Il nucleare, i trattati scaduti e noi che scherziamo con il fuoco

Dagli anni '70 dello scià alle tensioni odierne: tra narrazioni allarmistiche, accordi smantellati e deterrenza, il dossier iraniano riflette la crisi globale del controllo atomico /Ansa
March 19, 2026
Il nucleare, i trattati scaduti e noi che scherziamo con il fuoco
Esperti iraniani visitavano nel 2004 l'impianto nucleare di Isfahan, nell'Iran centrale, utilizzato per la conversione dell'uranio, oggi sottoposto a bombardamenti /Ansa
Sul poster in bianco e nero campeggia, sorridente, lo scià Reza Pahlavi, in alta uniforme, ricoperto di medaglie di varia foggia e misura. La didascalia, a caratteri cubitali, sfida il lettore: «Indovina chi sta costruendo centrali nucleari». Il testo spiega che lo scià dell’Iran è seduto sopra una delle più grandi riserve di petrolio del mondo, e ciononostante sta costruendo due centrali nucleari e ne sta progettando altre due per fornire elettricità al suo Paese. «Sa che il petrolio si sta esaurendo – e anche il tempo». Siamo negli anni ’70 del secolo scorso, quando, negli Stati Uniti, l’Iran in corso di “nuclearizzazione” era portato come esempio per vincere le resistenze di quanti, in America, dubitavano della sicurezza degli impianti nucleari. Nel 1979 ci sarà l’incidente della centrale nucleare di Three Mile Island, in Pennsylvania.
Il presidente Eisenhower aveva lanciato, nel 1953, dopo l’indicibile orrore di Hiroshima e Nagasaki, il programma “Atomi per la pace”, per promuovere gli usi pacifici dell’energia nucleare, quali produzione di elettricità, ricerca scientifica, applicazioni in medicina (radioterapia, diagnostica). Il programma prevedeva la condivisione di tecnologie e materiali nucleari con altri Paesi, sotto controllo internazionale (nel 1957 nascerà l’Agenzia internazionale per l’energia atomica) e l’obiettivo fondamentale consisteva nel ridurre la corsa agli armamenti nucleari. Una sorta di democratizzazione pacifica dell’atomo. Clausole di collaborazione che transitarono nel Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp), in vigore dal 1970. Molta acqua è passata sotto i ponti, e nel 2026 la questione nucleare campeggia sullo sfondo dell’attacco israeliano-americano all’Iran.
Il presidente Trump ha affermato che l’Iran fosse a sole due settimane dal fabbricare un’arma nucleare. Ora, è da quando cominciano i miei ricordi in carriera diplomatica, nel lontano 1984, che queste famose due settimane ci separano dall’atomica di Teheran. Viene in mente il titolo del film con Hugh Grant e Sandra Bullock, Two weeks notice (Preavviso di quindici giorni), oppure la famosa promozione sui divani che finisce “la prossima domenica”, ormai da diversi anni. È, peraltro, proprio questa fantomatica data di scadenza che da oltre un decennio e più costituisce il nucleo della narrazione di Netanyahu, che il 30 aprile 2018, con una teatrale presentazione di diapositive volutamente allarmanti, sostenne con successo la necessità per Trump di ritirarsi dall’accordo nucleare con l’Iran del 2015. Un accordo fondamentale, frutto di un capolavoro diplomatico, che era stato firmato dopo un negoziato faticoso e complesso durato ben 10 anni. Fu quello l’inizio di un lento ma inesorabile scivolamento verso la guerra di oggi. Non conta che l’Iran – e non Israele – sia membro del Trattato di non proliferazione nucleare, e che avrebbe tutto il diritto di arricchire l’uranio per scopi civili. Israele non lo ha mai accettato, essendo peraltro esso stesso uno Stato dotato di armi nucleari illegali e non dichiarate. Il Trattato di non proliferazione prevede, tra l’altro, il disarmo nucleare, che in questo momento appare come una chimera diplomatica. Un altro vicino ingombrante dell’Iran, il Pakistan, è uno Stato nucleare illegale, ma dichiarato.
Trump si è detto certo che Israele non userebbe mai l’arma nucleare nel conflitto con l’Iran. La dichiarazione ha avuto un effetto simile all’ironico titolo di un libro del linguista George Lakoff, Non pensare all’elefante: tentiamo di non pensare quell’elefante, ma proprio per questo esso prende forma nella nostra immaginazione. Negli scorsi decenni, un notissimo studioso, Kenneth Waltz (il teorico del “neorealismo” nelle relazioni internazionali) aveva assunto posizioni controverse rispetto all’arma nucleare, arrivando persino a ritenere che la sua diffusione, aumentando la deterrenza reciproca, avrebbe, in certi casi, portato a condizioni di stabilità. Waltz, in particolare, sostenne proprio le ragioni per l’Iran di fabbricarsi per davvero la bomba atomica. C’è chi indica il caso della Corea del Nord, che – grazie al possesso dell’arma nucleare (illegale ma conclamata) – avrebbe stipulato una sorta di polizza assicurativa contro ogni tentativo di cambiamento di regime. Oggi questa tesi pericolosa rischia di riguadagnare credibilità. Non solo in Europa c’è la prospettiva dell’estensione dell’ombrello nucleare francese sui Paesi del Nord, ma financo in Giappone – l’unico Paese contro cui l’arma nucleare è stata usata nel corso di un conflitto – si è riacceso il dibattito su questo tema drammatico. Tutto ciò avviene mentre, per la prima volta nella storia dell’era atomica, il mondo, tra trattati scaduti, non entrati in vigore o non rispettati, è privo di un meccanismo credibile per la limitazione delle armi nucleari. L’attacco all’Iran si iscrive in questo scenario teso, al punto che si può dire, e non solo in senso metaforico, che questa volta stiamo davvero scherzando con il fuoco.

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