«Da israeliano dico che la strategia di Netanyahu è stata un fallimento»

Gideon Levy è editorialista del quotidiano progressista "Haaretz": «I rapporti Tel Aviv-Washington sono destinati a cambiare nel medio periodo, la maggior parte degli israeliani crede che Trump abbia tradito. Il voto per la Knesset? Anche le alternative al premier sono un problema. L'accordo con Beirut ci aiuterebbe ad affrontare Hezbollah, ma si continua a bombardare»
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June 15, 2026
«Da israeliano dico che la strategia di Netanyahu è stata un fallimento»
«Adesso gli israeliani si sentono traditi e l’intesa con l’Iran potrebbe innescare una crisi inedita nei rapporti con gli Stati Uniti». Gideon Levy, editorialista del quotidiano progressista Haaretz, una delle voci più autorevoli e coraggiose del giornalismo israeliano, ribadisce la sua posizione critica nei confronti di Tel Aviv ed esclude che un’eventuale uscita di scena di Netanyahu alle elezioni di autunno possa cambiare qualcosa.
Fino a pochi mesi fa Trump veniva celebrato come il più grande amico che Israele abbia mai avuto alla Casa Bianca. Perché ora la maggioranza degli israeliani non vede di buon occhio un accordo tra Washington e Teheran?
Quello che prevale è un forte senso di tradimento da parte di Trump. Ed è probabile che ciò condizionerà i rapporti futuri con la Casa Bianca. Le conseguenze potrebbero non manifestarsi subito, ma nel medio periodo potrebbe causare una crisi politica e diplomatica con gli Stati Uniti, mettendo alla prova la storica alleanza tra i due paesi.
Alla luce degli ultimi sviluppi, cosa pensa della strategia complessiva di Tel Aviv?
È stata un fallimento su tutti i fronti. Finora non ha raggiunto nessuno degli obiettivi prefissati e credo che non li raggiungerà neanche in futuro. In Libano, per la prima volta nella storia c’è un governo che dichiara di essere disposto a negoziare una pace permanente. Ma Tel Aviv non è disposto ad accettare questa offerta storica. Un accordo con Beirut potrebbe servire ad affrontare insieme Hezbollah. È folle dire di no al governo libanese e continuare i bombardamenti, le evacuazioni e la distruzione del sud del Libano. Ma di questo, purtroppo, si discute pochissimo nel mio Paese. Anche sul piano della sicurezza, adesso Israele non è più forte, al contrario: qualche giorno fa siamo stati presi di mira con missili balistici per diciassette ore, non era mai successo prima d’ora.
Lei ha criticato spesso la società israeliana per la progressiva assuefazione alla guerra: vede ancora possibilità di cambiamento nell’opinione pubblica?
Gran parte della popolazione è convinta che Israele non debba avere alcun limite, né legale, né morale. Anche la minoranza che credeva ancora alla pace con i palestinesi, ormai non ci crede più. La nozione del “o noi o loro”, tipica della destra, ha un consenso assai diffuso, con conseguenze terribili. L’unica vera linea di frattura profonda nella società israeliana odierna riguarda Netanyahu, che è lo statista più amato e al tempo stesso più odiato di sempre. Ma questa divisione non porta da nessuna parte, perché chi lo osteggia non propone una vera alternativa. Tutti i leader dell’opposizione erano favorevoli alla guerra in Iran, a quella in Libano e alla distruzione di Gaza. Nessuno di loro ha nemmeno provato a protestare contro il genocidio.
Per quanto riguarda Gaza, come interpreta il rapporto tra la realtà di una catastrofe umanitaria di proporzioni enormi e la narrazione ufficiale israeliana?
Israele vive in una negazione totale di ciò che sta accadendo a Gaza. È una situazione assai strana e priva di precedenti storici, in cui un popolo responsabile di un genocidio crede di essere la vittima. Il fatto che gli israeliani non vogliano sapere, e che i media non glielo mostrino, permette loro di vivere in pace e di credere che tutto ciò che è stato fatto a Gaza sia legale e morale. E che chiunque provi a protestare sia un antisemita.
Quanto potrebbero pesare le elezioni dell’autunno prossimo nel ridefinire la direzione del Paese e la leadership attuale?
Ad oggi sembra assai improbabile che Netanyahu possa essere in grado di formare il prossimo governo. Non c’è un solo sondaggio che dia la maggioranza a lui e ai suoi alleati. Ciò non mi rallegra, perché so bene qual è l’alternativa e vi invito a non cadere nella trappola in cui cadono molti in Europa: aspettare semplicemente che Netanyahu se ne vada e poi credere che tutto si risolva per il meglio come se lui fosse l’unico problema. Colui che oggi ha le maggiori possibilità di sostituirlo, è Naftali Bennett, che per anni è stato segretario generale del movimento dei coloni. Cosa possiamo aspettarci da un uomo del genere? Il secondo candidato serio è Gadi Eisenkot, che ha ricoperto vari incarichi, gestendo l’occupazione in qualità di generale. Davvero pensate che gente come loro possa cambiare le cose? La verità è che propongono solo cambiamenti cosmetici nella vita interna di Israele. Tutti i governi europei li accoglieranno con entusiasmo, ma tanto grande sarà la gioia, altrettanto grande sarà la delusione perché quei due non faranno niente per risolvere i veri problemi del nostro Paese.
La soluzione “due popoli due Stati” appare ormai del tutto irrealizzabile, eppure molti leader politici continuano a parlarne.
Chi continua a sostenerla – l’Ue, l’Autorità Palestinese, gli Stati Uniti, il mondo arabo – sa perfettamente che non si avvererà mai. Continuare a parlarne gioca a favore dell’occupazione. Con 700mila coloni e circa 1,5 milioni di dunam [1.500 chilometri quadrati] sottratti in Cisgiordania con la violenza solo negli ultimi due anni, non c’è più alcuno spazio per uno Stato palestinese. Lo dico da molto prima del 7 ottobre: non c’è altra soluzione che creare un unico stato democratico che garantisca uguali diritti a tutta la popolazione. Mettendo da parte il sionismo una volta per tutte.

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