«Il lavoro è vocazione alla pace». La Chiesa italiana e il Primo Maggio
Nella Festa dei Lavoratori, il messaggio dei vescovi contro «il grande inganno della guerra». Veglie, Messe e incontri: così le diocesi celebrano questa giornata

«Il lavoro non può perdere la sua più vera e forte vocazione alla pace, la sua natura profonda di relazione buona tra gli uomini e con la natura. A volte la neghiamo, non la riconosciamo, e trasformiamo “gli aratri in lance”», ribaltando la profezia di Isaia. «Ma il lavoro continua a chiamarci alla pace: ci ricorda che la guerra è il grande inganno». Non usa mezzi termini, il messaggio dei vescovi italiani per la Festa dei Lavoratori del 1° Maggio 2026. “Il lavoro e l’edificazione della pace” è il titolo dell’intervento, che porta la data del 25 marzo, solennità dell’Annunciazione. E che si offre quale riflessione su come l’«incalzare di conflitti bellici» – assieme al diffondersi e radicarsi di una cultura e di un linguaggio che esaltano la forza, la violenza e la guerra – abbia una «ricaduta sul lavoro e sulle condizioni inedite in cui l’attività umana oggi si trova». Un impatto che rischia di deturpare «l’essenza del lavoro umano», che è «azione generativa collettiva» e «forma di azione civile». E che intanto si manifesta – come denuncia il messaggio – in crescita delle spese militari, sottratte così ad altre finalità, e in conversione della produzione civile alla produzione bellica. Tutto questo in uno scenario che grazie alle nuove tecnologie e all’intelligenza artificiale, rischia di moltiplicare come mai in passato la potenza distruttrice delle armi.
Il messaggio per la Festa dei Lavoratori attinge alla recente Nota pastorale dei vescovi italiani "Educare ad una pace disarmata e disarmante" per ribadire che «è necessario rafforzare la normativa in materia di produzione delle armi, “irrobustendo i vincoli al loro possesso personale e il contrasto all’esportazione di manufatti bellici – anche indirettamente, tramite triangolazioni – verso Paesi impegnati in azioni offensive o a rischio di usi in violazione dei diritti umani”». Invita a vigilare sulla «speculazione da parte di investitori che, sostenendo gli acquisti di titoli azionari dell’industria militare, contribuiscono all’economia di guerra e indirizzano, seppur inconsapevolmente, l’impegno militare da parte dei governi». Va inoltre sostenuta «la coscienza di chi lavora in questi ambiti e si chiede come contribuire a costruire la pace in tempi così difficili». Sullo sfondo la sfida – ancor più esigente e drammatica in tempi di lavoro “fragile” e di crisi economica – della riconversione dal militare al civile. «Sentiamo l’urgenza di orientare ogni attività umana alla pace», insiste il messaggio. Un’urgenza che anima le iniziative promosse per il 1° Maggio dalle diocesi italiane e le parole dei loro pastori. Tra preghiera e incontro, denuncia e profezia.
Il monito di Repole da Torino: «Eravamo la città delle auto, vogliamo diventare la città delle armi?»
Da anni a Torino il Primo Maggio è sottotono per via della crisi dell’auto. Lo confermano i sindacati confederali che, in occasione della Festa dei lavoratori, hanno diffuso i dati sull’occupazione. Nell’area metropolitana torinese in un anno sono svaniti 12mila posti di lavoro. Il comparto industriale ha perso diciassettemila occupati, bilanciato solo in parte dalla crescita del terziario, che produce il 70,5% del valore aggiunto, contro il 20,7% della manifattura. Senza contare il precariato: il 76,7% dei nuovi contratti di lavoro (povero) sono a termine. Primo Maggio 2026 amaro dunque, in uno scenario che ridefinisce le geografie industriali del Piemonte. Un tempo imperava “mamma Fiat”: oggi sono 400 le aziende riconvertite dall’automotive alla produzione di armamenti. È ciò che preoccupa l’arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, il cardinale Roberto Repole. «La Festa del Lavoro, che i cristiani vivono guardando all’esempio mite di san Giuseppe Artigiano, contiene quest’anno motivi di inquietudine – scrive il porporato nel messaggio alle diocesi –: desidero condividervi il mio turbamento al pensiero che le guerre seminano morte nel mondo eppure qui a Torino, a Susa e in Piemonte rappresentano un vantaggio economico per le aziende che producono forniture militari e si offrono come motore di rilancio dell’occupazione. Ci va bene così? Accettiamo qualsiasi tipo di lavoro, purché sia lavoro?». Certo, la disoccupazione morde da decenni e «nessuno può pretendere che i disoccupati rifiutino le occasioni di lavoro, perché sono l’anello più fragile della catena. Però dobbiamo fermarci e riflettere, se sia umano darci tanto da fare per attrarre e sviluppare fabbriche di armi» prosegue Repole. «So che si preferisce parlare di industria della Difesa ma è inutile girarci attorno: il mercato degli ordigni di morte sta fiorendo e sta distribuendo ricchi profitti agli azionisti solo perché le armi vengono usate in altre parti del mondo per uccidere e devastare. Vogliamo affidare alla guerra le speranze del nostro territorio?». E richiamando Leone XIV ribadisce: «Occorre la volontà di smettere di produrre strumenti di distruzione e di morte». E si domanda: il grande business economico che spinge a produrre armi non va «probabilmente oltre il bisogno di difesa da parte di un Paese come l’Italia?». Infine un invito al dialogo: «Fermiamoci, cari amici, e ragioniamo tutti insieme – istituzioni e cittadini, imprenditori, sindacalisti, famiglie: eravamo la città delle auto, vogliamo diventare la città delle armi? La Chiesa locale, con la sua Pastorale del Lavoro, è pronta a offrirsi come luogo di incontro, confronto e approfondimento».
Napoli, la riflessione di Battaglia: «Gli incidenti sul lavoro, sacrifici umani sull'altare del profitto»
Non può esserci pace né giustizia, nelle relazioni sociali e nell’economia, senza la difesa concreta della dignità del lavoro. È da questa convinzione che prende forma la visita dell’arcivescovo di Napoli, il cardinale Domenico Battaglia, ieri mattina ai laboratori Kiton di Arzano, in provincia di Napoli, eccellenza sartoriale del territorio napoletano. Nel cuore della produzione, tra maestranze e competenze tramandate, il porporato ha richiamato il senso più profondo dell’attività lavorativa: «Il lavoro non è una merce, non è un numero in un bilancio: è la prosecuzione della creazione di Dio». Un richiamo forte a una visione dell’economia centrata sulla persona, soprattutto in un tempo segnato da precarietà e fragilità. La visita ha assunto anche il valore di un confronto diretto con le ferite del mondo del lavoro. «Non chiamiamoli incidenti sul lavoro: sono sacrifici umani sull’altare del profitto», ha affermato Battaglia. «La morte sul lavoro è il fallimento di una civiltà. Quando la sicurezza diventa un “costo da tagliare” e non un diritto sacro, abbiamo già perso la nostra anima». E sulla disoccupazione giovanile ha aggiunto: «Un uomo senza lavoro è un uomo ferito nella sua identità». Per l’arcivescovo occorre «restituire anima all’economia. Passando dall’economia dello scarto all’economia della cura. Cura per l’ambiente, cura per la sicurezza, cura per chi resta indietro». Così accanto alla dimensione sociale, l’incontro ha aperto un percorso concreto. Nei laboratori Kiton sta infatti nascendo un progetto condiviso tra l’azienda e la Chiesa di Napoli: mettere in rete case-famiglia e percorsi di formazione per offrire opportunità lavorative a persone fragili e senza dimora. L’idea nasce anche dalla necessità di trasmettere competenze artigianali sempre più rare, come quella delle ricamatrici. «Don Mimmo ci ha confidato di avere un sogno a occhi aperti: aiutare le persone senza dimora», racconta la presidente dell’azienda Maria Giovanna Paone, spiegando come l’iniziativa preveda un percorso di formazione affidato a sarte esperte in pensione e la creazione di laboratori dedicati. Un progetto che punta a trasformare il lavoro manuale in strumento di riscatto sociale. La visita si è così intrecciata con una visione più ampia della Chiesa di Napoli, impegnata nella costruzione di reti tra impresa, territorio e fragilità sociali. «Il lavoro è per l’uomo, non l’uomo per il lavoro», proprio come ha ricordato Battaglia, sintetizzando una prospettiva in cui produzione, dignità e inclusione non possono essere separate.
Delpini e la veglia della diocesi di Milano: «Il lavoro non è una condanna»
«Il lavoro dignitoso come via della pace». È stato questo il titolo della veglia diocesana della Chiesa di Milano che – parafrasando quello del messaggio della Conferenza episcopale italiana per il 1° Maggio – ha riunito tanti fedeli impegnati nel mondo occupazionale e dell’associazionismo presso il teatro di Oreno di Vimercate (Monza e Brianza). Presieduta dall’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, la veglia – aperta da don Nazario Costante, responsabile del Servizio diocesano per la Pastorale sociale e il lavoro – ha visto gli interventi di qualificati esperti, quali don Walter Magnoni, docente di Etica sociale presso l’Università Cattolica, di Francesco Riccardi, vicedirettore di Avvenire, e di Laura Zanfrini, sociologa sempre in Università Cattolica.
«Si può dire che i cristiani sono chiamati a convertire il lavoro che non è una condanna, per cui si deve accettare di costruire armi, di produrre veleni, lavorando in condizioni pericolose; non è una sistemazione per ritagliarsi un angolo per vivere. I cristiani – scandisce il presule – sono originali, non pensano che il lavoro sia solo una sistemazione o una carriera, l’ambizione di soddisfare la propria vanità, la sete di potere, l’aspettativa di primeggiare. Perciò i cristiani non imparano il “mestiere della guerra”, anche se fosse molto redditizio. Sono originali, perché pensano e operano», continua Delpini, «in una logica di solidarietà, come testimonia il Fondo “Diamo Lavoro” che è giunto al traguardo dei dieci anni», avviando a tirocinio 1.932 persone, 829 delle quali sono state assunte. «In un tempo come il nostro, caratterizzato dal crescente incalzare di conflitti bellici, siamo chiamati a interrogarci sulla ricaduta di questo sul lavoro e sulle condizioni inedite in cui l’attività umana oggi si trova», ha detto ancora Delpini richiamando le parole del messaggio dei vescovi italiani.
«Una vocazione, quella della solidarietà, che non è una sorta di evasione spiritualistica, perché la vita è una missione anche se i cristiani non si aspettano che sia facile, non si immaginano che saranno applauditi da tutti o ammirati», ha proseguito il presule, quasi offrendo una risposta immediata alle osservazioni di don Magnoni, di Zanfrini e di Riccardi. «La guerra – ha detto il vicedirettore di Avvenire – non è mai neutra, ha dei costi e produce fragilità. L’Unione Europea ha superato i 300 miliardi annui per la difesa, l’Italia i 35, con un aumento del 45% negli ultimi dieci anni. E, allora, domandiamoci quale modello stiamo costruendo. Non basta invocare la pace, ma occorre costruirla, fare del nostro lavoro un pezzo di pace».
Adria-Rovigo, l'incontro del vescovo Pavanello con le aziende del territorio
È in vista della festa del 1º Maggio che nella diocesi di Adria-Rovigo, dove il vescovo Pierantonio Pavanello sta portando avanti una visita pastorale nel territorio dell’Alto Polesine, che martedì scorso è stato organizzato a Bergantino un momento di riflessione e preghiera con il mondo del lavoro, al quale il presule si è rivolto facendo eco al messaggio della Conferenza episcopale italiana dal titolo “Il lavoro e l’edificazione della pace”.
Incontrando titolari e dipendenti di aziende di un territorio a vocazione principalmente agricola, il vescovo ha sottolineato la necessità di «non lasciarci ingabbiare da stereotipi che non corrispondono alla realtà» e di avere «uno sguardo positivo», «di legittimo orgoglio per un tessuto sociale vivace e competente», che esporta prodotti «molto particolari e di eccellenza» in tutto il mondo. Un esempio per tutti? Quelli messi sul mercato dalle «aziende del distretto della giostra».
I lavoratori incontrati sono impiegati in aziende «di piccole o medie dimensioni che hanno ancora una conduzione di tipo familiare e in cui i rapporti tra titolari e maestranze sono improntate ad uno spirito di collaborazione», ha fatto sapere. Il «migliore augurio» è quindi quello «di poter fare di ogni azienda “una azione collettiva generativa”, una “forma di amore civile”, che contribuisca a costruire la pace e la giustizia», ha detto citando le parole del messaggio della Cei. Senza nascondere le ombre che le guerre portano con sé: «Pensiamo solo alle turbative dei mercati e dei traffici economici che la guerra tra Usa e Iran sta producendo, senza parlare del conflitto tra Russia e Ucraina».
Da qui la condivisione dell’urgenza espressa dalla Cei di «orientare ogni attività umana alla pace». «È il tempo di ribadire che il futuro si può costruire solo se ci poniamo ancora in ascolto della profezia di Isaia: “Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra” (Is 2,4). Sentiamo anche una grande responsabilità educativa verso le nuove generazioni, per eliminare ogni pretesto che possa spingere i giovani a immaginare il futuro come attesa per vendicare il sangue dei propri cari», ha detto, citando il messaggio dei vescovi.
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