C'è un altro problema nel caso Epstein: il ricatto alle democrazie

A emergere è l'immagine di un Occidente stanco, cinico, con élite colte e privilegiate ma svuotate interiormente. Chi guida la società deve essere consapevole del proprio ruolo pubblico, altrimenti vacilla la legittimità democratica
February 6, 2026
C'è un altro problema nel caso Epstein: il ricatto alle democrazie
/ FOTOGRAMMA
Il caso Epstein diventa ogni giorno più pernicioso. Alla di là della storia di un finanziere ambiguo e della rete di relazioni che lo circondava, quello che emerge è uno spaccato inquietante di una intera classe dirigente (maschile). Negli ormai famosi files compaiono nomi di politici di primo piano, uomini d’affari, principi, accademici, figure del jet set internazionale, protagonisti dell’economia e della finanza globale. Persone potenti e influenti, capaci di orientare importanti decisioni politiche e finanziarie, coinvolte in festini, incontri sessuali, favori incrociati e dinamiche opache che sfumano nel ricatto e nella dipendenza reciproca. Senza distinzione di colore politico. Democratici e repubblicani, tutti accomunati dalla frequentazione degli stessi circuiti di potere, in una zona grigia dove gli interessi e le debolezze personali travalicano ogni differenza ideologica. Ne esce un quadro depressivo che ricorda Le invasioni barbariche di Denys Arcand, un film di vent’anni fa che raccontava di un Occidente stanco, cinico, con élite colte e privilegiate ma svuotate interiormente. Un mondo dove il successo economico e culturale conviveva con una profonda disillusione morale e dove l’assenza di ideali si mascherava dietro a un cinismo disperante. Una provocazione intellettuale che assomiglia molto alla fotografia della realtà emersa dalle indagini su Epstein. Si dirà che scandali simili sono sempre esistiti. Ed è vero. La storia è piena di élite corrotte, di corti decadenti, di poteri che si dissolvono nel lusso e nell’abuso. Ma proprio questa considerazione rende la situazione ancora più preoccupante. La storia insegna che la perdita di slancio ideale, di fiducia nel futuro e di nerbo morale sono i segni premonitori della decadenza di una società.
Lo scandalo Epstein, culminato con la sua morte in circostanze mai del tutto chiarite, rende anche più comprensibile l’ascesa di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Nel corso degli anni, molti si sono chiesti come sia stato possibile che un uomo dai modi grevi, dai comportamenti al limite della legalità e dal linguaggio volgare abbia potuto affermarsi nelle solide istituzioni americane. Oggi abbiamo la risposta: perché il contesto si era ormai assuefatto a tutto. A cominciare dalla perdita della distinzione tra lecito e illecito, tra pubblico e privato, tra rispettabile e scandaloso. Sono anni che si parla della crisi della democrazia, della crescita dei populismi e della disaffezione politica. Ma può davvero sorprendere che i ceti popolari si allontanino dalle istituzioni quando percepiscono che chi detiene il potere economico e politico vive in un mondo a parte, “al di là del bene e del male”? Che le parole dette pubblicamente si rivelano solo vuote retoriche che nascondono ben altri comportamenti? Che gli interessi privati oscurano quelli pubblici?
Al di là delle difficoltà economiche o dalla stagnazione dei salari, la sfiducia serpeggia perché molti hanno la sensazione che il patto sociale sia stato violato. E ciò costituisce un problema serio. Perché la democrazia si regge su un presupposto implicito ma fondamentale: chi guida la società deve essere responsabile e consapevole del proprio ruolo pubblico. Quando questo presupposto viene meno, l’intera struttura della legittimità democratica vacilla. Oltre i singoli casi giudiziari, il problema riguarda la qualità complessiva delle classi dirigenti, riflesso del modello dominante degli ultimi decenni. Se il denaro diventa l’unico criterio di valore, se il potere economico si combina con una cultura che banalizza tutto, anche il corpo umano e le relazioni, ogni argine morale tende a crollare. In un contesto di questo tipo, il nichilismo pratico finisce per corrodere ogni cosa: la fiducia reciproca, la credibilità delle istituzioni, la coesione sociale, il senso stesso della comunità. Per superare tutto questo, servono certo riforme politiche e aggiustamenti istituzionali. Ma serve soprattutto un più profondo rinnovamento culturale e morale. Servono uomini e donne nuovi, consapevoli del fatto che il potere è prima di tutto servizio e che la libertà senza responsabilità diventa distruttiva. La democrazia, per sopravvivere, ha bisogno di recuperare il senso dell’obbligazione morale. La vita pubblica richiede disciplina, autocontrollo, senso dell’onore, rispetto della legge. Comportamenti che reggono solo quando ci sono valori e prospettive condivise. La questione non riguarda solo gli Stati Uniti. Senza un recupero di responsabilità personale e collettiva, senza il ritorno a una concezione del potere come missione e non come privilegio, il rischio è che la sfiducia continui a crescere, aprendo la strada a forme di potere autoritarie o demagogiche. La democrazia si salva non solo con le leggi e le istituzioni, ma anche con la qualità morale di chi la guida e di chi la vive ogni giorno. E questo è un rinnovamento che non può più essere rimandato.

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