana universale. Agostino vive in un’epoca di frammentazione dell’impero, di moltiplicazione delle divisioni linguistiche e politiche. Eppure, mantiene viva l’idea di un’umanità unita nella comune origine e nel comune destino di tutte le genti.
La civitas Dei è per definizione universale: attraversa tutti i popoli, tutte le lingue, tutte le culture. Anticipa quella che oggi chiameremmo una comunità cosmopolitica, ma con una differenza cruciale: non si tratta di un progetto politico realizzabile attraverso istituzioni umane, ma di una realtà che già esiste nel tessuto più profondo della storia, anche quando è oscurata dai conflitti e dalle divisioni. Questa tensione tra universalismo e realismo politico offre una via originale nel dibattito contemporaneo. Contro i sovranismi che assolutizzano le identità particolari, Agostino afferma l’esistenza di una comunità umana che precede e trascende ogni confine politico. Ma contro i globalismi tecnocratici, ricorda che questa unità non può essere imposta dall’alto tramite strutture di potere, ma cresce dal basso attraverso il riconoscimento reciproco e l’apertura all’alterità.
Ciò che emerge dal De civitate Dei è quello che potremmo chiamare un “realismo della speranza”: realismo perché riconosce senza illusioni le dinamiche di potere, la permanenza del conflitto, l’imperfezione di ogni ordine politico; speranza perché afferma l’esistenza di una giustizia che giudica la storia e di una pace che, pur non realizzabile pienamente nel tempo, orienta e dà senso all’agire politico. Per chi opera nella politica internazionale, per chi riflette sull’ordine mondiale, per chi cerca vie di pace in un tempo di conflitti rinnovati, Agostino offre una prospettiva di senso: agire per la giustizia e la pace pur sapendo che non saranno mai perfette, costruire ordine pur riconoscendone i limiti, cercare l’unità della famiglia umana pur attraversando le divisioni della storia. In un’epoca in cui nuove forme di assolutismo politico riemergono, il vescovo di Ippona ci ricorda che la politica è lo spazio della responsabilità umana, della scelta tra mali minori, della costruzione paziente di un ordine imperfetto ma necessario, sempre sotto il giudizio di una giustizia che lo trascende e di una pace che lo chiama oltre se stesso.

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