Ci sono israeliani e palestinesi che hanno un sogno comune: la pace, subito
Il terzo "People peace summit" che si è svolto all'Expo di Tel Aviv ha mostrato che esiste un fronte trasversale, tra ebrei e arabi, mobilitato per chiedere la fine dell'occupazione dei Territori e la nascita di uno Stato palestinese. A sorpresa è arrivato anche il cardinale Pizzaballa: «C'è ancora speranza, ora si coinvolga la società civile»

È l’ora. Lo avevano detto nell’estate del 2024, ancora doloranti e storditi dall’enormità della tragedia del 7 ottobre. Lo avevano ripetuto un anno fa, con l’orrore di Gaza davanti agli occhi. Sono tornati a ribadirlo ieri, ancora una volta. I rappresentanti di oltre ottanta organizzazioni israelo-palestinesi impegnate nella costruzione della pace e riunite nella coalizione “It’s time” si sono ritrovati all’Expo di Tel Aviv per ribadire che quella attuale – seppure congelata dal triplice cessate il fuoco a Gaza, in Iran e Libano – deve essere l’ultima guerra mediorientale. Il terzo “People peace summit” avviene mentre i due popoli attraversano uno dei segmenti più intricati del labirinto politico diplomatico in cui è intrappolato lo scenario globale. Da Washington a Islamabad, da Pechino a Hormuz, la partita si gioca su tavoli e livelli diversi. La soluzione di un conflitto che le riguarda tanto da vicino rischia di apparire quantomai distante dal raggio di azione delle società civili. Partita quasi tre anni fa da Gaza, la crisi è dilagata, travolgendo le nazioni prossime. Fino a scuotere le fondamenta del sistema mondiale.
Eppure “It’s time” ha deciso di provarci, di nuovo, con un evento internazionale, articolato in dialoghi, performance, conferenze. «Qual è l’alternativa? Accettare di vivere in una guerra eterna e senza fine? La pace non matura da un giorno all’altro, richiede un processo. Noi siamo decisi a portarlo avanti, con pazienza e determinazione», sottolinea Raluca Ganea, fondatrice e direttrice esecutiva di Zazim, movimento civico che riunisce arabi ed ebrei nella creazione di democrazia e uguaglianza, tra le organizzatrici del “People peace summit”. Il primo passo è mostrare all’opinione pubblica, nazionale e internazionale, la presenza di un ampio settore mobilitato per la pace. «Non ci riferiamo a un concetto generico bensì a un accordo politico che ponga fina all’occupazione dei Territori e consenta la nascita di uno Stato palestinese accanto a quello israeliano. È questo il punto di caduta di tutte le tensioni regionali ormai da quasi un secolo – dichiara l’attivista –. Non può esserci un Medio Oriente stabile senza che la questione trovi finalmente una soluzione giusta. Perciò vogliamo contribuire a farla diventare la priorità assoluta. Soprattutto ora».
Mancano meno di sei mesi alle elezioni israeliane del 27 ottobre. La “spada in mano” di fronte alle minacce, vere o presunte, oltre che mantra ricorrente di Benjamin Netanyahu, è il pilastro su cui si regge il suo governo, il più a destra nella storia di Israele. Gli ultimi sondaggi lo danno in svantaggio rispetto alla riedizione dell’alleanza tra il centrista Yair Lapid e il conservatore moderato Naftali Bennett. Nessuna delle forze di opposizione, tuttavia – inclusi i laburisti – tocca il nodo della pace con i palestinesi. Gli attacchi all’esecutivo si concentrano sulle sue misure più estreme. Alle accuse nei confronti di derive ritenute anti-democratiche, non si accompagna la ricerca di un mutamento dello status quo. Al contrario, il quadro di riferimento appare il medesimo. «Il fatto è che fanno largo utilizzo dei sondaggi. Ma in modo sbagliato. Cercano di capire esattamente il punto in cui si colloca l’opinione pubblica per potersi allineare. Non considerano, però, che l’umore popolare fluttua. Il compito dei leader, invece, è indicare un orizzonte. Il nostro obiettivo è proprio quello di dire loro che esiste una base disposta a sostenerli. E non è così piccola come si ripete. Tantissimi desiderano pace e sicurezza, solo non vedono una possibilità pratica di realizzare le loro aspirazioni».
Speranza. Parola usata e abusata, spesso confusa con un astratto idealismo. Al contrario, è il motore dell’azione collettiva. Ne ha sottolineato l’importanza il patriarca Pierbattista Pizzaballa, arrivato a sorpresa al "People peace summit" insieme alla cantante israeliana Noa che gli ha dedicato un duetto insieme alla figlia sulle arie di Bach, musicista preferito del cardinale. «C’è ancora speranza in questa terra. È necessario coinvolgere la società civile. Non si può, ad esempio, pensare di ricostruire Gaza senza la partecipazione dei gazawi. C’è chi pensa che il problema sia la religione. Non è così. Il problema è la sua strumentalizzazione. La prossima generazione non avrà pace se non cominciamo a lavorarci da adesso. E, poi, magari non riusciremo a farla. Ma saremo il mal di testa di coloro che non la vogliono. Non possiamo lasciare che a narrare questa storia siano i più violenti di entrambe le parti», ha detto il patriarca, in un intervento più volte interrotto dagli applausi delle migliaia di presenti in presenza mentre altrettanti hanno, inoltre, partecipato online. La strada aperta dal summit, poi, proseguirà il prossimo mese. Il ministro degli Esteri francese, Jean Noel Barrot, in un video-messaggio diffuso all’Expo di Tel Aviv, ha annunciato che il 12 giugno, alla vigilia del G7, Parigi ospiterà una conferenza internazionale di pace, a cui sono invitati rappresentanti di Israele e Palestina.
«Le loro voci devono essere tenute in considerazione», ha dichiarato Barrot. L'Unione Europea, da parte sua, ha stanziato un finanziamento extra di otto milioni per le società civili dei due popoli, secondo quanto affermato dall’Alta rappresentante Kaja Kallas. Quest’ultima ha anche sottolineato l’importanza dei movimenti per la pace israelo-palestinesi. «Meritano i più alti riconoscimenti, incluso il Nobel», ha detto nel corso della serata a cui erano presenti i politici Yair Golan, Gilad Kariv, Naama Lazimi, Ahmad Tibi e Ayman Odeh nonché l’ex ostaggio Elizabeth Tsurkov ei parenti delle vittime del 7 ottobre Aila Matzger e Merav Svirsky. Tutti hanno sottoscritto la dichiarazione finale: «Dopo anni di guerra, sempre più israeliani e palestinesi comprendono che non esiste una soluzione militare al conflitto. Chi si rifiuta di perseguire una soluzione politica sceglie una guerra senza fine. Ma esiste un’altra strada: quella della collaborazione per un futuro condiviso».
© RIPRODUZIONE RISERVATA






