Come la Turchia è diventata la nuova mecca del volley

Il campionato turco continua ad attirare pallavoliste di livello mondiale come le azzurre Orro e Sylla. Nonostante un clima politico-culturale paradossale
February 3, 2026
Come la Turchia è diventata la nuova mecca del volley
Il Fenerbahce dell'azzurra Alessia Orro in una partita del campionato turco contro Eczacibasi /Alamy
Di fronte a un panorama sportivo globale sempre più connesso, il mondo del volley femminile ha tracciato una rotta chiarissima: direzione Istanbul. Se fino a un decennio fa il campionato italiano era il traguardo indiscusso, oggi la Turchia non è più solo una ricca alternativa, ma l’epicentro di un potere tecnico e d’immagine che attrae le icone della nostra Nazionale, come Alessia Orro e Myriam Sylla. Viene da chiedersi che cosa spinge queste campionesse nel pieno della loro carriera a lasciare l’Italia per la Turchia. La risposta risiede in un mix di ingaggi stellari e competitività estrema, ma il paradosso culturale è dietro l’angolo. Il campionato turco (Sultanlar Ligi) ha saputo costruire un ecosistema dove club come VakıfBank, Eczacıbasi e Fenerbahçe dispongono di budget che superano i 5-6 milioni di euro a stagione. Questo permette non solo di offrire stipendi che in Italia sono rari, ma di costruire roster composti esclusivamente da “All-Stars”.
Alessia Orro, la palleggiatrice sarda che ha guidato l’Italia all’oro olimpico, ha spesso sottolineato quanto la scelta sia legata al desiderio di superare i propri limiti. In una recente intervista, ha dichiarato: «Andare in Turchia significa mettersi alla prova ogni giorno contro le migliori del mondo. Non è solo una questione economica, che pure conta, ma di respirare un’aria dove la pallavolo è vissuta con una pressione e una professionalità totalizzante. Istanbul è la capitale mondiale del volley femminile oggi». Dello stesso avviso è Myriam Sylla. Per lei, la Turchia ha rappresentato la chiusura di un cerchio e l’inizio di una nuova sfida: «Ho scelto la Turchia perché volevo vedere se il mio modo di giocare e di essere leader poteva funzionare anche lontano da casa, in un campionato dove ogni partita è una finale. Qui la gente ti ferma per strada, sei una rockstar».
Non è solo una questione di nomi, ma di ritmo di gioco. Giovanni Guidetti, storico allenatore italiano che da anni siede sulla panchina del VakıfBank e della nazionale turca, offre una prospettiva privilegiata sul fenomeno: «In Turchia, ogni settimana è una battaglia. Le giocatrici italiane cercano questo: la sensazione di non poter mai abbassare la guardia. Il sistema qui è costruito per vincere tutto, e questo spirito attrae chi, come Alessia e Myriam, ha già vinto tutto in Italia e cerca nuove motivazioni». Anche Ebrar Karakurt, stella turca che ha fatto il percorso inverso giocando in Italia (a Novara) prima di tornare in patria, conferma: «In Italia si impara la tattica, ma in Turchia si impara a convivere con l’aspettativa di una nazione intera. Vedere giocatrici come Orro o Sylla qui è un onore, perché portano una mentalità vincente che si fonde con la nostra passione viscerale».
Eppure qualcosa stride. Orro e Sylla rappresentano la nuova generazione di atlete: forti, indipendenti e molto attente alla propria immagine digitale. Sono icone glamour che non temono di mostrare la propria femminilità o la propria passione per la cultura pop. Un esempio è stato la loro partecipazione al concerto della rapper Anna, documentato da video sui social che hanno testimoniato look audaci e grande libertà espressiva. Come si concilia tutto questo con la realtà di un Paese che, sotto la presidenza Erdogan, vive una forte spinta verso il tradizionalismo?
La Turchia di oggi è bifronte. Da una parte, le grandi metropoli come Istanbul sono centri cosmopoliti dove la vita mondana delle atlete non solo è accettata, ma celebrata. I club turchi utilizzano l’immagine social delle loro giocatrici per vendere biglietti e merchandising, trasformandole in vere e proprie influencer. Meltem, una giovane tifosa del Fenerbahçe, spiega bene questo sentimento: «Per noi, vedere Alessia o Myriam vivere la loro vita, andare ai concerti, essere cool sui social, è un’ispirazione. Rappresentano una Turchia che vuole essere moderna, europea, libera. Sono protette dal loro talento sportivo: finché vincono, sono intoccabili, e possono permettersi di sfidare certi codici conservatori che altre donne turche faticano a scavalcare».
Le giocatrici italiane si trovano a navigare in questa ambiguità. Ma il volley femminile in Turchia gode di uno status speciale: è lo sport dell’orgoglio nazionale. Questo scudo di popolarità permette alle atlete di mantenere il proprio stile di vita occidentale e glamour senza subire l’ostracismo mediatico. È evidente che la scelta della Turchia è una mossa strategica, non solo dal punto di vista economico ma anche della costruzione dell’immagine. Istanbul offre a queste atlete il palcoscenico perfetto per essere, contemporaneamente, le migliori pallavoliste del circuito e le icone di una generazione che non vuole rinunciare a esprimere la propria libertà sui social network.

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