Un bambino al freddo per la fredda applicazione di una regola

La vicenda del piccolo Riccardo, fatto scendere dall’autobus e costretto a camminare nel gelo, ci ricorda che le leggi non si applicano da sole, e che dovremmo considerare l’opportunità di adattarle quando ci si trovi in situazioni troppo difformi dalla fattispecie
February 4, 2026
Un bambino al freddo per la fredda applicazione di una regola
/Foto Imagoeconomica
La vicenda del piccolo Riccardo, fatto scendere dall’autobus che doveva riportarlo a casa e costretto a camminare da solo per svariati chilometri nella neve e nel gelo – tutto a causa della mancanza di un biglietto adeguato e della rigidità del conducente del mezzo –, aiuta a riflettere su un tema cruciale per la nostra convivenza: quello delle regole e della loro applicazione. C’è un tema di fondo, innanzitutto, che riguarda la giustizia delle regole, la loro corrispondenza a criteri morali e al comune sentire. Una questione che spesso viene ritenuta separata da quella della validità e della applicazione delle regole, ma che in realtà non è mai completamente eludibile. Nessuna regola giuridica può essere pensata, approvata, concretizzata se non in riferimento a una qualche concezione di giustizia, più o meno diffusa nel corpo sociale. Quando lo scollamento tra giustizia e diritto si realizza, il diritto si colloca sempre più decisamente nel campo del dominio e del sopruso. È una questione presente lontanamente anche sullo sfondo della vicenda di Vodo di Cadore, nel momento in cui ci si chiede se è giusto che anche i residenti siano tenuti a pagare tariffe straordinarie (e forse spropositate) per potersi muovere con i mezzi pubblici nel periodo in cui si svolgono le olimpiadi invernali.
Ma la questione più importante riguarda l’applicazione delle regole una volta che esse siano state stabilite. Le regole, come è ovvio, non si applicano da sole. La domanda, quindi, è da sempre la seguente: chi che deve applicare le regole, deve farlo in modo cieco? Spesso è questo che ci aspettiamo o che addirittura pretendiamo. Fa parte di una cultura giuridica nella quale il diritto deve produrre innanzitutto (se non esclusivamente) certezza e che richiede applicazioni il più possibile stabili e uniformi. Un diritto siffatto – una cultura giuridica siffatta – ha perciò bisogno di applicatori imparziali e inflessibili. Quelli che, di fronte a una situazione particolare che fa fatica a “entrare” nella regola, allargano le braccia e dicono: «Non sono io a decidere, queste sono le regole». È una posizione da mero esecutore, di chi agisce in modo meccanico e sente di non avere alcuna responsabilità per gli effetti che derivano dall’applicazione della norma che essi stanno eseguendo.
È questo il nucleo pratico e applicativo di un modello che possiamo chiamare “sfiduciario” perché basato sulla sfiducia sia nei confronti dei cittadini, sia nei confronti dei controllori, chiamati ad agire freddamente senza poter adattare le regole ai singoli casi, per paura che possano abusarne (è il modello su cui si regge la nostra burocrazia). Ma questo modello, genialmente rappresentato nella celebre scena del “Fiorino” nel film Non ci resta che piangere, implica una interruzione a volte troppo netta tra le norme giuridiche e la vita che queste sono chiamate a regolare. Non a caso richiede esplicitamente la cecità di colui che deve vigilare sull’applicazione della regola, trasformando il tradizionale simbolo della giustizia rappresentato dalla benda da garante di imparzialità a portatrice di inumanità.
Ecco allora la riflessione che l’episodio occorso al piccolo Riccardo ci induce a fare. Innanzitutto, dovremmo avere una concezione delle regole capace di includere l’opportunità di adattarle quando ci si trovi in situazioni troppo difformi dalla fattispecie regolata dalla norma. In secondo luogo, dovremmo avere la capacità di non perdere lo sguardo sulla vita quando siamo chiamati ad applicare regole che producono una palese ingiustizia. La storia ci insegna che le più gravi ingiustizie si sono prodotte proprio grazie a coloro che hanno deciso di collaborare, pur dovendo applicare leggi disumane. Poiché il diritto non è solo una applicazione verticale di sanzioni ma è innanzitutto un sistema orizzontale di relazioni, esso ci chiede di conservare uno sguardo attento nei confronti di coloro verso i quali siamo chiamati ad applicare le regole che ci sono affidate. È la capacità di mantenere fermo questo sguardo a darci la possibilità di dire “no” nei casi in cui un’ingiustizia, una piccola o grande disumanità, si serve di noi per concretizzarsi. Infine, non bisogna dimenticare il contesto: allorché lo “sguardo della giustizia” viene meno, occorre che ci sia una società attenta che non assista inerme e indifferente al prodursi di una ingiustizia. Il diritto può essere portatore di fiducia e di calore (ce lo ricorda Niccolò Nisivoccia nel suo libro Le belle leggi, edito da Laterza) purché ricordiamo che anche esso ci chiede attenzione per l’altro: l’esatto contrario del freddo patìto dal piccolo Riccardo a causa di una troppo fredda applicazione di una regola.

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