Tra società e politica, la lunga storia del Mp

È da poco caduto il 50° della nascita a Milano del Movimento popolare. Nato in seno a Cl, non ne fu il “braccio politico” né fu una sigla collaterale alla Dc. Un volume lo racconta
February 6, 2026
Tra società e politica, la lunga storia del Mp
Quella del Movimento popolare fu una storia di grande rilevanza negli anni Settanta e Ottanta. Una storia nata dal basso, facendo i conti con due opposti poli di attrazione dell’epoca: da un lato c’era il partito unitario dei cattolici e dall’altra divampava la contestazione che guardava da tutt’altra parte svuotando le parrocchie. Prese le mosse mezzo secolo fa con un’assemblea al Teatro nuovo di Milano il 21 dicembre 1975. Ci aiuta a ricostruirla un volume ricco di testimonianze dirette, curato da Rodolfo Casadei, Roberto Formigoni e Gian Franco Lucini: Movimento Popolare Materiali per una storia (Cantagalli, pagine 344, euro 21,00). Non fu una sigla collaterale alla Dc, coltivò viceversa l’ambizione di correggerne la linea arrugginita dall’ininterrotto esercizio del potere. E neppure, come si disse, fu il “braccio politico” di Comunione e Liberazione, pur essendo nato da quell’esperienza.
Nelle università si erano andate sviluppando cooperative librarie e per il diritto allo studio, dentro una presenza che aveva in breve tempo superato nei numeri delle rappresentanze studentesche le liste di sinistra e quelle dei giovani dc. La chiamata a raccolta della Chiesa in difesa dell’istituto familiare insidiato dalla legge sul divorzio aveva registrato la mobilitazione della neonata Cl («pur essendo contrari al referendum, convinti com’eravamo di perderlo», ricorda Rocco Buttiglione) a fronte di defezioni che causarono «stupore» e «dolore» in Paolo VI. Nel 1975, alle amministrative, i primi candidati indipendenti nella Dc, eletti con numeri sorprendenti soprattutto in Lombardia e a Roma. Quindi nel 1976 arrivò la prima “pattuglia” di deputati sostenuti da Cl: furono eletti il riminese Nicola Sanese, il ligure Marco De Petro e i lombardi Alberto Garocchio, Costante Portatadino e Andrea Borruso.
Mp respinse l’accusa di integrismo sin dalle tesi fondative che escludevano la «pretesa di dedurre in modo meccanico dalla fede e dalla parola di Dio il modello di società». La Dc era descritta come «lo strumento partitico storicamente più agibile per un soggetto popolare cristiano», riferimento naturale di una pluralità di soggetti popolari, nello spirito delle “formazioni sociali” concepite dalla Costituzione come i luoghi in cui «si svolge» la dignità dell’uomo, che lo Stato «riconosce» in quanto antecedenti a sé. Non sorprende quindi che Aldo Moro, “padre” di quella definizione, si mostrò particolarmente interessato a un soggetto politico/culturale che, da docente, vide nascere all’università di Roma in piena contestazione.
Anni difficili, per certi versi eroici, in un contesto in cui proclamarsi cristiani fuori dalle sagrestie era di fatto vietato, e anche pericoloso. Un clima che Moro pagherà con la vita. Ma proprio il 1978 che vide la sua drammatica fine per mano brigatista, e a stretto giro la morte di Paolo VI, segnò anche l’elezione di Giovanni Paolo II. Dal quale Mp trasse grande incoraggiamento, sin dal celebre invito ad «aprire, anzi spalancare le porte a Cristo». Sotto la guida carismatica di Roberto Formigoni ci fu un’esplosione sociale e politica. Nel libro i protagonisti raccontano gli apporti dal mondo della cultura (Rocco Buttiglione), della scuola libera (Gian Franco Lucini), della sanità (Marco Botturi), del lavoro e della Cisl (Fiorenzo Colombo), dei Cattolici popolari in università (Antonio Simone).
Una presenza sempre più incisiva, che portò alla nascita del Meeting di Rimini, nel 1980, che ebbe la consacrazione con la storica visita di Giovanni Paolo II nell’agosto 1982. Nello stesso periodo - a seguito di una fase di rinnovamento contrassegnato dalla cosiddetta “stagione degli esterni” - venne eletto alla segreteria della Dc Ciriaco De Mita. Formigoni entrerà in politica trionfalmente nel 1984, eletto al Parlamento europeo con 450mila preferenze. Alle amministrative del 1985 Mp si consoliderà su tutto il territorio nazionale con un migliaio di eletti. Ma è proprio all’apice del successo che il rapporto fra Mp, in quella fase il movimento cattolico più incisivo in politica, e De Mita, il leader politico più potente in quegli anni, entra in crisi. La lezione memorabile di don Luigi Giussani ad Assago, nel febbraio 1987, al congresso regionale della Dc lombarda, sul primato della società sullo Stato (in sintonia con l’articolo 2 della Costituzione) riletta oggi appare come una grande occasione mancata, e l’invito che era venuto dal presidente della Regione Lombardia Bruno Tabacci, nel generoso tentativo di ristabilire un confronto costruttivo, si rivelò una mission impossible, anche per il clima causato dalle polemiche feroci dei due anni precedenti. Dall’auspicato chiarimento alla resa dei conti il passo fu breve. Formigoni spiega che si candidò alla Camera proprio per difendere l’impostazione di Mp, che però, giocoforza, finì per entrare nella contesa interna della Dc. Laddove Giussani, in una delle celebri interviste di Robi Ronza, aveva chiarito che Mp non era un partito né voleva costituirsi come una corrente di partito.
De Mita ad Assago perse un’occasione di dialogo con un mondo che aveva guardato con interesse al momento del suo insediamento a piazza del Gesù: l’anno dopo arriverà a Palazzo Chigi, ma in pochi mesi perderà sia la guida del governo che della Dc. Anche Mp, però, non durerà ancora a lungo, nella nuova dimensione interventista in politica. Formigoni, divenuto politico full time, lascerà la guida a Pieralberto Bertazzi e poi a Giancarlo Cesana, che sarà l’ultimo leader. Dopo la caduta del Muro, la Dc, dilaniata al suo interno, si presentò più vulnerabile ai colpi di Mani Pulite che, con l’“acqua sporca” della corruzione, spazzò via anche il “bambino” di una storia politica che con grandi meriti aveva condotto l’Italia fuori dal buio di un ventennio rovinoso e di una guerra devastante.

© RIPRODUZIONE RISERVATA