Coi bambini arrestati gli Usa hanno superato una linea rossa
Gli Stati Uniti convivono da tempo con una violenza diffusa, ma ciò che sta accadendo segna un salto ulteriore. Ed è inquietante il silenzio di molti governi occidentali, compreso il nostro. Un silenzio che non è neutralità, ma scelta

A Minneapolis, nel giro di pochi giorni, sono stati arrestati due bambini: uno di cinque anni, l’altra di appena due. Entrambi fermati insieme ai padri dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice) durante operazioni contro l’immigrazione. È un confine morale che non dovrebbe mai essere superato. Il primo caso è quello di Liam Conejo Ramos, cinque anni. Tornava dalla scuola materna quando il padre, alla vista degli agenti, ha tentato la fuga. Dopo l’arresto dell’uomo, al bambino è stato chiesto di bussare alla porta di casa per verificare la presenza di altre persone. Secondo la denuncia della scuola, Liam è stato usato come esca. Ha potuto fare ritorno a casa solo dopo una settimana in un centro per immigrati irregolari in Texas. Nei giorni successivi, sempre a Minneapolis, è stata fermata una bambina di due anni insieme al padre, cittadino ecuadoriano. A due anni un bambino dovrebbe solo essere protetto, non esposto alla forza dello Stato.
Queste famiglie non erano clandestine irregolari. Avevano seguito le procedure previste: ingresso, richiesta di asilo, attesa dell’iter. Eppure sono state trattate come un problema di ordine pubblico da un sistema che ha smesso di distinguere tra colpa e vulnerabilità. Gli Stati Uniti convivono da tempo con una violenza diffusa: armi facilmente accessibili, stragi nelle scuole, migliaia di minori feriti o uccisi ogni anno. Ma ciò che sta accadendo oggi segna un salto ulteriore. Con il ritorno di Donald Trump, la politica sull’immigrazione ha assunto un carattere punitivo e simbolico. L’Ice è diventata il braccio operativo di una strategia che utilizza la forza come messaggio politico, anche quando colpisce i più piccoli. Ingressi nelle abitazioni senza mandato giudiziario, arresti davanti alle scuole, coinvolgimento di minori non sono eccezioni, ma segnali di una deriva.
Ancora più inquietante è il silenzio di molti governi occidentali, compreso il nostro. Un silenzio che non è neutralità, ma scelta. Per timore dei dazi o per calcolo geopolitico si evitano critiche a comportamenti che sono prima di tutto immorali. Colpisce, in questo contesto, che la Presidente del Consiglio italiana abbia persino evocato l’ipotesi di un Premio Nobel per Trump. A rompere questo silenzio sono stati tre cardinali americani, che hanno definito la politica di Trump «distruttiva» e incompatibile con i principi di solidarietà e dignità umana, richiamandosi al recente discorso di papa Leone XIV. Un richiamo netto: la tutela dei più fragili non è negoziabile, e tacere significa diventare corresponsabili.
Negli Stati Uniti manca anche una reale attenzione all’infanzia sul piano sociale e sanitario. Le disuguaglianze colpiscono duramente i bambini. Un indicatore è eloquente: la mortalità infantile – i bambini che muoiono nel primo anno di vita per mille nati vivi – è negli Usa circa due volte e mezzo più alta rispetto all’Italia. Un dato che riflette povertà, accesso diseguale alle cure, assenza di tutele. I bambini dovrebbero rappresentare una linea rossa invalicabile. Sempre. Quando una società accetta che un bambino venga arrestato o usato come strumento operativo, ha già smarrito qualcosa di essenziale. E quando il mondo osserva e tace, la responsabilità diventa collettiva.
Viene da augurarsi che anche nel nostro Paese, di fronte alle discussioni su sicurezza e controllo sociale, non si arrivi mai a livelli simili di disumanità. La sicurezza non può essere costruita sacrificando i diritti fondamentali, tanto meno quelli dei bambini. Non è solo l’America a essere in gioco. È l’idea stessa di civiltà. Perché il modo in cui trattiamo i bambini – soprattutto quelli poveri, stranieri, senza voce – dice più di qualsiasi dichiarazione su libertà e democrazia.
Professore di Pediatria, Università di Roma La Sapienza
Professore di Pediatria, Università di Roma La Sapienza
© RIPRODUZIONE RISERVATA






