L'Ice, gli Anni di piombo e i paragoni non fondati
Ci sono differenze profonde, sul terreno e nel quadro politico. E abbiamo sviluppato anticorpi democratici

Le forze di sicurezza italiane sono molto diverse dall’Ice (Forza di Controllo Immigrazione e Dogane degli Stati Uniti), di cui abbiamo imparato tristemente a conoscere violenza, crudeltà e impunità. Tale diversità va sottolineata ad onore delle nostre forze dell’ordine e di un’Italia che in questo campo può fondatamente rivendicare una superiorità sugli Stati Uniti. È una diversità da conservare. Perché allora alimentare una narrazione che potrebbe favorire uno scadimento nella direzione di cui l’Ice è diventata il simbolo negativo, alimentando paragoni non fondati tra l’Italia di oggi e quella degli anni Settanta?
Negli Anni di piombo ci furono oltre 2.000 attentati attribuiti a gruppi terroristici, circa 400–500 morti legati alla violenza politica e migliaia di feriti per le stesse cause. Non ci sono, inoltre, attualmente in Italia gruppi terroristici organizzati del peso delle Brigate rosse o dei Nuclei armati rivoluzionari (neofascisti). Per quanto riguarda l’oggi, non a caso, si ipotizzano eventuali “dinamiche terroristiche” in scontri di piazza segnati da violenze altamente deprecabili ma non paragonabili a quelle degli anni Settanta. Differenze profonde riguardano anche i comportamenti delle forze politiche. Negli Anni di piombo, l’esistenza di una situazione di emergenza non venne dichiarata unilateralmente da una parte politica ma riconosciuta, dopo un lungo e approfondito dibattito che coinvolse la società civile, anche da gran parte dell’opposizione. A partire da tale premessa, venne avviato un dialogo politico basato su confronto costante, dichiarazioni comuni, garanzie reciproche e, infine, decisioni concordate, assunte da governi con basi parlamentarti trasversali, come quelle della solidarietà nazionale tra 1976 e il 1979.
Oggi, invece, nulla di tutto ciò: mentre si denuncia un’emergenza simile a quella degli anni Settanta non si vedono giudizi altrettanto ponderati, ricerche di convergenze altrettanto convinte, decisioni altrettanto condivise. Sia il merito dei provvedimenti che si intendono adottare – ancora in fase di elaborazione – sia il metodo proposto – chiedere all’opposizione di votare decisioni prese dalla sola maggioranza – rivelano un’estemporaneità e una strumentalità poco adatta ad una materia così importante. È come se chi insiste sull’esistenza di una emergenza tanto grave non ne fosse davvero convinto. Per contrastare la violenza eversiva, quando c’è veramente, non basta garantire maggiore libertà di azione alle forze dell’ordine negli anni Settanta molti problemi di ordine pubblico venivano gestiti attraverso il dialogo tra polizia e manifestanti – o introdurre norme pesanti nel codice penale – negli Anni di piombo la democrazia non è mai stata sospesa. È necessaria una condivisione di premesse morali, culturali e politiche che oggi manca: è questa la differenza più profonda con gli Anni di piombo. Allora, la grandissima parte delle forze politiche – e della società italiana – si riconosceva nell’antifascismo, in nome del quale vennero combattuti tanto il neofascismo quanto il terrorismo rosso, i Nar come le Br. Si trattava di un antifascismo che non ha nulla a che fare con l’“antifa” americano, sinonimo di estremismo e violenza. Gli storici lo hanno definito “tricolore”, per distinguerlo da quello “rosso”, alludendo sia alla diversità delle forze politico-ideologiche che in esse si riconoscevano, sia alla sua funzione di coesione in una società italiana che si riconosceva largamente nella Costituzione. A questo antifascismo plurale – che saldava principi liberali come la separazione dei poteri; il coinvolgimento politico delle forze popolari attraverso i partiti di massa; fermezza nell’esclusione ma anche apertura al dialogo verso le forze “antisistema” – hanno dato un contributo decisivo i cattolici, sempre molto attenti a contenere il più possibile sia la violenza eversiva sia quella dello Stato. Non a caso, la Chiesa ha svolto un ruolo decisivo per “uscire dal terrorismo”, grazie a figure come il cardinale Martini e suor Teresilla. Abbandonare il comune riferimento all’antifascismo “tricolore” è uno dei motivi principali per cui alla Seconda Repubblica continuano a mancare fondamenta solide. Torna, in questo senso, il paragone con l’Ice e gli Stati Uniti. L’attuale discussione italiana sulla “sicurezza” si è aperta improvvisamente mentre si stava delineando un dilemma di fondo che è ancora di fronte a noi: seguire ancora o prendere le distanze dall’America di Trump, dove paradossalmente l’insicurezza viene da chi promette sicurezza, con un potere esecutivo che prevale su quello legislativo e giudiziario, il Presidente che dispone di una milizia ai suoi ordini cui garantisce impunità, manifestanti pacifici che vengono uccisi, diritti dei cittadini non più garantiti ecc.? È un dilemma da tener presente mentre si parla di fermo preventivo di polizia, cauzione chiesta ai manifestanti e “scudo penale”.
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