Il business dei chatbot: dall'attenzione all'attaccamento

I sistemi di Intelligenza artificiale sono progettati per coinvolgerci in relazioni sempre più strette, che possono anche diventare esclusive e persino preferibili rispetto a quelle con persone in carne e ossa. Un'illusione che può durare a lungo. E negli Usa è già "Psicosi AI"
February 1, 2026
Il business dei chatbot: dall'attenzione all'attaccamento
/Foto Icp
Esiste un termine inglese di difficile traduzione – uncanny – che si può rendere con “inquietante”, ma anche “misterioso”, e che viene utilizzato per descrivere quella sensazione di disagio e straniamento provata quando si ha a che fare con un’immagine digitale a tutti gli effetti realistica, ma non “umana”. Cogliamo, al di là della perfezione formale che ormai l’animazione al computer ci garantisce, qualcosa di stonato: saremmo tentati di fidarci di quanto vediamo, ma allo stesso tempo non ci convince fino in fondo. L’evoluzione dei chatbot d’Intelligenza artificiale sta portando all’estremo una simile sensazione. Interagire con un software di questo tipo genera l’impressione di dialogare con un essere umano, che ascolta, comprende, non giudica, è sempre disponibile. Viene naturale instaurare quindi una vera relazione con tali programmi, entrando in confidenza e, forse, arrivare a sentirsi meno soli. I dati lo confermano. Aumenta l’utilizzo dei chatbot per chiedere consigli personali e avere un parere quando si tratta di prendere una decisione importante. È così per oltre il 41,8 % degli adolescenti italiani, secondo un recente studio di Save the Children. La tecnologia che, con il modello dei social media, negli ultimi vent’anni ha cercato in ogni modo di catturare la nostra attenzione – per venderla agli inserzionisti pubblicitari – ora, con l’avvento dei chatbot, sembra impegnata a carpire qualcosa di più profondo: il nostro “attaccamento”, il modo in cui instauriamo e gestiamo le relazioni.
Stiamo passando da un’economia dell’attenzione (attention economy), tradizionale modello di business dei social media, a un’economia dell’attaccamento (attachment economy), come ha abilmente sintetizzato Tristan Harris, studioso e attivista statunitense, tra gli autori del docufilm di Netflix The social dilemma, che metteva in guardia contro i pericoli dell’online. I sistemi di Intelligenza artificiale sono progettati per coinvolgerci in relazioni sempre più strette, che possono anche diventare esclusive e persino preferibili rispetto a quelle con persone in carne e ossa. Proprio in questo consiste quella “manipolazione dell’attaccamento” di cui parla Harris, l’alterazione di una dinamica profonda ed essenziale per la sopravvivenza, che costituisce la nostra identità fin dai primi attimi di vita. L’”attaccamento” nell’infanzia e nell’adolescenza si instaura con una figura di riferimento destinata a modellare poi tutte le relazioni che si creeranno nel corso della propria vita. Una madre rassicurante, che risponde alle necessità di un bambino anche di poche settimane contribuirà a farne un adulto equilibrato, ben conscio del proprio valore, riconosciuto e confermato. Viceversa una madre distratta, o incline a repentini cambi di umore, indurrà uno stato di ansia, una sostanziale incertezza su di sé e sulle proprie possibilità di esplorare il mondo e di relazionarsi con gli altri. Se il nostro attaccamento si concentra su un chatbot, inizialmente tutto può filare liscio, con scambi continui (rivolti a una sorta di “psicologo portatile”, sempre disponibile) che ci accompagnano e orientano in ogni momento della giornata, ma poi repentinamente può arrivare la delusione: quella chiarissima, inquietante, sensazione di non avere a che fare con un essere umano, ma con un software, che esegue istruzioni e non prova affetto. In alcuni casi l’illusione può durare a lungo e per qualcuno può diventare un conforto irrinunciabile, una presenza discreta che conferma ogni pensiero e opinione, anche la più astrusa o estrema.
Negli Stati Uniti si parla già di una crescente ondata di “Psicosi IA”, con forme di vero e proprio delirio, dovuto a sessioni lunghe e intense di scambi con tali software, che rafforzano convinzioni errate e portano a un distacco completo dalla realtà, come riportato proprio in questi giorni dal New York Times, che ha interpellato un centinaio di psicoterapeuti. Tra i professionisti la preoccupazione è forte verso le conseguenze di un’intrusione eccessiva delle macchine in dinamiche delicate e complesse come sono quelle emotive e relazionali. Papa Leone nel suo messaggio per la prossima Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali, mette in guardia nei confronti dei rischi di lasciare che i chatbot diventino «architetti nascosti dei nostri stati emotivi» fino a «occupare e invadere la sfera dell’intimità delle persone». Spetta a noi ora saperci fermare e decidere quale strada intraprendere per un uso non manipolatorio, ma autenticamente umano dell’Intelligenza artificiale.

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