Chloé Zhao: «Il mio "Hamnet" e la creatività che salva»
La morte del figlio e un’esperienza di dolore condivisa: la regista racconta la nascita di ’“Amleto” attraverso lo sguardo della moglie di Shakespeare

Agli ultimi Golden Globe è stato premiato come migliore dramma dell’anno e ora, con otto nomination agli Oscar, potrebbe essere il film a godere tra i due litiganti, Una battaglia dopo l’altra e Marty Supreme. Diretto da Chloé Zhao (Leone d’oro a Venezia e Academy Award per Nomadland nel 2021, quando diventa anche la seconda donna nella storia dei premi hollywoodiani a essere premiata come regista), sceneggiato dalla cineasta con Maggie O’Farrell, autrice del romanzo da cui il film è tratto, prodotto da Steven Spielberg e Sam Mendes, interpretato da Jessie Buckley, super favorita agli Oscar dopo aver già vinto il Golden Globe, e da Paul Mescal, Hamnet ci porta nell’Inghilterra del 1580, quando William Shakespeare, che non era ancora il celebre autore di capolavori senza tempo, ma un giovane e povero insegnante di latino, incontra Agnes, una ragazza dallo spirito libero, creatura dei boschi capace di entrare in profonda connessione con la natura, come pure sua madre, considerata una strega. Il loro matrimonio porterà alla nascita di tre figli, ma quando una tragedia li colpisce - la prematura morte di uno dei tre bambini, Hamnet, ucciso dalla peste a soli 11 anni - il legame un tempo indissolubile della coppia viene messo a dura prova. La loro esperienza condivisa però pone le basi per la creazione di un capolavoro immortale, Amleto.
La regista cinese, ma americana di adozione, entrata nell’universo Marvel con Eternals, e che ha recentemente rivelato la sua neurodivergenza e come questa acuisca la sua sensibilità influenzando profondamente il suo approccio al cinema, ha affermato: «I miei primi film parlavano della perdita e di quanto le persone, smarrita la propria identità, siano costrette a intraprendere un viaggio di elaborazione del lutto, scoprendo chi sono realmente. Hamnet invece, che pure parla di lutto, è un film sulla metamorfosi, sulla capacità di metabolizzare esperienze umane dolorose per approdare a un luogo di benessere, dove l’idea della separazione tra vita e morte svanisce. Dopo un difficile percorso emotivo i due protagonisti riescono ad accettare la più dura delle esperienze umane e a sentirsi una cosa sola con la natura, con la gente che affolla il teatro. Gli ultimi due film, Eternals e Hamnet, parlano dunque di una separazione, ma anche del ritrovarsi».
Nel film la regista sceglie il punto di vista della moglie di Shakespeare (Anne Hathaway nella realtà, Agnes nella finzione), e una strada radicale, quasi estrema, per mettere in scena elaborazione del lutto e catarsi, spingendo i suoi attori in un percorso emotivo dove verità e finzione, vita e arte, spirito e materia si confondono. La scena nel finale ambientato al Globe Theatre di Londra, durante la prima rappresentazione di Amleto, è di una potenza emotiva così forte che poi si è sentito il bisogno di realizzare un video, che da settimane impazza in rete, con gli attori, le comparse e la troupe che ballano sulle note gioiose di We Found Love di Rihanna, sullo stesso palco dove poco prima si è consumata la tragedia che ha trasformato il dolore in arte e rinascita.
Per la regista l’arte ha un ruolo fondamentale nella vita di ciascuno di noi. «Il potere della creatività ci salva. Io ho imparato a dare un senso al mio dolore e alla mia sofferenza. Cercavo sempre una risposta all’esterno, ma poi è come se mi fossi risvegliata e mi sono resa conto che il lavoro da fare è quello dentro di noi. Per me il contatto con l’interiorità è l’unico modo di creare».
Uno dei momenti più forti del film, che nel cast vede anche Emily Watson e Jacobi Jupe, è l’urlo straziante di Agnes alla morte del suo amato Hamnet. Una scena che fa pensare anche alle tante madri costrette oggi a piangere i loro figli nelle zone di guerra. «Non ho pensato a questo mentre scrivevo. In genere ho ben chiara la mia visione e non penso a quello che il mondo avrebbe bisogno di vedere. Prima di cercare le mie location in una foresta del Galles, sono stata a Kiev con un regista che stava realizzando un documentario su una foresta ucraina. In entrambe le foreste c’erano dei buchi nel terreno e ho capito che quel vuoto oscuro ci sta aspettando tutti. Nonostante le divisioni all’origine di tanti conflitti, c’è qualcosa che ci connette tutti e ci rende umani. Da quel vuoto arrivano nuove vite, anche se quando lo guardi capisci quanto sia dura essere umani. Spesso non sappiamo fare i conti in modo sano con certe emozioni. Con il suo urlo il corpo di Agnes esprime quello che prova, mentre per migliaia di anni non ci è stato consentito urlare di rabbia e dolore».
La catarsi che la regista tenta di raggiungere nei suoi film è la dolorosa conseguenza del suo lavoro di scavo e ricerca. «Ogni volta che comincio un film non ne conosco il finale e ai miei attori chiedo quindi di tenere acceso il rapporto tra conscio e inconscio. Jessie non sapeva che avrebbe urlato, non le ho chiesto io di farlo. È un grido collettivo quello che è venuto fuori da lei. Se non sperimento personalmente la catarsi durante la lavorazione di un film, allora non c’è catarsi possibile per me. Devo vivere, non sapere, una cosa molto rischiosa se sei chiamata a dirigere un film. Quattro giorni prima della fine di Hamnet non avevo ancora il finale. L’ho trovato quando ho capito che l’amore non muore, si trasforma».
E a proposito della connessione magica che Agnes stabilisce con la natura, commenta: «È difficile per la civiltà capire questo, ma noi abbiamo bisogno sia del caos che dell’ordine, dello spirito e della materia, della logica e del mistero. Questa polarità mi affascina, ma poi è necessario trovare un equilibrio». E trovare un equilibrio tra la visione di Zhao, quella del romanzo da cui il film è tratto, quella dell’industria e la storia vera non è stato facile: «Potrei dirvi che per ottenere quello che voglio comincio a piangere, ma il segreto è nel patto che si stabilisce all’inizio. Siamo veramente liberi solo quando abbiamo un contenitore nel quale muoverci. Senza contenitore non c’è libertà, ma solo caos».
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