Allo sport chiediamo ciò che la politica non vuole fare
Le gare tra atleti non sono in grado di sostituire la diplomazia, rimediare alle ingiustizie, porre
fine ai conflitti, ma possono ricordare che la guerra non è l’unica grammatica delle relazioni umane

Pierre de Coubertin, nella sua testarda e visionaria opera di ricostruzione dell’olimpismo moderno, attinse all’antichità greca selezionando ciò che gli serviva per fondare un mito pedagogico. Molto presto, inevitabilmente e indipendentemente dalla volontà del barone, lo sport si trasformerà in uno strumento di geopolitica, come peraltro era anche nella Grecia dei tempi antichi. Per 292 edizioni e 1168 anni di storia (un tempo equivalente a quello che passa dalla morte di Carlo Magno ai gol di Paolo Rossi al Mundial spagnolo) lo sport non aveva mai fermato nessuna guerra, ma mai la guerra aveva fermato lo sport. Nel 1916, invece, per la prima volta di una millenaria storia sportiva, succederà: dopo solo vent’anni dal loro ripristino, i Giochi, quell’anno assegnati a Berlino, non si disputeranno a causa della Prima guerra mondiale.
Passeranno altri vent’anni e l’olimpismo conoscerà l’apice della sua politicizzazione con i Giochi di Berlino 1936, quelli che un titubante Adolf Hitler accetterà di organizzare su consiglio del suo ministro della propaganda Joseph Goebbels, per celebrare la superiorità della razza ariana. Come noto la “festa”, nonostante un’organizzazione sontuosa che affascinò perfino lo stesso De Coubertin che invio una controversa lettera di complimenti al Führer in persona, venne rovinata da un ventitreenne originario dell’Alabama, Jesse Owens. Il dado, tuttavia, era tratto. L’indissolubile intreccio fra sport e politica, nato millenni prima, aveva ritrovato il suo pieno vigore. Pochi anni dopo quelli di Berlino 1936 la più grande e devastante guerra del pianeta fermerà per altre due volte lo sport olimpico.
Nel 1940 e nel 1944 parleranno le armi, non lo sport anche se, per paradosso, i Giochi fermati dalla Seconda guerra mondiale diventeranno gli unici disputati solo da prigionieri, per di più nel Paese simbolo di quell’epoca disgraziata, la Germania nazista. Quel che restava dei Giochi si tenne, in qualche modo e in gran segreto, sul finire dell’estate del 1944 in uno Stalag (così si chiamavano i lager riservati ai prigionieri di guerra). Non rinunciarono al sogno olimpico, infatti, i prigionieri jugoslavi, belgi, olandesi, francesi, norvegesi, britannici, polacchi dello Stalag di Langwasser, oggi un quartiere di Norimberga. A uno di loro, Teodor Newiadomski, dobbiamo non solo l’idea, ma anche memorie e cimeli (si trovano oggi nei musei dello sport di Varsavia e Danzica) dell’unica edizione dei Giochi, sebbene non ufficiale, disputata in un campo di prigionia.
Grazie al cielo le guerre prima o poi finiscono e nel 1948 a Londra, ripartono i Giochi Olimpici che fino ad oggi, resistendo ad attentati, boicottaggi, epidemie, guerre fredde, ad alta o a bassa intensità, non si fermeranno più. Lo sport è così diventato sempre più il luogo in cui pronunciare parole di pace, anche quando la politica resta muta, impotente o paralizzata. Il Comitato Olimpico Internazionale assume un ruolo centrale in questa narrazione, tanto che dal 1993, ad ogni edizione dei Giochi, rilancia la tregua come fondamento etico dell’olimpismo, accompagnandola con appelli solenni e rituali civili. La tregua olimpica nella sua versione moderna nasce negli anni Novanta, da un trauma concreto: la guerra nei Balcani, Sarajevo assediata, una città olimpica trasformata in bersaglio. Da allora ogni edizione dei Giochi, è accompagnata da una risoluzione che invita alla sospensione delle ostilità. È un atto volontario, privo di sanzioni, privo di uno Zeus che punisca i trasgressori.
Dal 1993 anche l’ONU approva, prima di ogni edizione dei Giochi, una risoluzione sulla tregua olimpica. È sempre la stessa, ha sempre lo stesso nome Building a peaceful and better world through sport and the Olympic ideal (Costruire un mondo pacifico e migliore grazie all’ideale Olimpico). Ogni due anni, ricompare, incrollabile e spesso approvata all’unanimità, svelando l’equivoco che diventa politico. Quella risoluzione non è vincolante, non produce effetti reali sui conflitti in corso. E soprattutto sposta l’asse della responsabilità: mentre la politica internazionale fallisce, allo sport viene chiesto di colmare quel vuoto. Il CIO, però, non è un soggetto eletto, non risponde a un mandato democratico, non è sottoposto a controllo politico, non assume responsabilità paragonabili a quelle degli Stati. Eppure, agisce come un attore politico globale, capace di orientare agende, linguaggi, immaginari, dialogare con governi e regimi, decidere sedi e investimenti senza dover rendere conto delle conseguenze politiche delle proprie scelte. I grandi eventi sportivi finiscono così per funzionare come enormi dispositivi di compensazione morale.
Celebriamo valori universali negli stadi mentre, fuori, la guerra continua a essere normalizzata e accettata come rumore di fondo. Ci affidiamo ai riti perché non sappiamo, o non vogliamo, affrontare la realtà. Lo sport non ha mai fermato le guerre quando Zeus era una presenza reale e temuta; è difficile pensare che possa farlo ora, in un mondo secolarizzato, dominato dalla realpolitik e da conflitti asimmetrici. Eppure, continuiamo retoricamente a chiederglielo. Nella Grecia antica nessuno chiedeva allo sport di redimere il mondo, nessuno trasformava i Giochi in una scorciatoia etica. Per questo oggi occorre dirlo con chiarezza: non si può affidare allo sport il compito di fare ciò che la politica non riesce, o non vuole, fare. Non si può chiedere agli atleti di fermare le guerre se i Paesi da cui sono partiti non sono disposti a farlo con decisioni politiche, atti diplomatici, scelte concrete. Lo sport può educare, ispirare, aprire spazi simbolici, ed è certamente un atto politico, ma non può né deve sostituirsi alla politica. La storia recente lo dimostra: la tregua non ha impedito invasioni, né fermato bombardamenti. Non ha salvato Sarajevo, né Kiev, né Gaza e fra mille ipocrisie il CIO ha usato a corrente alternata e con intollerabili doppie morali anche il suo potere sanzionatorio, quello di impedire la partecipazione ai Giochi a chi vìola la tregua o la Carta olimpica, proprio come successe a Sparta nel 420 a.C.
La tregua, tuttavia, continua a essere proclamata, citata, invocata, richiamata a piena voce. Forse perché, pur nella sua fragilità, conserva un valore pedagogico, affermando un principio: quello che ricorda come la competizione regolata sia preferibile alla violenza cieca, che esiste, almeno simbolicamente, uno spazio in cui l’altro non è un nemico da eliminare, ma un avversario da riconoscere. Scontato, forse, ma importante, con il rischio, tuttavia, di chiedere allo sport ciò che compete ad altri. Lo sport non sostituisce la diplomazia, non rimedia alle ingiustizie strutturali, non mette fine alle guerre, ma può ricordarci, ostinatamente, che la guerra non è l’unica grammatica possibile delle relazioni umane. Probabilmente è questo ciò che intendevano i nostri antenati Greci con la tregua olimpica, non una soluzione, ma una domanda aperta: esiste un modo diverso dalla guerra, dal procurarsi la morte, per vivere? Oggi, più che mai, vale la pena di tenere accesa, insieme al fuoco olimpico, anche questa domanda. Non per illusione o per rassegnazione, ma per costringere qualcuno a rispondere.
Questo articolo prosegue la riflessione sul significato della tregua olimpica, l'articolo precedente è stato pubblicato il 30 gennaio 2026, ed è disponibile qui
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