Ghada, Ziad e gli altri ragazzi di Gaza arrivati in Italia. «Studiare qui è un sogno»
di Luca Foschi
Per 72 giovani palestinesi giunti con un volo aereo nel nostro Paese, si apriranno le porte di 21 università. Abbiamo raccolto le loro storie e i loro desideri, tra resistenza alla guerra e progetti di vita ancora da realizzare

Si devono immaginare, Ghada e Ziad. La prigione annichilita di Gaza alle spalle, le valigie in mano, il futuro spalancato oltre il valico di Karem Abu Salem. E poi le strade ordinate di Israele, quelle familiari eppur sconosciute della Cisgiordania, il deserto di Gerico, Amman, un aereo per l’Italia. L’angoscia prima di ogni tornello, davanti a ogni divisa, mani e mani sui documenti, il mondo dei colori che scorre nei finestrini, un profilo ineffabile riflesso sul vetro.
La gioia e la colpa dei liberati, dei sopravvissuti: «È stato difficile lasciare la famiglia in un posto dove è impossibile vivere, triste non essere in grado di sostenere tutti coloro che si trovano nella stessa situazione. Ma spero di poter presto aiutare i miei cari, tornare e dare un contributo per ricostruire la Striscia. Sicuramente tutti i miei colleghi sentono la stessa cosa», spiega ad Avvenire Ghada Edwan, 19 anni. Sono 72 gli studenti universitari di Gaza che grazie al programma “Iupals” (Italian Universities for Palestinian Students) potranno iniziare, o proseguire, il loro percorso in 21 atenei italiani. Vanno ad aggiungersi ai 157 studenti trasferiti in quattro operazioni portate a termine fra settembre e dicembre 2025.
Evacuazioni non semplici, che la Farnesina ha portato a termine in coordinamento con le ambasciate di Tel Aviv e Amman, il consolato generale a Gerusalemme, le autorità israeliane e giordane. «L’Italia conferma il proprio impegno umanitario a favore della popolazione civile di Gaza», ha dichiarato il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Ghada studierà matematica a Bologna, ben lontana dal mare di rovine di Khan Yunis, dove insieme alla famiglia ha trovato riparo in fuga da Beit Hanun, nel Nord assediato fra luglio e ottobre da bombe e carestia: «Abbiamo trasformato un capannone in un luogo in cui vivere. La guerra è finita, ma la situazione non è migliorata. Le persone devono lottare per le basi della vita quotidiana, l’acqua, il cibo, l’elettricità. Tutto si è fermato durante il conflitto, ho aspettato due anni per poter dare gli esami di maturità». Ad Amman la voce di Ghada ritrova il passo della giovinezza, scorre con entusiasmo come un fiume nello spazio dove tutto può accadere: «Voglio ringraziare tutti quelli che hanno reso possibile l'evacuazione, tutti gli italiani, i volontari e le università, i funzionari delle ambasciate ad Amman e Tel Aviv. Abbiamo l’opportunità di costruire il nostro futuro, supportare la società palestinese e i giovani che continuano ad affrontare ogni difficoltà, perché vogliono vivere, affrontare l’oppressione».
La resistenza è pacifica nei progetti della giovane studentessa: «Spero di diventare una specialista in machine-learning, con l’intelligenza artificiale vorrei costruire modelli di lingua larga che aiutino i palestinesi nella vita quotidiana. I bambini, soprattutto quelli che non hanno potuto ricevere un’educazione, potranno fotografare qualcosa e apprendere subito di che si tratta. L’educazione è un diritto di tutti». Non immagina quanto sia significativo l’esempio scelto nella spiegazione della didattica dell’avvenire. Inquadrando un fiore, i bambini potranno scoprire il nome e la natura di una rosa. O, verrebbe da aggiungere, di una leopardiana ginestra che spunta con ostinazione fra le macerie.
Il racconto di Ziad al-Napan, 20 anni, trema d’emozione e diventa pianto lì dove memoria e speranza svelano i limiti delle parole: «Vengo dal campo profughi di Jabalia, ora completamente distrutto, ma la mia famiglia vive in una tenda a Deir al-Balah. Sono felice per me, ma soffro nel pensare a chi rimane dove manca ogni cosa. Non riesco a spiegare tutto ciò che ho vissuto negli ultimi due anni e mezzo, i cadaveri dei familiari, degli amici. A casa tutti mi hanno incoraggiato, sono orgogliosi di me, dicono che diventerò un uomo importante». Ziad frequenterà ingegneria a Tor Vergata, dove vuole «lavorare duramente per diventare uno studente molto, molto speciale, e poi trovare impiego in un’azienda e aiutare il mio Paese a uscire dall’occupazione. Voglio che i palestinesi continuino a sognare, a esser parte della storia. Basta guerre, spero che i nostri leader credano nella pazienza, perché la pazienza è fondamentale per il progresso delle nazioni. Dobbiamo esistere insieme, non l’uno contro l’altro. Siamo tutti umani».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Temi






