«Torno a Cuba perché solo da dentro si può costruire il cambiamento»

Roberto Veiga, direttore di "Cuba próxima", tra i più noti intellettuali cattolici, è rientrato all'Avana dopo 7 anni in Spagna. «Abbiamo un piano perché i cittadini si riapproprino della loro sovranità»
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June 15, 2026
Un'auto anni Cinquanta davanti a una palazzina buia al tramonto all'Avana
I blackout all'Avana sono continui/ REUTERS
«Sono tempi in cui è necessario cambiare». Nell’annunciare l’ultimo pacchetto di riforme economiche, il presidente Miguel Díaz Canel ha cercato di mostrarsi imperturbabile. Il contenuto delle misure, però, rivela la gravità della crisi in corso nell’isola. Strangolato dal blocco del petrolio e dalle restrizioni finanziarie dell’Amministrazione Trump, il governo cubano ha accettato di infrangere una sfilza di tabù e aperto a un decentramento inedito dell’apparato statale, alla partecipazione delle imprese pubbliche nel mercato cambiario e, soprattutto, agli investimenti della diaspora cubana. «L’isola sta attraversando la fase più critica e complessa della sua storia repubblicana. Non è solo di una crisi economica o umanitaria; è una crisi di identità nazionale», sostiene Roberto Veiga González, giurista e politologo, tra i più noti intellettuali cattolici del Paese. Il direttore del centro studi “Cuba próxima” è appena rientrato all’Avana dopo avere trascorso quasi sette anni in Spagna. «Torno – spiega -perché sono convinto che la vera soluzione – ardua e rischiosa, ma che eviterà il ciclo infinito di una "crisi di dignità" dopo l'altra – possa essere forgiata solo dall'interno. La sovranità deve essere restituita ai cittadini; essi devono essere la forza decisiva di una nuova Repubblica».
Che situazione si è trovato di fronte a Cuba?
È straziante vedere un popolo esausto, immerso in un'angoscia esistenziale. Prevale una profonda sfiducia nell'intero panorama politico. I cittadini si sentono abbandonati: sentono che sia il governo sia alcuni gruppi di opposizione lo stanno usando come "carne da cannone" per regolare conti, ego, rancori personali o interessi geopolitici estranei. La sensazione di essere ostaggi nelle lotte altrui è il sentimento prevalente.
Quale sarà il fulcro del suo lavoro nell’isola?
Mi immergerò nella realtà quotidiana – segnata da divisioni sociali, blackout e carenze materiali – per promuovere, insieme a un team di esperti sull'isola e all'estero, la nostra proposta: "L'apertura concordata: una tabella di marcia per la ricostruzione nazionale". Siamo pronti a sopportarne il costo politico e personale. Il nostro lavoro non sarà una protesta isolata, ma piuttosto la costruzione di possibilità.
Esistono spazi per promuovere questa apertura?
Se consideriamo la realtà istituzionale, la risposta è no: non esistono tutele legali né garanzie. I rischi per chi dissente, al contrario, sono massimi. In politica, tuttavia, la necessità definisce l'opportunità. Se aspettiamo che le condizioni diventino "facili", semplicemente non agiremo mai. L'apertura è – e proprio perché è difficile – l'unica via per spezzare il ciclo di miseria e angoscia.
Come valuta lo stato delle forze politiche alternative?
Mancano strutture capaci di trasformare la diagnosi della crisi in una strategia di potere attuabile. C’è una carenza di partiti con iscritti attivi e connessione organica tra il mondo accademico, il pensiero politico e la cittadinanza. La "forza" dell'opposizione risiede più nella debolezza del governo stesso che nelle sue capacità.
Come immagine l’evoluzione della crisi attuale?
L'amministrazione statunitense, pur riluttante a intervenire direttamente, intensifica al massimo la pressione per forzare una frammentazione del potere che faciliterebbe i negoziati bilaterali. Ma questo comporta un doppio rischio. Da un lato, se il governo oppone resistenza e il caos sfugge al controllo, Washington potrebbe essere costretta ad agire per contenere l'instabilità migratoria e la possibilità che la criminalità organizzata metta radici sull'isola. Un’ingerenza, anche se "benintenzionata", paralizzerebbe la capacità della nazione di iniziare a costruire la propria struttura democratica e costringerebbe quasi certamente gli Stati Uniti a rimanere a tempo indeterminato. Dall'altro, se l'occupazione dovesse avvenire e poi ritirarsi in tali condizioni, lascerebbe un vuoto "postbellico" che, in passato, è stato il terreno fertile ideale per la guerra civile. La lezione della nostra storia, dal 1898, è chiara: se veniamo meno alla nostra responsabilità nazionale, ne paghiamo il prezzo per decenni. Prima di chiederci se riusciremo a realizzare la Repubblica che sogniamo, dunque, dobbiamo domandarci se siamo disposti a riappropriarci della responsabilità di essere un Paese davvero sovrano.

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