L'Oscar di Jessie Buckley e la rivoluzione delle madri
Le parole coraggiose dell'attrice alla consegna della statuetta sono una dichiarazione di resistenza alla logica della sterilità e della guerra con cui si vorrebbe dominare il mondo: ecco perché

Ingredienti per un esperimento (o per un film, decidete voi): prendete l’amore. La stanchezza. La fretta. La pazienza. Mescolateli alla sensazione d’essere completi e, un momento dopo, vuoti; invisibili, e quello dopo ancora incompresi, sacrificati, calpestati, spariti, non all’altezza. Aggiungete la rabbia. L’insofferenza. Poi la felicità. Poi la tristezza. Di nuovo: la fretta. La stanchezza. L’amore. E ancora, non sarete nemmeno lontanamente vicini ad avere la percezione di cosa sia «il meraviglioso caos del cuore d’una madre».
Sgomberiamo subito il campo della riflessione, qui condotta a partire dalle belle parole pronunciate dall’attrice (e neomamma) Jessie Buckley sul palco degli Oscar: non ogni donna deve diventare madre, né sta scritto che la maternità esaurisca il destino femminile, né uomini e padri sono da meno rispetto alle madri nel loro ruolo fondamentale all’interno della famiglia e della società. Eppure quel «meraviglioso caos», «quella stirpe di donne – usiamo ancora le parole di Jessie Buckley – che continuano a creare contro ogni previsione», se non avranno la statuetta dorata che la giovane attrice ha dedicato loro, meriterebbero almeno d’essere guardate per qualche istante: con la loro straordinaria, illogica resistenza alle tenebre in cui i signori della distruzione sembrano voler gettare questo nostro povero mondo.
Le madri, signori, dicono di no. E scegliere d’essere madri, oggi, è proprio questo: un atto di rivoluzione morale, un rovesciamento, una professione di fede nella vita nel mezzo di un’epoca che appare consegnata all’automatismo e alla morte. Dimenticate l’intelligenza artificiale: la maternità non si lascia addomesticare. Nessuna istruzione decodificata, nessuna perfezione levigata, nessuna cartolina sentimentale. Addio cornici dal registro rassicurante dell’armonia e dell’ordine. Si accoglie una vita dentro la propria accettando fin dall’inizio che si prenderà molto – forse tutto – della nostra; che la cambierà; che non potremo dominarla mai del tutto; che porterà scompiglio. E lo si accetta per amore.
È il contrario dell’efficienza, la maternità: non c’è metro per misurarla. Non funziona secondo i criteri della rapidità e della produttività, non garantisce risultati visibili in tempi brevi. Crescere un figlio porta con sé imprevedibilità, fragilità, sorpresa. È una forma altissima di esposizione: cambia i confini, altera il tempo, costringe a vivere contemporaneamente nello sfinimento e nella meraviglia, nella vulnerabilità e in una forza che non prima non si sapeva di possedere.
Viviamo immersi nella sterilità: vogliono convincerci che contano solo la prestazione individuale, il controllo, la rapidità, la risposta esatta, la convenienza immediata. Perfino la guerra, che pure ci inorridisce, finisce per imporre il suo vocabolario alle nostre giornate: strategia, deterrenza, bersaglio, danno collaterale. Dentro questa grammatica spietata, la maternità resta una delle ultime esperienze che non possono essere tradotte fino in fondo nella lingua dell’utile. Generare, custodire, far crescere, vegliare, ricominciare ogni giorno: tutto questo appartiene a un ordine diverso, che il nostro tempo considera spesso secondario proprio perché non è spettacolare, non è misurabile, non è immediatamente redditizio. Eppure è lì che la civiltà si salva o si perde per sempre.
Quando Jessie Buckley ringrazia le donne che continuano a creare contro ogni previsione, nomina qualcosa che attraversa i secoli e che oggi torna con particolare urgenza. «Contro ogni previsione» significa contro i pronostici economici, contro le paure personali, contro le biografie precarie, i bollettini di guerra, il nichilismo elegante del nostro tempo. Significa che ci sono ancora donne – e insieme a loro uomini – che scelgono di non arrendersi: ai missili che devastano le città, alla carestia che costringe i popoli a spostarsi per terra e per mare, alla povertà che attanaglia le nostre periferie, alle disparità che continuano a segnare gli equilibri lavorativi e culturali. Donne – insieme agli uomini – che continuano a mettere al mondo figli, opere, relazioni, linguaggi, gesti di cura, futuro. Senza questa “creazione” la storia si inaridisce e si ripiega, consegnandosi interamente alla logica della forza.
Nell’esperienza materna questo caos diventa scandalo e grido: ricorda che la vita va avanti solo se qualcuno accetta di spenderla per un altro, se qualcuno sceglie la dedizione invece dell’autosufficienza, la cura invece della difesa, la generazione invece del cinismo. «Voglio avere altri 20mila bambini con te», ha detto Jessie Buckley alla fine del suo discorso guardando il marito seduto in platea. Che la rivoluzione abbia inizio.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Temi






