La nostalgia del padre (o di Dio) da "Buen camino" a "Sentimental value"
Nel film di Joachim Trier, candidato a nove premi Oscar, il tema della riconciliazione familiare e del ritrovarsi tra padre e figlia si presta anche a una lettura spirituale

L’aperitivo è stato Buen Camino. Leggero, divertente, l’evasione necessaria, ma non spensierata, un bel messaggio: la riconciliazione possibile tra un padre-ragazzino, ricco senza fatica, e una figlia alla ricerca di sé e di senso. Il regalo di Natale (non cinepanettone) della coppia Zalone-Nunziante è un testo dall’alfabeto evangelico, anche per questo indigesto a certa critica, ma ben capito dai paganti. Ci voleva, in anni pesanti di crisi globali e familiari, una visione catartica, lezione sempre utile da riascoltare: la speranza sta nel sapere che, in fin dei conti, è sempre possibile mollare il superfluo, per ritrovarsi e camminare insieme. Aperitivo, appunto. Poi è arrivato il pasto, quello vero. E ok, tracciare una linea da Checco Zalone a Joachim Trier, da Buen Camino a Sentimental Value, dal sud europeo caliente e buzzurro al gelido nord dei norreni e dei lapponi, può sembrare blasfemo, ma ha il suo motivo. Si esce dalla cattedrale di Santiago di Compostela, che fa miracoli veri, e si entra in una casa scandinava, per restarne imprigionati il tempo necessario. Non c’è la fede conclamata in questo film dalla luce norvegese, ma si scorge Dio anche se non è nominato invano, un respiro profondo e, anche qui, alla fine, una riconciliazione padre-figlia. Una chiave di lettura, va bene, e il film di Trier, candidato a nove meritati Oscar, non ha bisogno di spoiler per essere ripercorso cogliendo segni di una spiritualità che ci appartiene e unisce, e che nel buio delle sale riemerge.
Allora, può capitare che a un certo punto, come un genitore che se ne va, anche Dio esca dalla nostra prospettiva, e non è chiaro il perché. Una porta che si chiude, e la vita procede, un bivio dopo l’altro. Possiamo fare a meno di quella presenza, il desiderio non si nutre di consolazione, si va avanti, come tutti, recitando la propria parte. Nessuno è obbligato a credere, tantomeno se la fede non è funzionale al successo nei molti sistemi della vita sociale. Ma può accadere che Dio torni a bussare – chi lo ha chiamato? – e non è facile aprirgli la porta. È qui che le persone entrano in difficoltà. Come può un padre col quale non parliamo da anni sapere tutto di noi? Come fa a conoscere la profondità e la natura delle nostre lacerazioni? Come può un genitore assente avere lo sguardo di chi c’è sempre stato? Come riesce a dire: "Ti vedo"?
Ci vuole fede, insomma. Smettere di interpretare un ruolo e trovare invece quel copione che è stato scritto solo per noi. Serve cadere, crollare, per abbandonare il palcoscenico del mondo, piegarsi sulle ginocchia, pregare anche se non lo si vuole. E poi lasciare andare le cose, lasciare la casa di una vita a un nuovo destino, lasciar morire il rancore, e ricominciare dall’amore e dagli affetti vicini, e da dove tutto si era interrotto. Ancora, come sulla strada per Santiago, una figlia che ritrova un padre, o un Padre che ritorna per salvare chi si era smarrito (e sé stesso). Coincidenze? È giusto chiedersi cosa stia succedendo in certi anfratti della cultura, e da dove scaturisca questo bisogno di ritrovare e ritrovarsi, nelle complesse e inestricabili dinamiche che caratterizzano i legami familiari. Solo nostalgia di figure genitoriali liquefatte, e il tentativo di ricostruirle, oppure qualcosa che trascende e cerca di più? In Sentimental value le finestre mostrano continuamente croci. Segni. Forse indicano che c’è voglia di ritrovare il senso autentico della paternità, forse che si sente il bisogno di pregare.
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