Il caso di Niscemi e come si deve spostare un paese
Anche se le nuove abitazioni sono più sicure e moderne, il rischio è trasferire le persone senza la comunità. Per questo è essenziale preservare la continuità delle relazioni sociali

La frana a scorrimento che ha colpito Niscemi è ancora in fase di evoluzione. Gli sfollati vivono in strutture di fortuna, la quotidianità è sospesa e tuttavia il tempo dell’analisi delle cause non può più restare separato da quello delle ipotesi per il futuro. Mentre l’emergenza impone risposte immediate - evacuazione, assistenza, protezione - diventa necessario guardare oltre. Già dopo la frana del 1997, gli esperti indicarono con chiarezza la necessità di delocalizzare almeno una parte dell’abitato in aree più sicure e di intervenire con opere di consolidamento, a partire da sistemi di drenaggio capaci di evitare la saturazione dei terreni argillosi. Poco o nulla è stato fatto, nonostante la città sorga ai margini di una scarpata classificata da anni ad alta pericolosità. La terra si muove e impone domande che vanno oltre l’evento contingente: restare o spostarsi? E, soprattutto, come farlo senza perdere dignità, legami, futuro?
La letteratura urbanistica e sociale ci ricorda che spostare un insediamento non è come smontare un prefabbricato e rimontarlo altrove. È piuttosto come reinventare una comunità, prestando attenzione ai rapporti di fiducia, alle economie locali, alle memorie condivise. La storia recente offre esempi diversi. In alcuni casi, come a Valdez in Alaska o a Valmeyer negli Stati Uniti, la rilocalizzazione è stata l’unica risposta possibile a un rischio non mitigabile; in altri, lo spostamento ha prodotto ferite sociali profonde e durature. A Kiruna, in Svezia, il trasferimento del centro urbano è stato causato dall’espansione progressiva dell’attività mineraria sotto l’abitato, forzando gli abitanti a spostarsi poco distante. Spostare un paese non significa dunque trasferire edifici, ma affrontare un processo sociale complesso che mette in gioco legami, identità, lavoro e memoria collettiva. Su questo nodo è decisivo il contributo dell’antropologo e sociologo dello sviluppo Michael M. Cernea, per oltre vent’anni senior advisor alla World Bank. Cernea ha mostrato come lo spostamento, se governato solo come operazione tecnica, produca quasi sempre impoverimento: perdita della casa come spazio di vita e di relazione, marginalizzazione sociale, dissoluzione delle reti di mutuo aiuto. Anche quando le nuove abitazioni sono più sicure o più moderne, il rischio è quello di trasferire le persone senza trasferire la comunità. Per questo è essenziale preservare la continuità delle relazioni sociali (quanto sono preziosi i vicini di casa e i legami di amicizia) evitando dispersioni e ricollocamenti individuali e mantenendo, quando possibile, un legame territoriale e simbolico con il luogo di origine. Al centro non devono esserci solo le abitazioni, ma la ricostruzione dei mezzi di vita, dei servizi, degli spazi pubblici e delle economie locali. Senza lavoro e funzioni, il nuovo insediamento rischia di diventare un dormitorio. Una scelta drammatica ma talvolta necessaria, se si vogliono salvare vite umane, che non riguarda solo Niscemi. Secondo il Rapporto ISPRA 2024 sul dissesto idrogeologico, il 94,5% dei comuni italiani è esposto ad almeno un pericolo naturale e quasi sei milioni di persone vivono in aree a rischio frana. Oltre il 23% del territorio nazionale è classificato a pericolosità idrogeologica elevata o molto elevata. L’Italia resta il Paese europeo con il maggior numero di frane censite: oltre 620mila fenomeni, con sei milioni di persone esposte. A questo si aggiunge il consumo di suolo, particolarmente grave nelle regioni meridionali, dove la cementificazione continua ad avanzare proprio nelle aree più fragili.
Questi numeri ci dicono che la prevenzione non è un’opzione, ma una necessità civile ed etica. Prevenire significa cura costante del territorio, manutenzione, monitoraggio scientifico che si traduca in scelte concrete e risorse adeguate. Tutte cose che sapremmo fare, con competenza e rigore, perché non mancano competenze alte. Ma vanno messe a terra, trasformate in politiche e in azioni, superando fatalismi e contrastando il brutale disinteresse di chi vuole solo fare profitto. Quando non è più possibile restare, la sfida non è solo dove andare, ma come farlo. È su questo terreno, prima ancora che su quello tecnico, che si misura la responsabilità delle politiche pubbliche e la qualità della nostra idea di sviluppo. E anche la capacità di rispondere alle sfide della crisi climatica e del dissesto idrogeologico, senza rimandare quella grande Opera pubblica collettiva che si chiama prevenzione.
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