Nel Libano del Sud, dove la morte dal cielo insegue chi fugge
di Lucia Capuzzi, inviata a Ghazyel (Sidone)
Sidone è iI crocevia tra chi scappa dalle operazioni israeliane e gli accampamenti dei rifugiati. Qui sono morti sotto le bombe israeliani i due bambini di una coppia che aveva cercato rifugio. E c'è chi accoglie senza sosta

«Sono fuggiti. Ma le bombe li hanno inseguiti. E li hanno trovati venerdì, proprio là… ». Lo sguardo di Hassan Abdallah si posa sul quarto piano. Qualche brandello di mattoni è tutto quel che resta della facciata appena risistemata dopo i danni dei raid del 2024. In Libano la ricostruzione fatica a tenere il passo con il susseguirsi delle deflagrazioni belliche. Colpita dalla bomba, metà del tetto si è accartocciata su sé stessa, trascinando con sé la parete sottostante. «I suoi frammenti hanno schiacciato il bimbo di tre anni. La sorellina di otto, invece, è stata catapultata fuori dall’urto. È caduta sullo slargo, morendo sul colpo. La madre, che era scesa un attimo, ha fatto in tempo a sentire lo schianto prima che un pezzo di cemento la colpisse alla testa, ferendola in modo grave», racconta lo “sheikh”, titolo con cui sono chiamati i leader religiosi islamici in segno di rispetto. La sua moschea si trova dietro l’angolo. Era stato il posto in cui la famiglia si era presentata in cerca di rifugio la sera del 3 marzo, meno di 24 ore dopo l’inizio del conflitto. L’ennesimo. Hassan Abdallah li aveva messi in contatto con una persona disposta a dare ospitalità alla coppia e ai due figli. Erano appena arrivati da Chaqra: nel caos, avevano impiegato quasi un giorno per lasciare le Alture del Golan e raggiungere Ghazyel, cinquanta chilometri più a nord.
Situata sulle sponde del fiume Zahrani, la cittadina alle porte di Sidone è il bilico tra il sud, da cui “salgono” gli espulsi dalle operazioni israeliane, e il centro-nord, in cui questi ultimi si ammassano in cerca di rifugio. Nella “nuova” guerra che dilania il Libano, però, i confini sono mobili e la linea del fuoco si sposta continuamente. Stritolando i civili. I fratellini di Chaqra figurano nel conteggio degli oltre cento minori uccisi in due settimane di combattimenti: in media sette al giorno. Delle 886 vittime finora conteggiate, sei sono morte a Ghazyel, bersaglio di tre incursioni dell’aviazione di Tel Aviv. Già un anno e mezzo fa era stata attaccata pesantemente: alcuni dei volti dei caduti sono immortalati nel grande collage di foto della piazza principale, accanto a quella di Hassan Nasrallah, il defunto capo di Hezbollah. Trentamila dei suoi cinquantamila abitanti – per il 97 per cento di fede sciita –, dunque, si sono uniti all’esodo verso Beirut, a meno di 40 chilometri, e il Libano settentrionale. Nel mentre, 4mila sono approdati a Ghazyel dal confine meridionale, in un via vai surreale di gente disperata e confusa. «Purtroppo, va avanti così dal 1948. Anche se ora è peggio», afferma sheikh Hassan.
Quella in corso si profila l’offensiva più massiccia da vent’anni. Da giovedì, Israele ha più che raddoppiato l’area soggetta a evacuazione. L’ordine di sfollare «per la propria sicurezza», non si ferma, come di solito, al fiume Litani: ormai comprende l’intera fascia tra la frontiera e lo Zahrani, a quaranta chilometri di distanza. E, secondo quanto detto ieri dal ministro della Difesa di Tel Aviv, Israel Katz, staranno via a lungo.
«A Ghazyel sono arrivati da tutta la zona. E li abbiamo accolti. Prima nelle case: le persone hanno aperto la porta agli sconosciuti, perché comprendono la situazione. Poi, quando non c’era più posto, li abbiamo sistemati nelle scuole. L’importante è non lasciare nessuno fuori», sottolinea lo sheikh che fa la spola tra la cittadina dove risiede e Tiro, dove è mufti – ovvero interprete della legge coranica –, per coordinare l’assistenza. La strada è pericolosa. «Tutto lo è: partire, restare, spostarsi, stare fermi. A meno di trenta chilometri da qui, un amico, anche lui sheikh, è stato ucciso in un attacco. Sono consapevole dei rischi ma devo continuare ad aiutare». Nell’edificio della moschea è alloggiata una trentina di persone. «Sono qui con mia moglie, i miei figli, i miei fratelli», racconta Ali, 44 anni, di Nabatieh: appena qualche decina dei 4mila residenti del villaggio è rimasta. «La comunità è stata bombardata tante volte. Tre giorni fa hanno ucciso quattro persone che non erano riuscite a scappare. Non so cosa sia stato della mia casa, di quel che c’era dentro. Probabilmente non sarà rimasto nulla…». Nel complesso è stata allestita anche una cucina. Davanti alla parete dove è appesa una gigantografia del Grande ayatollah Ali Sistani, guida principale dell’islam sciita, ci sono i tavoli dove una quarantina di volontari si alterna per preparare 1.300 pasti al giorno da distribuire agli sfollati. Il pomeriggio l’attività è frenetica: tutto deve essere pronto al tramonto per l’Iftar, il pasto che interrompe il digiuno del Ramadan. Sugli scaffali sono accumulati sacchi di riso, olio, pane. Cibo donato dalla gente di Ghazyel. «Siamo poveri. Il Libano è in crisi da quasi dieci anni. Ma ognuno di noi ha vissuto la guerra, ne abbiamo avute così tante… E quella sofferenza non si dimentica. Per questo, facciamo lo sforzo», dice Mohammad, mentre armeggia tra i pentoloni. Una sfida titanica, in realtà. Con oltre l’80 per cento dei sei milioni di abitanti sotto la soglia di povertà già prima del conflitto, il peso della nuova ondata di violenza rischia di far collassare il Paese.
Lasciata Ghazyel, man mano che si risale lungo la costa tra Sidone e Beirut, spuntano i teli improvvisati da quanti non hanno trovato posto nei oltre seicento rifugi attivi. Molti sono poggiati sul fango delle recenti piogge. Nelle città, soprattutto, l’ospitalità non è scontata. A nord dello Zahrani, una parte di Libano si aggrappa alla fragile illusione di “tenere fuori” la guerra, scolpita sui volti sfatti degli sfollati.


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