Un milione di sfollati nel Libano sotto le bombe. E per migranti e fragili c'è solo la strada
di Lucia Capuzzi, inviata a Ghosta (Beirut)
Si intensificano i raid israeliani. Quasi mille gli uccisi, 116 sono bimbi. Il convento di Saint Germaine a Ghosta, sui monti della capitale, ha una “casa degli scartati”: ai 50 ospiti si sono aggiunti 80 africani

Beirut è insonne e sfinita. Dopo qualche giorno di tregua, dall’inizio della settimana, è in atto una nuova escalation. All’alba l’aviazione israeliana ha colpito la capitale due volte. Entrambe al di fuori di Dahiyeh, la roccaforte di Hezbollah. Uno dei raid ha centrato un condominio di Bachura, a ridosso della centralissima piazza dei Martiri. L’esplosione ha fatto tremare l’intera capitale dove sono state registrate 12 delle venti vittime delle ultime 24 ore: tra loro anche un giornalista di al-Manar – l’emittente dei miliziani – e la moglie. Il bilancio dei morti sfiora ormai un migliaio: 968, tra cui 116 minori. I feriti sono almeno 2.432. E i raid si intensificano. A sud, l’esercito di Tel Aviv ha ordinato lo sfollamento dell’intera area a sud del fiume Zahari, distante 40 chilometri dal confine. Nel mirino i ponti: altri tre sono stati distrutti ieri. Con gli attacchi a infrastrutture pubbliche cruciali, Israele aumenta la pressione sul governo libanese perché disarmi Hezbollah.
Ahmad non ci ha nemmeno pensato. Quando le bombe sono cominciate a cadere su Yanuh, sfiorando la fattoria dove lavorava, ha preso quel che poteva ed è partito. Non aveva amici o parenti a cui chiedere asilo nelle città e paesini al nord del Litani. Ha, dunque, percorso il centinaio di chilometri per Beirut e ha proseguito fino a Ghosta, percorrendone altri trentasei sulle montagne. Là ha bussato alla porta del convento di Saint Germaine. «Sapevo che me la avrebbero aperta anche stavolta. Lo avevano già fatto nel 2024 quando tutti me l’avevano sbattuta in faccia. Nelle emergenze, nessuno può e vuole farsi carico degli stranieri». Il trentaseienne è arrivato in Libano da Khartum, in fuga da un altro conflitto. Come la gran parte dei 250mila migranti africani – soprattutto eritrei e sudanesi – presenti nel Paese, secondo l’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim). Braccia a basso, bassissimo costo – impiegate spesso addirittura in condizioni di semischiavitù – per l’agricoltura e l’edilizia. Molti di loro, dunque, sono approdati nei campi del sud, a ridosso del confine israeliano, dove li ha colti la nuova guerra. Sono, così, dovuti scappare ancora, unendosi all’esodo generale. Una marea umana che sale vertiginosamente, al ritmo di quasi 100mila al giorno. La soglia del milione è stata ormai ampiamente oltrepassata. Quasi un quinto della popolazione, contando l’oltre 1,5 milioni di siriani rifugiati da più di un decennio.

«Immagina che in Italia, dieci milioni di persone siano sfollate in poco più di due settimane… È una situazione estrema. E in simili contesti, purtroppo, si scatena la più tragica delle guerre: quella fra poveri. Non mi sorprende, dunque, che molti centri escludano i migranti. Anche vari vicini si sono lamentati della nostra scelta: “Con tanti libanesi senza casa, perché ospitate gli africani?”. La risposta non è mai cambiata in tre anni che siamo qui. Accogliamo quelli che “non trovano posto” nella società. Di qualunque nazionalità, fede, ideologia», sottolinea padre Luis Montes, argentino di nascita, con decenni di esperienza in Medio Oriente come missionario del Verbo Incarnato. Nel 2023 si è trasferito in Libano dove ha aperto la “casa degli scartati”, aiutato da un gruppo di giovani consacrati dei Nazarenos perseguidos. Tossicodipendenti, disabili psichici, vittime di violenza domestica, chiunque venga tagliato fuori dal sistema è benvenuto. Persone come Alexis, trovato due anni fa a vagabondare per strada e incapace di parlare. «Non ha potuto dirci neanche il suo nome. Lo abbiamo chiamato noi così. Ci abbiamo messo otto mesi a scoprire quello vero, quando la madre è riuscita a ritrovarlo: Mohammed. Ma lui preferisce Alexis e ha deciso di restare con noi», aggiunge, mentre il giovane si avvicina per mostrare il paio di scarpe appena ricevute. Ce ne sono una cinquantina a Saint Germaine. Da più di due settimane convivono con ottanta sfollati africani.
«Non siamo noi a fare distinzioni. I coordinatori dell’accoglienza ci inviano i migranti sfollati direttamente qui perché altrove non li vogliono – afferma il sacerdote –. Ci avevano chiesto la disponibilità per quaranta. Alla fine della scorsa settimana, ce ne siamo trovati altrettanti davanti ai cancelli. La voce si era sparsa». «Mia moglie l’ha saputo da un’amica. E ci siamo precipitati – dice Amad, anche lui dell’Eritrea, bracciante nelle piccole comunità agricole del Libano meridionale da sedici anni –. Con tre bimbi piccoli, era difficile continuare a dormire per strada».
Nur è rassegnato. «Almeno non fa tanto vento come vicino al mare», dice, indicando l’incerato sotto cui si rannicchia insieme alla moglie, ai due bimbi, al fratello e alla sua famiglia. Undici persone in totale accampate in uno slargo di Ramlet al-Baida a meno di un chilometro dall’omonima spiaggia nel sud di Beirut. «I centri sono strapieni. Anche tanti libanesi sono fuori», aggiunge il quarantenne, originario di Aleppo, che ha lasciato nel 2020. Da allora vive a Dahiyeh, roccaforte di Hezbollah. In realtà, ci viveva fino al 2 marzo. I continui raid hanno svuotato l’intera “periferia” – questo il significato del nome – meridionale. I più fortunati hanno trovato alloggio da parenti e conoscenti. Qualcuno è riuscito ad affittare un appartamento nella metà opposta della città. «I conflitti, purtroppo, sono un ottimo affare per gli speculatori. I costi degli affitti sono triplicati». Il ministero per gli Affari sociali ha allestito 620 rifugi in scuole, centri comunitari e edifici pubblici in tutto il Paese. Perfino nello stadio Camille Chamoun della capitale. Ma lo spazio non è sufficiente: finora, appena il 15 per cento degli evacuati ha trovato posto.
Ora, l’ordine israeliano di lasciare l’area di Tiro rischia di moltiplicare il flusso all’esponente. «I centri sono già al limite della propria capacità», dice Basma Alloush, rappresentate di International rescue committee, una delle organizzazioni impegnate a mandare avanti la malandata macchina dell’accoglienza nel Libano in perenne crisi economica. «La gran parte delle strutture non è attrezzata. Ci sono, in media, cinque famiglie per stanza e un bagno ogni 75 persone. Mancano le cucine. Alcuni rischiano la vita per tornare nel proprio appartamento a fare una doccia o a prepararsi un pasto caldo – aggiunge –. Comunque, stanno meglio dei troppi rimasti in mezzo alla strada».
Il traffico di Beirut, già caotico, è ora in tilt per le file di auto sparse ovunque in cui dormono gli sfollati. Altri si concentrano sotto i ponti, nelle piazze, nei giardini pubblici. Di fronte ai grattacieli esclusivi della zona residenziale, il lungomare è una distesa di tende. La metropoli, l’intero Libano sembrano uno sterminato campo profughi. Almeno, però, il bel tempo regge da 48 ore. Magari i teli ancora umidi riusciranno ad asciugarsi. Fino alla prossima pioggia.


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