Myanmar, la Nobel Aung San Suu Kyi è uscita di cella: ora è ai domiciliari
Il regime birmano ha annunciato anche una riduzione di un sesto della pena. È la seconda volta in due settimane: deve scontare ancora 18 anni. Nei mesi scorsi si era temuto per la sorte dell’81enne leader dell’opposizione

Una comunicazione ufficiale trasmessa giovedì dall’emittente statale Mrtv ha confermato il trasferimento agli arresti domiciliari della Premio Nobel per la Pace e riferimento primo della lotta dei birmani per la democrazia Aung San Suu Kyi. Un provvedimento accompagnato dalla seconda riduzione in due settimane di un sesto della pena detentiva di 33 anni inflitta in una maratona di procedimenti penali dal golpe di cinque anni fa.
Solo il tempo dirà se la restante condanna di 18 anni per l’81enne Aung San Suu Kyi andrà incontro a una ulteriore riduzione o se l’accanimento nei suoi confronti la incrementerà ulteriormente. Molto dipenderà dalle convenienze del governo in carica, erede diretto della giunta militare che ha guidato il Myanmar dal primo gennaio 2021 fino allo scorso 16 marzo, e del generale Min Aung Hlaing, che di quel regime è stato a capo prima di garantirsi la carica di presidente. Tuttavia, il provvedimento di clemenza ha almeno confermato l’esistenza in vita della Nobel, messa in dubbio da vari osservatori e lo scorso settembre anche dal figlio, Kim Aris, al quale da tempo sono impediti contatti diretti con la madre.
I processi, le condanne e l’isolamento hanno sicuramente messo alla prova la salute dell’ottuagenaria icona della lotta nonviolenta e, dal golpe comunque, riferimento ideale della resistenza alla «via birmana alla democrazia» che i militari hanno ideato per accedere a un credito internazionale finora negato. Non solo dalle diplomazie, ma anche dalla crescente brutalità della repressione davanti alla resistenza organizzata di ampi settori della società birmana e delle minoranze etniche che, contrariamente al cinquantennio dal 1962 al 2011, hanno deciso di contendere con le armi il proprio destino a generali abituati a gestire il potere senza compromessi.
Diversi i volti della dittatura che si sono trovati ad affrontare la tenacia di Aung San Suu Kyi, figlia di un protagonista dell’impegno per l’indipendenza dai britannici assassinato nel 1947, sei mesi prima che si concretizzasse questo obiettivo. Una indipendenza pagata a caro prezzo e che i birmani si trovarono pochi anni dopo negata dai militari che affossarono, insieme alla dignità e alla libertà della popolazione, anche il relativo benessere di cui aveva goduto. Il movimento di resistenza riuscì ad emergere nell’estate del 1988, indirizzato dagli studenti che trovarono una guida di prestigio nella figlia del “padre della patria”, allora giovane intellettuale e moglie di un accademico britannico rientrata in patria per una visita alla famiglia di origine. Un prestigio che, nonostante la repressione di quel movimento nel sangue, doveva cementarsi con la scelta di Suu Kyi di mettersi alla testa del movimento nonviolento per la democrazia. Dopo la vittoria della sua Lega nazionale per la democrazia alle elezioni del 1990, i militari chiusero le porte a qualsiasi compromesso e sottoposero lei e buona parte dei suoi sostenitori di spicco a un duro regime carcerario. Ottenuto il Nobel nel 1991, scarcerata nel 1995 e messa ai domiciliari nella casa di famiglia, la sua notorietà e le sue origini probabilmente la salvarono, nonostante un tentativo di assassinio nel 2003 in cui trovarono la morte decine di sostenitori.
L’isolamento quasi totale non fece venire meno il suo ruolo-guida del movimento democratico, spingendo i generali al compromesso raggiunto nel 2010 che consentì l’avvio di un periodo di precario sviluppo democratico fino alle elezioni di novembre 2020 che diedero una schiacciante vittoria al suo partito, e con essa la possibilità di avviare le modifiche alla Costituzione che avrebbero esautorato i militari dal potere e potenzialmente avviato molti di loro a un giudizio per i crimini compiuti. Il golpe di pochi mesi dopo, il giorno stesso dell’apertura del nuovo Parlamento, riconsegnò il Paese alla dittatura e alla violenza. E Aung San Suu Kyi alla prigionia e all’isolamento.
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