Cuba è diventata focolaio di epidemie. E la minaccia di dazi aggrava la crisi

di Lucia Capuzzi, inviata all'Avana
La carenza di energia ha costretto a interrompere disinfestazione e raccolta di rifiuti. Le zanzare adesso si moltiplicano insieme ai virus di chicungunya, dengue e oropouche mentre mancano farmaci e reagenti
January 31, 2026
Due bambini cammino in un viottolo sterrato di una baraccopoli dell'Avana su cui si affacciano casupole di compensato e lamiera
A El Fanguito, quartiere-baraccopoli dell'Avana, oltre un migliaio di persone vive in condizioni di povertà estrema
«Qui a El Fanguito non si parla male della Rivoluzione. Perché Fidel Castro ci ha dato il poco che abbiamo. Non Raúl o l’attuale presidente Miguel Díaz-Canel. Fidel. Avevo 16 anni quando entrò all’Avana e ci liberò dalla dittatura di Batista. Ne ho 68 e da quasi cinque decenni mi impegno per tener vivo il sogno di giustizia che ci regalarono i ribelli della Sierra Maestra. Dobbiamo, però, ammetterlo senza timore: ora le cose non vanno bene. Soprattutto da quando è arrivato il virus». Martha non dice il nome della malattia che, dal 4 novembre, tiene il marito immobile sulla sedia sgangherata del patio. Ogni passo lo sfibra, la febbre va e torna come le chiazze rosse sulla pelle, i dolori alle articolazioni sono costanti. Sintomi comuni di chicungunya, dengue e oropouche, le epidemie che simultaneamente flagellano Cuba da mesi. Un drammatico esempio – sostengono gli esperti – di “arbovirosi combinata” causata dalla zanzara aedes. La specie è diffusa ai Tropici. Nell’isola, però, non è mai stata endemica. Almeno fino ad ora. I primi casi sono stati segnalati la scorsa estate. All’inizio, il governo cubano ha minimizzato o negato. Con il propagarsi dei contagi, a novembre, alla fine, ha dovuto ammettere il «complicarsi della situazione epidemiologica nazionale», come confermato anche dall’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms). L’emergenza pubblica è stata di breve durata: questa settimana il ministero della Salute ha dichiarato la fine della «fase critica» con un calo degli infettati del 29 per cento. Le cifre, però, sono oltremodo opache per la mancanza di reagenti in grado di rilevarli: i medici liquidano i pazienti sospetti con una diagnosi di «sindrome febbrile non specificata». Secondo stime indipendenti, un terzo della popolazione è stata colpita dal “virus senza nome”. I morti sono almeno diverse decine. Martha – come il resto del migliaio di residenti del quartiere-baraccopoli nel cuore dell’Avana - non sa cosa abbia contratto di preciso. Né le importa. Anche se il test fosse disponibile, farlo sarebbe inutile data l’impossibilità di comprare i medicinali specifici. «Vuole venire al centro sanitario? Sono rimaste solo le pareti. Dentro non c’è nulla, nemmeno la dottoressa che non si presenta dal 2022». La preoccupazione costante della donna è quella di racimolare pastiglie di paracetamolo per l’uomo con cui è sposata da 62 anni. «L’unico rimedio che posso sperare di trovare», spiega. Non che sia facile. «Sono iscritta a tre diversi gruppi WhatsApp e non ce l’ha nessuno…». Con le casse della sanità vuote come le farmacie in cui mancano il 70 per cento dei medicinali, il tam tam social è il principale canale di approvvigionamento sanitario. A prezzi, ovviamente, esorbitanti. Una scatola di analgesico sfiora i venti dollari. Quasi il triplo della pensione di Martha dopo 34 anni di lavoro come custode, operaia e centralinista. Per raccoglierli, ha fatto appello ai tre figli e sette nipoti. Invano. «Non ce n’è proprio», dice amareggiata, mentre svuota il sacchetto di plastica con cui è appena rientrata.
«Guardi con i suoi occhi: quattro succhi di frutta, un sapone, una confezione di cracker e una bottiglia di latte. Totale: 4.040 pesos, l’equivalente di dieci dollari, che non guadagno. Almeno, però, ho il latte per dare un po’ di forza a mio marito: non più di quattro cucchiai al giorno, altrimenti non dura…». Josefina nemmeno quello. L’anziana, a tre casupole di distanza, “cura” il virus con acqua e salvia e “offerte” a Ochún, divinità della “santería”, la religione nata dall’inculturazione forzata da parte degli schiavi dell’animismo africano nel contesto caraibico. C’è anche una sua corona di fiori fra quelle deposte sulle rive dell’Almendares nel consueto rituale presieduto da un gruppo di vicine vestite di bianco, il colore cerimoniale. La prossimità all’inquinatissimo fiume dell’Avana è il problema di El Fanguito. Nella stagione delle piogge, il letto si gonfia e le acque limacciose sommergono le baracche di lamiera e compensato, i viottoli sterrati, i cortili striminziti. Va avanti così da un secolo. Le differenti – spesso opposte – amministrazioni che si sono susseguite si sono limitate a ritocchi cosmetici per ridurre gli impatti. Una vera riqualificazione dell’area non è mai stata fatta. Con l’irruzione del virus, il quartiere-acquitrino ne è diventato un vivaio: praticamente tutti gli abitanti si sono infettati. Non si tratta di un’eccezione. I focolai sono ovunque per l’isola. Colpa della carenza di energia. La crisi va avanti da anni in seguito al sommarsi di diversi fattori: l’avaria progressiva degli impianti lasciati in eredità dai sovietici, l’irrigidimento dell’embargo Usa durante la prima Amministrazione Trump, la riduzione delle forniture di petrolio dall’alleato venezuelano in bancarotta cronica. Con l’intervento di Washington a Caracas i rubinetti sono stati definitivamente chiusi. Da ieri, poi, con l’ordine esecutivo firmato dal capo della Casa Bianca, la minaccia di dazi rende quasi impossibile trovare alternative. Già ora Cuba è in blackout permanente. O quasi. Senza carburante, i mezzi per la raccolta dei rifiuti sono fermi da mesi. L’immondizia riempie le vie ciottolate dell’Avana storica come i marciapiedi “borghesi” di El Vedado e il lungomare del Malecón. E, nelle discariche improvvisate, la zanzara aedes prolifera. Fumigare - con l’elettricità a singhiozzo – è diventato impossibile: l’indice di infestazione ha raggiunto quota 0,89 per cento, il livello cioè di rischio elevato.
Anche il mantenimento dell’igiene di base è diventato una sfida. Questo spiega perché, insieme a dengue, chikungunya e oropouche, si moltiplichino svariate infezioni respiratorie, dal Covid all’H1N1. Nel mentre il sistema sanitario è arrivato al collasso. L’era dei massicci investimenti nel settore – sostenuti dall’Urss – è finita da tempo. Nel 2025, il governo Díaz-Canel ha destinato alla salute – e all’educazione – un undicesimo di quanto speso per il turismo, settore ormai in perdita. Un crudele paradosso per un Paese che la Revolución si era sforzata di trasformare in potenza sanitaria. Tanto da “esportare” medici: tuttora 24mila sono in missione – remunerata – in varie nazioni del pianeta. In patria, invece, il personale scarseggia. Nel giro di tre anni, 30mila dottori hanno lasciato l’isola unendosi all’esodo maggiore della storia dell’isola. Altri 70mila operatori si sono dimessi poiché il salario – trenta dollari scarsi nella migliore delle ipotesi – non consente di sopravvivere data l’impennata dei prezzi. Miguel ha provato a fare l’infermiere part time. Dall’estate scorsa, però, ha smesso per trascorrere tra le 10 e le 12 ore quotidiane sul bici-taxi, la risposta nazionale alla mancanza di benzina. Pedalando in media per sette chilometri al giorno, il 30enne guadagna circa 8 dollari. La metà di quanto riceveva per un mese di lavoro in ospedale. «Certo, non è la stessa cosa. Mi piaceva assistere le persone. Però almeno ora riesco a mangiare»

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