Cos'è il “kompromat” e perché i russi c'entrano molto coi file Epstein

Negli oltre tre milioni di documenti desecretati circola molto il nome di Putin. Sarebbe il ritorno a una “tradizione” inaugurata dagli uomini della Ceka, il servizio segreto voluto da Lenin
February 3, 2026
Cos'è il “kompromat” e perché i russi c'entrano molto coi file Epstein
Un cartello sullo sfondo del Campidoglio, a Washington, chiede la pubblicazione di tutti i documenti del caso Epstein
L’aggrovigliata vicenda che ruota attorno all’indecifrabile figura di Jeffrey Epstein e della altrettanto opaca figura di Gislaine, figlia dello scomparso barone dei media Robert Maxwell, più che al démi monde dei pettegolezzi pruriginosi appartiene ormai a pieno titolo al mondo delle spie, all’intrigo internazionale, a quella costellazione di mezze verità, piccole menzogne e grandi disastri di cui i servizi di Mosca sono da sempre maestri. La parola chiave per comprenderlo è kompromat, vocabolo della lingua russa ottenuto dalla contrazione dei due termini komprometiruyuschij e material («materiali compromettenti»), impiegato per indicare un dossier contenente informazioni sensibili, foto, video, documenti, segreti, prove di reati o altri materiali riguardanti un uomo politico, o un personaggio di rilevanza pubblica, il cui contenuto, se divulgato, è in grado di denigrarne la figura o metterla in cattiva luce.
Nulla di nuovo sotto il sole. I primi a farne uso furono gli uomini della Ceka, il servizio segreto voluto da Lenin all’indomani della Rivoluzione di Ottobre e fondato da Feliks Dzeržinskij, che cominciò a compilare dossier sui nemici interni del regime in vista di un possibile utilizzo. Ma è negli anni Trenta, dopo che il potere passa saldamente nelle mani di Stalin, che l’NKVD, erede della Ceka, comincia ad adottare scientificamente le modalità del Kompromat, che veniva usato per controllare gli stessi membri del partito, esercitare pressioni su diplomatici stranieri o isolare avversari politici. Con l’ampliarsi dei ranghi dello spionaggio, il Kgb (successore dell’NKVD) e il Gru (l’intelligence militare) affollano in enormi archivi milioni di informazioni su ogni possibile figura internazionale e sugli stessi membri del Pcus, allestendo puntigliosi dossier che potevano essere usati per ricattare, rimuovere, arruolare o manipolare figure chiave politiche, diplomatiche o militari.
Ex agente dell’MI6 britannico e ottimo conoscitore delle regole sotterranee dello spionaggio, Ian Fleming nel 1957 dipinge nel suo quinto magistrale romanzo A 007 Dalla Russia con Amore un tentativo da manuale dei servizi di Mosca di ridicolizzare il governo britannico compromettendone il suo miglior agente, James Bond, attirandolo in una «honey trap», letteralmente «trappola al miele», dove l’esca è Tatiana Romanova, agente del Gru. Gli esempi in proposito sono infiniti. E anche i colpi messi a segno dal Cremlino. Alcuni dei quali, clamorosi. Come il caso Profumo, giovane stella nascente dei conservatori inglesi, nominato nel 1961 ministro delle Guerra del gabinetto Macmillan, che nelle ore libere frequentava la scintillante swinging London, la stessa che accese la fantasia di Michelangelo Antonioni con il film Blow Up. In una di queste scorribande con la jeunesse doréee londinese Profumo si imbatte in una giovane modella, Christine Keeler, con la quale ha una fugace relazione. Peccato che la Keeler fosse sentimentalmente legata all’attaché navale dell'ambasciata sovietica Evgenij Ivanov, che i servizi segreti britannici sapevano essere una spia al servizio di Mosca. Risultato: scandalo, dimissioni e caduta libera della promettente stella dei tories.
Il ricatto, soprattutto, ha sempre funzionato. Compromettere la rispettabilità di una figura pubblica finisce quasi sempre per sottomettere il soggetto alle regole di Mosca. Ne sa qualcosa il procuratore generale Yurij Skratov, che indagava su Boris El'cin e l’astro nascente Vladimir Putin, pubblicamente screditato con false prove, che lo indussero ad abbandonare la sua inchiesta. Ma più di tutti il Kompromat più potente rimane ancora la minaccia di pubblicazione. Un dito permanente sul grilletto dell’onorabilità della vittima designata. Oggi, peraltro, tutto sembra più facile. L’uso di cyberspyware, il lavoro predatorio degli hacker, la diffusione tramite social media e piattaforme digitali, la generazione di deepfakes (falsi materiali o manipolazioni digitali che sembrano autentici) insieme con l’infaticabile lavoro dei famigerati «Trolls di San Pietroburgo» – una fabbrica di contenuti propagandistici, polarizzanti o fuorvianti su social media e blog online originariamente guidata dall’allora ras degli «omini verdi» Evgenij Prigožin – si sono aggiunti al vecchio lavoro di spionaggio. E torniamo dunque al caso Epstein. Dagli oltre tre milioni di files desecretati, prorompe insistente il nome di Vladimir Putin (1.056 menzioni personali e quasi diecimila riferimenti alla Russia), mentre perde quota la presunta colpevolezza di Donald Trump, citato e intercettato sì, ma di fatto mai complice delle nefandezze e dell’iperattivo Epstein.
Peraltro, il gorgo inestricabile di collusioni, operazioni opache, doppie obbedienze venute alla luce negli ultimi anni, contamina e intorbida i pochi tentativi di fare chiarezza. Secondo il Fbi, oltre che un magnate dell’editoria, l’ebreo cecoslovacco Robert Maxwell, padre di Ghislaine, era verosimilmente al servizio sia del Kgb che del Mossad. Maxwell scomparve in mare il 5 novembre del 1991 mentre si trovava a bordo del suo yacht, il «Lady Ghislaine», nei pressi delle Isole Canarie. Il suo corpo venne ripescato poco dopo dall’equipaggio. Fu sepolto sul Monte degli Ulivi, a Gerusalemme. Ai funerali erano presenti il primo ministro Yitzhak Shamir, il presidente Chaim Herzog e almeno sei capi dell'intelligence israeliana. Ventotto anni più tardi usciva di scena anche il compagno di cordata, il finanziere Jeffrey Epstein, morto in cella. Anche lui con un verdetto ambiguo sulle cause della morte. Come sovente accade nel mondo sotterraneo delle spie.

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