Trump chiama alle armi l'Occidente per lo Stretto di Hormuz (ma gli va male)
Il presidente Usa pensa a una «azione di pattugliamento» congiunta per garantire il passaggio nello Stretto. Ma Londra dice no

Una «coalizione per Hormuz». L’appello ai Paesi occidentali – Gran Bretagna e Francia in testa ma anche Cina, Giappone e Corea del Sud secondo varie indiscrezioni – è subito confermata dalla Casa Bianca mentre, di rientro dal fine settimana, sull’Air Force One, lo stesso Donald Trump anticipa di pensare a una «azione di pattugliamento» congiunta per garantire il passaggio nello Stretto. La vera “chiamata alle armi”– per ora ancora in modo informale – avviene durante una conferenza stampa al Kennedy Institute. La «campagna contro l’Iran continua in piena forza» e il regime di Teheran è stato «distrutto» assicura Donald Trump. Il presidente Usa elenca soddisfatto i risultati già conseguiti: più di 7mila gli obiettivi colpiti nella Repubblica islamica dove «sono rimasti pochi missili», ridotta del 90% la capacità di lanci balistici, del 95% gli attacchi con droni, distrutte aziende e infrastrutture come pure 30 navi posamine. Nei raid Usa – fa poi sapere con un messaggio rivolto agli alleati – gli impianti petroliferi sono stati risparmiati, ma «basta una parola» e la rete di oleodotti sull’isola di Kharg «sarà distrutta». Una «precauzione» in vista della ricostruzione, ma l’argomento petrolio serve a puntare l’attenzione sulla questione energetica, vero nervo scoperto.
L’Iran «usa lo Stretto di Hormuz come un’arma economica, ma non sarà in grado di farlo a lungo». È per questo che il leader della Casa Bianca chiede una risposta corale: «Incoraggiamo i Paesi le cui economie dipendono dallo Stretto di Hormuz ad aiutarci. Alcuni Paesi non sono entusiasti di aiutarci. E il livello di entusiasmo per me è importante» aggiunge. Trump osserva pure che «per 40 anni vi abbiamo protetto e non volete essere coinvolti in qualcosa di minore?». Ma poi fa sapere che «diversi leader» hanno offerto il loro aiuto: «Mi piacerebbe dire i loro nomi, ma francamente non so se lo vogliano» per non essere subito bersagliati. E addirittura, «alcuni si stanno già dirigendo lì». Il tycoon si dice sorpreso del no della Gran Bretagna di Starmer, mentre dice di aver parlato domenica con il presidente francese Macron – che ieri ha sentito il presidente iraniano Pezeshkian – e «credo che ci aiuterà. Su una scala da 1 a 10, è un 8». Trump sta lavorando con gli alleati per la guerra in Ucraina e stigmatizza l’attendismo della Nato: «Dovrebbero scattare». Insomma, lavori in corso ad ampio raggio, anche se, fa sapere, sarà il segretario di Stato Marco Rubio ad annunciare la coalizione per Hormuz.
Il nodo energetico, all’inizio della terza settimana di guerra e fallito l’obiettivo di un cambio immediato di regime a Teheran, evidentemente è al primo punto in agenda. Gli amministratori delegati di Exxon Mobil, Chevron e ConocoPhillips, rivela il Wall Street Journal, hanno recapitato all’Amministrazione statunitense un messaggio allarmante: le interruzioni dei flussi energetici in uscita dallo Stretto di Hormuz continueranno a generare volatilità nei mercati energetici globali. Se Trump, in una intervista alla Pbs, aveva assicurato che i prezzi del petrolio «cadranno a sasso» appena la guerra sarà finita, sempre il Wall Street Journal osservava che tutte le opzioni a disposizione di Trump per mettere al sicuro lo Stretto di Hormuz comportano rischi: pattugliare le petroliere richiede un enorme dispiegamento di navi, pattugliare i cieli con droni non è meno impegnativo mentre prendere il controllo delle Stretto richiederebbe l’impiego di migliaia di soldati. Lo Stretto di Hormuz, è la replica del ministro degli Esteri iraniano Araghchi, è chiuso soltanto ai nostri nemici» ma non è chiaro a chi sia effettivamente consentito il transito. Se gli Usa «mandano truppe di terra sarà un altro Vietnam» ha avvertito il vice ministro degli Esteri iraniano Saeed Khatibzadeh e l’Iran è pronto a difendersi.
Mentre proseguono i raid contro i Paesi del Golfo – un morto negli Emirati per un attacco al porto di Fujairah – l’esercito israeliano ha annunciato l’avvio di «operazioni militare terresti» nel Sud del Libano. Missili e droni, intercettati, hanno colpito Israele dove, dall’inizio della guerra, sono morte 12 persone.
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