Solidarietà o violenza? Che città è oggi Torino
di Andrea Zaghi, Torino
Le voci dopo la battaglia. Il cardinale Repole: «Sanare prima di punire: questa è una grande capitale della carità». Il sociologo Cepernich: «Cultura politica e la vicina Valsusa hanno finito per alimentare il dissenso»

Torino città della solidarietà. Torino città della violenza. Torino città delle contraddizioni. A due giorni dai fatti di sabato scorso, provare a capire cosa accade in quella che una volta era una delle capitali dell’economia e laboratorio di idee e progresso, equivale a compiere un viaggio intorno e dentro a questioni che interrogano tutti e non hanno una sola risposta. Il sindaco Stefano Lo Russo parlando ieri con Consiglio Comunale è stato chiaro: «Torino è stata ferita. È stata ferita materialmente, nei suoi quartieri, nei suoi spazi pubblici. Ma soprattutto è stata ferita nella sua identità civile, da violenze che non hanno nulla di politico, nulla di ideale, nulla di nobile». Ma che città è oggi Torino? Per l’arcivescovo, il cardinale Roberto Repole, «Torino non è una città violenta, è una grande capitale della carità e della solidarietà sociale: non può accettare di essere sfigurata in questa sua identità, di essere così manipolata dai cultori della violenza». Per Repole c’è l’obbligo di «denunciare con forza chi ha scatenato la guerriglia» ma contemporaneamente si deve «affrontare le radici delle sofferenze del nostro tempo». Ed è significativo, tra l’altro, che il centro sociale di Askatasuna sia a pochi passi in linea d’aria da centri di solidarietà come il Sermig e il Cottolengo. Esempi di quanto proprio Torino, come ancora Repole ricorda, abbia «sempre saputo chinarsi per curare le ferite prima di punire».
Curare, e magari anche prevenire. Cose non facili in una città in cui relativamente in poco tempo si può passare dal lustro del centro storico, dove s’è fatta l’Italia, a periferie che paiono cristallizzate in problemi urbanistici e sociali senza tempo. Su un punto tutti convengono: Torino è da sempre “laboratorio”. In positivo, ma anche in senso negativo. «La situazione della città dal punto di vista dell’antagonismo è un unicum in Italia. Qui si è concentra una capacità organizzativa e strategica unica in Italia», dice Cristopher Cepernich sociologo della politica proprio a Torino che precisa: «I motivi di questa situazione sono due. Da una parte una ragione storica: Torino ha una cultura politica che in parte è legata all’identità dei gruppi che hanno trovato sede nei centri sociali. Dall’altra, c’è una ragione geografica: la vicinanza della Valsusa con le sue componenti antagoniste legate al movimento contro la Tav. Troppo spesso si è fatto finta che il problema fosse lontano dalla città mentre era ed è in città». Si è trattato, detto in altri termini, di una “politica dello struzzo” che alla fine non ha retto. “Di fatto – dice Cepernich - il problema è stato messo da parte e lo si riscopre solo quando si arriva a fatti violenti come quelli di sabato». Errore fatale, quello che indica Cepernich, le cui conseguenze vanno di pari passo con la crisi economica locale. Che questo territorio sia profondamente ferito è indubbio. Basta un solo dato per capire: nel 2025 il Tribunale ha contato 370 liquidazioni giudiziali e fallimenti, praticamente un fallimento al giorno. L’economia locale è identificata da alcuni vocaboli ricorrenti - auto e metalmeccanica in negativo, aerospazio, cultura e turismo in positivo – che tuttavia rischiano di semplificare in modo eccessivo una realtà difficile da capire fino in fondo, una realtà fatta di diseguaglianze forti, di ricchezze nascoste, di povertà palesi. «Ma attenzione – precisa Cepernich – è sbagliato dire che quanto accade è conseguenza della crisi. Questi movimenti sono costituiti da soggetti minoritari e settari, fortemente identitari, organizzati in piccoli gruppi, molto chiusi, spesso sostenuti da una pseudo intellighenzia che deve farsi un posto nel mondo».
Un’idea, quella del sostegno di una parte della città agli antagonisti, che quasi nelle stesse ore degli scontri ha chiaramente avvalorato il procuratore generale di Torino, Lucia Musti, parlando di una “upperclass” caratterizzata da una «benevola tolleranza» verso atti che non sono che gravi reati. Una interpretazione, questa, contro la quale il sindaco ha preso netta posizione parlando di «banale incapacità di cogliere ciò che sta realmente accadendo tra le nuove generazioni e nel mondo antisistema contemporaneo». Ma quindi che fare? Ricette non ve ne sono ma indicazioni sì. Cristina Prandi, rettrice dell’Università al centro della vicenda in questi giorni, a poche ore dagli scontri ha scritto sul sito dell’ateneo: «Ci sono momenti in cui si volta pagina. Noi lo abbiamo fatto partendo dal rifiuto della violenza, dalla costruzione di strategie di dialogo e confronto, dal presidio di spazi di democrazia e di socialità liberi e sicuri». Mentre l’arcivescovo parlando di violenza e sofferenza dice: «Fermeremo la violenza, ma non si dovrà nascondere questa sofferenza e chi lavora per il dialogo».
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