Wagner ecologista nel Ring alla Scala

Allarmata lettura apocalittica del regista scozzese McVicar del “Götterdämmerung”. Tra fiamme e catrame mette in scena il crepuscolo degli dèi e anche dell’umanità
February 7, 2026
Wagner ecologista nel Ring alla Scala
Una scena del “Götterdämmerung” di Richard Wagner al Teatro alla Scala / Brescia e Amisano © Teatro alla Scala
Stop! Quella mano aperta, il palmo bene in vista, le dita distanziate, che all’inizio del Ring – era ottobre 2024, nell’aria le note del Rheingold – ci invitava sulla musica ipnotica di Richard Wagner ad entrare nel cerchio, a lasciarci avvolgere dalle spire voluttuose del Reno e dell’Anello, quella mano ora, alla fine del Ring des Nibelungen – siamo a febbraio 2026 e le ultime note della Götterdämmerung hanno lasciato spazio al silenzio – ci dice Stop! Fermatevi fin che siete in tempo. L’oro è stato restituito al fiume, alle figlie del Reno che esultano. Magra consolazione perché le loro braccia, le loro gambe, i loro volti sono imbrattati di catrame. L’avidità dell’uomo, l’avidità di Alberich che ha rubato l’oro innescando una catena di maledizioni e che ora muore affogato – ha rinunciato all’amore e, impazzito, rinchiuso in una camicia di forza, trova la morte sopraffatto dall’oro che ha rubato –, ha segnato indelebilmente il mondo.
Brucia il pianeta febbricitante per l’innalzamento delle temperature. Affoga il globo sommerso dallo scioglimento dei ghiacciai. Le fiamme avvolgono il Walhalla, brucia la casa che gli dei si sono costruiti (l’hanno pagata a caro prezzo, con l’oro maledetto) e nella quale si sono chiusi, incapaci di compassione nei confronti dell’uomo… Un punto di non ritorno. Quella mano ci dice Stop! Fermatevi fin che siete in tempo. Messaggio ecologista da decifrare nell’intreccio di simboli, ritorni di immagini lungo i quattro capitoli della Tetralogia (c’era già tutto nel Rheingold ed è bello scoprirlo alla fine della Götterdämmerung), nelle pieghe del racconto del Ring di David McVicar. Fischiato, il regista scozzese, già all’inizio dell’avventura del Ring. Forse ingenerosamente. Perché una Tetralogia si giudica solo alla fine del viaggio.
Quello scaligero non è stato facile, certo – doveva essere il Ring di Christian Thielemann che poi si è ritirato dal progetto alla vigilia dell’inizio delle prove lasciando la bacchetta a Simone Young e Alexander Soddy che si sono divisi le recite e si passeranno il testimone nei due cicli in scena a marzo. Un viaggio che ha toccato il suo vertice drammaturgico e narrativo in Siegfried ed è approdato a una Götterdämmerung dalle molte facce, a tratti potente laddove ha scarnificato immagini e simboli, a tratti ingenuo, a volte sghembo (i cavalli antropomorfi sui trampoli, i mostri animati, il contrappunto coreografico….), sicuramente inaspettatamente superficiale (trattandosi del regista scozzese) dove non si sono affondate le mani nella mitologia wagneriana per restituirla nella sua prorompente attualità – puoi legger il Ring come analisi del potere politico, come parabola economica (profezia del capitalismo), come storia/storie (strazianti, profonde, umanissime) d’amore… ognuno ha il “suo” Anello, lo legge/rilegge alla luce della propria sensibilità (che cambia nelle diverse stagioni della vita).
McVicar ne ha fatto una parabola ecologista, messaggio che si è fatto strada timidamente, chiaro nel finale del viaggio con Woglinde, Wellgunde e Flosshilde incatramate, il mondo surriscaldato, le acque che, come in una delle tante inondazioni che ci racconta la cronaca, invade e distrugge. Parabola in stile fantasy – le scene dello stesso McVicar e di Hannah Postlethwaite, i costumi di Emma Kingsbury. Cifra apparsa chiara da subito. Cavalcata e amplificata sempre più con il passare delle giornate. Fatta di continui rimandi, di simboli che tornano, variazioni sul tema che rassicurano e guidano lo spettatore. Le mani giganti che custodiscono gli eroi, le maschere che nel Rheingold sono sul volto degli dei nella Götterdämmerung diventano la pira che brucia il cadavere di Siegfried e sulla quale si getta Brünnhilde dopo aver restituito l’oro al Reno. Che è antropomorfo. Un uomo con una maschera d’oro – nel Rheingold quella maschera aveva imprigionato Freia, nella Walküre (e anche dopo) è la roccia di Brünnhilde, testa pensante che custodisce l’amore.
Segni che tornano. E tornano anche i personaggi. Nell’immagine più potente di tutto il Ring di McVicar. Che è anche la più scarna. Il palcoscenico vuoto. Il cadavere di Sigfried a terra. L’eroe che non conosce la paura è morto. Il mondo è piombato nel buio. Un uomo e una donna lo coprono con un velo. Sono Siegmund e Sieglinde, i suoi genitori. Un viandante, un wanderer si unisce al compianto, a questa pietà umanissima… è Wotan, il nonno. Un cerchio si chiude sull’impossibilità (pessimismo wagneriano che dilaga) di riscatto. Un mondo di morti che assiste al crepuscolo. Degli dei e degli uomini.
Lo racconta magnificamente Alexander Soddy sul podio dell’orchestra scaligera – suono italiano, impasti melodrammatici, luci calde su una saga nordica. Il direttore britannico, pur non rinunciando a oasi meditative e ad abbandoni lirici, conferisce un passo teatrale spedito al racconto, in equilibrio perfetto tra il respiro epico delle scene corali (sempre bene il coro di Alberto Malazzi) e il teatro “da camera” delle scene di conversazione – il vertice, ipnotico e vertiginoso, nell’incontro/scontro tra Brünnhilde e la sorella Waltraute, una magnifica Nina Stemme, capace di calamitare l’attenzione e di mettere il suo marchio inconfondibile sul personaggio. Così come va a segno la Brünnhilde (sempre lei, in tutte le giornate del Ring) di Camilla Nylund, lirica, dolente, appassionata e commovente.
Siegfried, l’eroe, è Klaus Florian Vogt, voce dal timbro lucente, più lirico che eroico, ma forse ideale per restituire la fragilità che si nasconde sotto la corazza dell’eroe che non conosce la paura. Fragilità umanissima. Come quella del Gunther di Russell Braun e della Gutrune di Olga Bezsmertna (che è anche una delle Norne insieme a Christa Mayer e Szilvia Vörös). Günther Groissböck conferisce ad Hagen un tratto da maschio tossico che inquieta. Come inquieta la camicia di forza che imprigiona l’Alberich di Johannes Martin Kränzle. Imprigionate dal catrame Woglinde, Wellgunde e Flosshilde (Lea-Ann Dunbar, Svetlina Stoyanova e Virginie Verrez) che hanno riavuto il loro oro vorrebbero ricondurre tutto a un lieto fine. Ma il Crepuscolo divampa. E quella mano, incombente, ci dice: Stop!

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Temi