Simpson filosofi tra Hegel e Marx

In un saggio l’analisi della serie animata di Matt Groening in cui la società Usa viene rappresentata con i suoi tic e i suoi cliché
January 28, 2026
Simpson filosofi tra Hegel e Marx
Da sinistra: le sorelle Bouvier, Snowball, Helper, Bart, Maggie, Lisa, Marge e Homer Simpson
Può una serie animata e “di culto” come I Simpson diventare luogo di autentica riflessione filosofica, senza scadere nello snobismo intellettuale o nel gioco pop? Per i filosofi statunitensi William Irwin, Mark T. Conard e Aeon J. Skoble, curatori del volume I Simpson e la filosofia (Blackie Edizioni, pagine 410, € 15,90, 2025, nuova edizione italiana), la risposta è sì, a patto di chiarire subito un equivoco di fondo: «Qui non trattiamo “La filosofia dei Simpson” o “I Simpson come filosofia”: trattiamo invece I Simpson e la filosofia». Non si trova certo nella serie un pensiero sistematico, ma pure vi affiorano questioni classiche del pensiero etico e politico: la virtù e il vizio, il lavoro, la famiglia, la vita comune e le sue forme di potere. Si ricordi che Matt Groening, creatore della serie, è laureato in filosofia, anche se non esiste una “filosofia-Groening” propriamente detta.
L’antologia raccoglie diciotto saggi di filosofi accademici che prendono sul serio la cultura popolare senza mitizzarla. «È lecito scrivere saggi filosofici sulla cultura popolare?», si chiedono i curatori, ricordando che Sofocle e Shakespeare furono, ai loro tempi, autori “popolari”. In questo senso va rivendicata la qualità intellettuale della serie, definita «una delle commedie più intelligenti e articolate trasmesse oggi in televisione», anche se I Simpson in nessun modo sono «l’equivalente delle maggiori opere letterarie della storia». Eppure Springfield diventa a suo modo una piccola polis deformata, specchio satirico delle nostre contraddizioni: il conformismo culturale, la sfiducia verso il sapere, la crisi dell’autorità, l’alienazione del lavoro, la difficoltà di pensare una vita buona in un contesto impoverito di senso.
Il volume si articola per personaggi e per temi. Tra i saggi più interessanti spicca l’analisi di Homer Simpson alla luce dell’etica aristotelica. Homer incarna l’intemperanza e la debolezza di volontà, ma non è solo un vizioso: in lui sopravvive una «intossicante brama di vivere», un amore immediato della vita che, pur non configurandosi come virtù, mantiene una sua forza esistenziale. Non un modello, dunque, ma una figura che costringe a interrogarsi su che cosa significhi vivere bene. Accanto a lui, Lisa rappresenta invece l’intelligenza e il rigore morale, consentendo al volume di affrontare il tema dell’anti-intellettualismo e del sospetto verso la competenza.
Altri saggi ampliano il quadro: la famiglia come istituzione fragile ma necessaria, la politica ridotta a spettacolo, il lavoro come alienazione, la religione come pratica svuotata ma non priva di nostalgia del senso. La satira dei Simpson non conduce a una qualche liberazione, ma neppure a un nichilismo assoluto: mette in scena una moralità minima, imperfetta, costretta a misurarsi con il fallimento.
Ma il pregio maggiore del volume sta forse nel metodo complessivo. I Simpson e la filosofia non riduce la filosofia a intrattenimento leggero, né la “traduce” in slogan. Al contrario, come dichiarano apertamente i curatori, «non abbiamo alcun progetto di abbassarne il livello». I Simpson insomma sono un ponte, uno strumento per avvicinare il lettore non specialista ad Aristotele, Kant, Nietzsche o Marx senza tradirne la complessità.
In questo senso, il libro richiama una lezione che va da Gramsci a Hegel: la filosofia non è il monopolio dei filosofi di professione, ma l’elaborazione critica di un pensiero che appartiene potenzialmente a tutti. Se ogni uomo è almeno in senso lato filosofo, allora anche una sitcom animata può diventare una palestra del pensiero. E persino un homeriano “D’oh!”, se preso sul serio, può diventare “un’occasione filosofica”.

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