Fair play: che bella lezione dal baseball (e il calcio dovrebbe prendere appunti)

Il Venezuela vola in finale, l’Italia esce con un esempio che vale più del punteggio. Ve la raccontiamo
March 18, 2026
Francisco Cervelli dopo la sconfitta col Venezuela
Francisco Cervelli dopo la sconfitta col Venezuela
«I sogni muoiono all’alba» recitava il titolo di un film degli anni Sessanta, tratto da un’opera di Indro Montanelli. L’altra notte a Miami le aspirazioni iridate della nazionale italiana di baseball sono sfumate un po’ prima: dopo aver travolto squadroni come Messico, Usa e Portorico, gli azzurri si sono fermati in semifinale, rimontati e battuti 4-2 dal Venezuela, che ora si giocherà la finalissima del World Baseball Classic, una sorta di campionato mondiale, proprio contro gli Stati Uniti. Una sfida-matrioska che finirà per inglobare nell’evento sportivo anche la voglia di rilancio di un Paese e di un popolo che Washington ha da poco “liberato” dal dispotismo di Nicolàs Maduro, consentendo tuttavia al resto del regime chavista che lo governava di restare in sella per poter definire nuovi accordi petroliferi. «Wow! Ultimamente stanno succedendo cose positive al Venezuela! Chissà cos’è tutta questa magia? Diventare il 51/o stato, qualcuno ci crede?», ha commentato con enfasi il presidente Donald Trump sulla piattaforma social “Truth”.
Ora, benché sia tipico dei presidenti-tycoon attribuirsi poteri salvifici, se c’è qualcosa che in Venezuela esisteva ben prima dell’arrivo delle forze speciali Usa, quello è il béisbol. Già alla fine dell’Ottocento, studenti venezuelani rientrarono nel Paese portando mazze, guanti e il necessario per praticare un gioco codificato a New York solo pochi decenni prima. Il 23 maggio 1895, su un campo di Caracas, ebbe luogo il primo match fra i Rojos e gli Azules. Da allora, la nazione del Caribe di lanciatori e battitori fuoriclasse ne ha sfornati a migliaia, creando nel 1941 un campionato professionistico e trionfando più volte ai mondiali. Chi scrive è tifoso dei Leones e ha visto l’entusiasmo che avvolge la nazionale Vinotinto (dal colore rosso scuro della casacca), ogni volta che si schiera sul diamante. Perché in ogni barrio venezuelano i bambini sognano due cose: segnare un gol o battere un fuoricampo. Uno di quei niños, il valenciano Francisco Cervelli, da grande è diventato un campione degno delle World series. Oggi è manager della nazionale azzurra, che sta allenando con saggezza e competenza. Per lui (che ha il papà italiano, di Bitonto, e festeggia ogni homerun della squadra con un caffè a bordo campo) e per diversi giocatori, come Michele Vassaloti, Italia-Venezuela è stato il derby della vita, vissuto col corazon diviso a metà. E quando il miraggio della finale è svanito, l’amarezza per il ribaltone non ha impedito a Francisco, dopo il nono inning, di fare i complimenti agli avversari. Una piccola grande lezione di fair play che arriva da uno sport qui da noi ritenuto “minore”, eppure capace (al pari del rugby e di altre discipline) di gesti di correttezza leggendari.
Una lezione da tenere a mente, di fronte a scene che arrivano invece dall’amatissimo, ma a volte mefitico, universo del football nostrano, dove un calciatore interista festeggia in diretta l’espulsione di un avversario juventino ottenuta simulando o dove il tecnico della Roma volta le spalle e non stringe la mano al collega del Como, dopo una sconfitta ritenuta immeritata. Un fotogramma, quello del “gran rifiuto” di Gian Piero Gasperini, che in questi giorni ogni baby calciatore di casa nostra ha visto passare in tv e che sarà arduo togliergli di mente, ogni volta che su un campetto di periferia – dopo aver perso – il mister gli chiederà di stringere la mano a chi lo ha battuto. Perciò, per oggi è bello dire viva gli azzurri del baseball, anche se hanno visto sfumare il sogno della finale mundial, e viva il manager italovenezuelano Fran Cervelli, che oltre al sale in zucca (nomen omen), con la sua passione e il suo contegno onora tutto lo sport.

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