Il grande equivoco di guardare all'Iran con uno sguardo da occidentali

Dalla rivoluzione khomeinista del 1979 alle proteste di oggi continuiamo a leggere quanto accade a Teheran con categorie non adatte, confondendo il desiderio con l’analisi
February 5, 2026
Il grande equivoco di guardare all'Iran con uno sguardo da occidentali
Dopo le proteste contro il regime, soppresse nel sangue, con un numero di morti che può arrivare a 30mila, a Teheran si sono tenute manifestazioni a sostegno di Khamenei, la Guida Suprema, contro le influenze di USA e Israele/ FOTOGRAMMA
Il grande equivoco che accompagnò la rivoluzione iraniana del 1979 non è un capitolo archiviato della storia. Al contrario, continua a condizionare lo sguardo occidentale sull’Iran di oggi. Allora si sbagliò perché si tentò di decifrare un evento radicalmente nuovo usando categorie note; oggi il rischio è lo stesso, ma forse ancora più insidioso: immaginare l’evoluzione dell’Iran contemporaneo attraverso le nostre griglie politiche, sociali e culturali può rivelarsi non solo sbagliato, ma pericoloso. Alla vigilia della rivoluzione khomeinista si diffuse l’idea che l’islam potesse svolgere una funzione “moderatrice”, simile a quella esercitata dall’ispirazione cristiana in alcune democrazie europee del secondo dopoguerra. Oggi quella stessa illusione riemerge sotto nuove forme. Le proteste, il dissenso diffuso, le crepe visibili all’interno del regime vengono spesso lette come tappe quasi naturali di un percorso destinato a sfociare in un esito a noi familiare: uno Stato laico, pluralista, fondato sulle libertà individuali e su istituzioni rappresentative. È una narrazione rassicurante. Ed è, proprio per questo, profondamente illusoria. Come nel 1979 si sottovalutò la natura autenticamente teologico-politica del progetto di Khomeini, oggi si rischia di sopravvalutare l’esistenza di un orizzonte condiviso di transizione. La società iraniana è attraversata da un malcontento reale, diffuso, radicale. Ma questo malcontento non è necessariamente organizzato secondo le nostre categorie di opposizione politica. La protesta, da sola, non è un progetto. E il rifiuto del regime non coincide automaticamente con l’adesione a un modello occidentale di Stato e di democrazia.
Ripetere l’errore significa, ancora una volta, confondere il desiderio con l’analisi. Significa leggere l’Iran come uno specchio delle nostre aspettative, invece che come una realtà storica autonoma, segnata da un intreccio peculiare di religione, potere, identità nazionale e memoria rivoluzionaria. Non si tratta di un errore solo teorico: è un rischio politico concreto, perché produce aspettative irrealistiche, politiche estere mal calibrate e interventi fondati su diagnosi sbagliate. Alla vigilia della caduta dello Scià, l’Iran appariva agli occhi occidentali come un Paese attraversato da una mobilitazione popolare composita e contraddittoria: studenti, liberali, religiosi, bazarì, sinistra marxista. In piena Guerra fredda, tuttavia, lo sguardo occidentale era polarizzato da un’unica ossessione: chi avrebbe riempito il vuoto di potere? Il timore principale non era l’islam politico, ma il partito comunista iraniano, il Tudeh, e più in generale l’espansione dell’influenza sovietica nella regione. In questo contesto, l’ascesa della leadership religiosa di Khomeini fu letta, se non come una soluzione, quantomeno come un argine. Da qui nacque l’idea che l’islam potesse svolgere una funzione simile a quella che l’ispirazione cristiana aveva avuto in alcuni processi di ricostruzione politica europea. Si pensò che la religione potesse agire da collante morale e sociale, accompagnando una transizione post-autoritaria senza generare una nuova forma di totalitarismo. L’esempio, spesso implicito, era quello dell’Italia del secondo dopoguerra, dove il cattolicesimo politico aveva accompagnato la nascita della Repubblica contribuendo alla stabilità democratica.
Ma quel parallelismo era profondamente fuorviante. In Italia il punto di partenza era ancora la eco di quel “liberi e forti” di don Luigi Sturzo: non l’affermazione di uno Stato confessionale, bensì il riconoscimento della laicità dello Stato, il rifiuto dello Stato etico, la separazione tra fede e potere. Il cattolicesimo democratico, soprattutto nel secondo dopoguerra, si sviluppò dentro una cultura pluralista, accettò la distinzione tra sfera religiosa e sfera civile e si mosse entro l’orizzonte delle libertà costituzionali. La rivoluzione khomeinista seguì una traiettoria opposta. L’islam che ne costituiva l’ossatura non si proponeva come fonte di valori per una politica autonoma, ma come fondamento diretto dell’ordine politico. Il principio del velayat-e faqih sancì la subordinazione dello Stato all’autorità religiosa, rovesciando l’idea occidentale di separazione dei poteri. Ciò che in Europa aveva contribuito a limitare il potere, in Iran divenne lo strumento per concentrarlo. L’Occidente non colse questa differenza strutturale. Scambiò il linguaggio della giustizia sociale e dell’anti-imperialismo per un progetto di emancipazione politica compatibile con la democrazia. Non comprese che la rivoluzione iraniana non era semplicemente una rivoluzione “contro” un regime, ma una rivoluzione “per” un nuovo ordine teologico-politico. Oggi, di fronte alle tensioni interne e internazionali che attraversano l’Iran, quel fraintendimento originario pesa ancora. Comprenderne la natura non è solo un esercizio di storia: è una condizione necessaria per evitare di ripetere, ancora una volta, l’errore di osservare realtà diverse attraverso lenti che non sono le loro.

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