L'ordine mondiale è morto, ma la guerra non è destino
A Davos il primo ministro canadese Mark Carney ha certificato la fine dell’ordine liberale. Ma tra “fine della storia” e scontro di civiltà esiste un’altra narrazione: la convivenza possibile

L’intervento del primo ministro canadese Mark Carney a Davos ha avuto un’ampia risonanza. Non tanto per la novità delle tesi espresse, quanto perché ha dato voce a una percezione diffusa benché spesso rimossa: l’ordine liberale globale è finito. E con lui l’illusione che la combinazione tra mercato globale, democrazia liberale e progresso tecnologico sarebbe coincisa con la “fine della storia”. Oggi quella narrazione non ha più presa. Anche perché a riempire le cronache dei nostri giorni è il ritorno della forza come criterio regolativo delle relazioni internazionali e sociali in un quadro altamente frammentato. Così il rischio è di finire travolti dalla narrazione opposta e ugualmente riduttiva dello “scontro delle civiltà”. Se la prima narrazione peccava di ingenuità ottimistica, la seconda può trasformarsi in una profezia (di sventura) che si autoavvera. Ridurre la complessità del mondo contemporaneo a blocchi culturali omogenei, inevitabilmente destinati a entrare in conflitto, significa legittimare la chiusura, la paura, la logica amico–nemico. Significa rinunciare in partenza a ogni spazio di mediazione, cooperazione, contaminazione. E soprattutto significa naturalizzare il conflitto, come se fosse un destino senza scampo, anziché il prodotto di scelte politiche, economiche e simboliche.
Il discorso di Carney avrebbe una forza ancora maggiore se fosse esplicitamente ancorato a un’altra immagine del mondo e del futuro: quella della convivialità delle differenze, cara a don Tonino Bello, ripresa poi nella Evangelii Gaudium dove papa Francesco parla del poliedro come modello “che riflette tutte le parzialità”. Non si tratta di metafore consolatorie o spiritualistiche, ma di categorie politiche nel senso più profondo del termine. La convivialità delle differenze non nega il conflitto, ma rifiuta l’idea che la differenza debba necessariamente tradursi in antagonismo distruttivo. Il poliedro, a sua volta, è l’opposto della sfera omogenea o della piramide gerarchica: è una figura in cui le diverse facce mantengono la propria specificità, contribuendo però a una forma comune. In un mondo irreversibilmente plurale, questa immagine suggerisce l’unica via ragionevole.
Il punto è che le narrazioni contano. Non sono semplici cornici retoriche, ma dispositivi cognitivi e simbolici che orientano l’azione. Aiutando a mettere ordine nel caos dell’esperienza, a distinguere ciò che è rilevante da ciò che non lo è, a definire l’agenda politica e la direzione di marcia. Esse influenzano le scelte politiche, economiche, istituzionali, ma anche le aspettative individuali e collettive. Una narrazione che vede il mondo come uno spazio inevitabilmente conflittuale tenderà a giustificare il riarmo, la chiusura, il protezionismo identitario. Una narrazione che riconosce l’interdipendenza e la pluralità come dati strutturali spingerà invece a investire in istituzioni multilaterali, in forme di cooperazione asimmetrica, in pratiche di traduzione culturale. Per questo non è indifferente quale racconto prevale nello spazio pubblico. La crisi dell’ordine globale non comporta necessariamente il trionfo del caos o della guerra permanente. Può anche essere vista come una fase di transizione, dolorosa ma feconda, verso un mondo policentrico. Ma per andare in questa direzione occorre un lavoro intenzionale sulle narrazioni. Senza ingenuità, certo: nessuno può ignorare i rapporti di forza, gli interessi divergenti, le tensioni internazionali. Tuttavia, il realismo non coincide con il cinismo. Rafforzare una narrazione alternativa allo scontro delle civiltà non significa negare i conflitti, ma collocarli dentro un orizzonte più ampio, in cui la competizione non diventa annientamento e la differenza non si trasforma in minaccia assoluta.
In questo senso, la convivialità delle differenze e il poliedro non sono utopie ireniche, ma criteri regolativi. Indicano una direzione di lavoro: costruire spazi comuni senza pretendere uniformità, riconoscere la pluralità senza scivolare nel relativismo paralizzante, tenere insieme identità e relazione. È una narrazione esigente, perché chiede istituzioni più sofisticate, leadership capaci di visione, cittadini meno prigionieri della paura. Ma è anche l’unica che consente di immaginare un futuro condiviso in un mondo complesso. Per questo, oggi, rafforzare questa narrazione è un compito politico e culturale urgente. Non come esercizio retorico, ma come investimento strategico. Le storie che raccontiamo sul mondo in cui viviamo contribuiscono a costruire il mondo che verrà. Se rinunciamo a raccontare una convivenza possibile, finiremo per abitare solo il conflitto. Se invece, senza ingenuità ma con lucidità, sapremo dare forza a una narrazione della pluralità generativa, potremo forse attraversare la fine di un ordine senza precipitare nella fine del senso.
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