Convivere con il potere invece di vigilare. Il "Post" di Bezos

Il magnate, proprietario del giornale, ha appeno licenziato 300 giornalisti su 800. E ha operato scelte editoriali che stridono con la tradizione (mentre il Nyt investe , guadagna, e si propone come modello di racconto del mondo)
February 6, 2026
Convivere con il potere invece di vigilare. Il "Post" di Bezos
La sede centrale del Washington Post /Reuters
Jeff Bezos non ha solo appena licenziato 300 giornalisti su 800: ha semplicemente posto fine al Washington Post per come lo abbiamo sempre conosciuto. È un colpo, quello del numero uno di Amazon ed editore del Post dal 2013, che ridefinisce l’identità di una testata storica e la sua relazione con la realtà. Una mutazione, più che un riassetto. Bezos aveva comprato il Post in piena era obamiana, quando il giornale era in difficoltà economiche ma conservava ancora una missione chiara. Durante il primo mandato Trump, quella missione era diventata un baluardo democratico davanti a un populismo arrembante. Poi, nell’imminenza del ritorno trumpiano, la sterzata: il divieto alla redazione di pubblicare (secondo la prassi dei grandi giornali americani) un endorsement a Kamala Harris, con 200mila abbonamenti evaporati in 24 ore. Una scelta che ha incrinato il patto con i lettori e anticipato il terremoto attuale.
Detto chiaramente: il Post non sta solo perdendo soldi, ma sta scegliendo una lenta distruzione del proprio marchio. Qual è oggi la missione del giornale, sul piano editoriale e su quello commerciale? Molte delle decisioni recenti sembrano orientate non a vigilare sul potere, ma a conviverci. Una postura prudente, che stride con la tradizione del Post e con la sua funzione storica in chiave di difesa della democrazia. Il quotidiano sinonimo di giornalismo indipendente – dai Pentagon Papers al Watergate, fino alle inchieste sul 6 gennaio – appare oggi privo di una direzione riconoscibile. La trasformazione della sezione Opinioni in un avamposto libertario, sempre più compatibile con l’universo Maga, ha accentuato la frattura interna ed esterna.
Che il Post sia un’impresa privata è fuori discussione: il proprietario ha il diritto di orientarne le scelte. Ma anche un giornale portatore di interessi privati non può rinunciare alla propria vocazione di servizio pubblico, se si intende il giornalismo nella sua forma più alta. Lo scenario economico parla di copie cartacee sotto le 100mila unità, di abbonamenti digitali scesi in pochi anni da 3 a 2 milioni. Ma la crisi non basta a spiegare la portata dei tagli. Anche perché, nello stesso scenario, il New York Times ha fatto l’opposto: ha investito, ha ampliato, ha costruito un ecosistema di prodotti – dalla sezione giochi a The Athletic, dalle raccomandazioni di Wirecutter alle newsletter – che generano tempo di lettura, ricavi pubblicitari e sostegno agli abbonamenti digitali, oggi 12 milioni. Una diversificazione che ha permesso di non rinunciare alla qualità e di conservare la funzione critica, anche in epoca trumpiana. Oggi il Nyt ha 3mila giornalisti, oltre il doppio rispetto a un decennio fa. E continua a porsi, anche in epoca trumpiana, come modello di racconto del mondo che vogliamo comprendere.
Il Post, invece, taglia. Le sedi di corrispondenza vengono ridotte, la sezione libri chiusa, la copertura locale del territorio indebolita. Anche il modo in cui la notizia è arrivata ai giornalisti è diventato emblematico. Molti erano sul campo, in Ucraina, in Medio Oriente. Alcuni stavano chiudendo un’inchiesta, altri seguivano un processo: hanno appreso del licenziamento via email tra un checkpoint e una scadenza. Il nuovo mantra è «focalizzarsi sulla politica interna», perché «non possiamo occuparci di tutto». Ma di dettagli, da una dirigenza forse solo apparentemente confusa, non ne sono arrivati molti. I media americani parlano apertamente di impoverimento del dibattito pubblico. Sul sito del Post, invece, solo silenzio. Resta, pesante, un atto che scrive un nuovo capitolo per un giornale che ha spesso fatto la storia. E che è sempre più problematico simbolo di ciò che accade quando la logica puramente capitalista e politica prevale sulla funzione pubblica dell’informazione.

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