Un nuovo umanesimo condiviso per le «cose ultime» dell’esistenza
Sulla soglia di una svolta nichilistica della storia, come quella attuale, non è forse necessario interrogarsi tutti sul destino dell’umana creatura, che va oltre la semplice domanda sul futuro?

Mi avvio alla chiusura di queste riflessioni sulle “cose ultime”, dalla vecchiaia alla morte, alla risurrezione e alla vita eterna. Man mano che mi accingevo a scrivere, mi chiedevo se non fosse importante coinvolgere anche gli amici laici. Sono temi formidabili, che ci sovrastano tutti. E sempre di più. Questo tempo che vede prevalere l’insensato potere della forza bruta, che cerca di possedere distruggendo, ci interroga sul vuoto di “progettualità” umana che trafigge la storia nella quale siamo coinvolti, con i segni inquietanti di una congiuntura che il senso comune vive come avvento dell’apocalisse. La sapienza religiosa sa che nei segni dell’apocalisse è nascosta una “rivelazione”, la cui decifrazione è difficile, ma indispensabile. Forse è vero che «solo un dio ci può salvare» (M. Heidegger). Sulla soglia di una svolta nichilistica della storia, come quella attuale, non diventa necessario interrogarsi tutti sul destino dell’umana creatura, che va oltre la semplice domanda sul futuro? E la domanda non ci coinvolge tutti, noi umani: credenti, non credenti, o diversamente credenti quanti siamo?
Mi è capitato di parlarne con interlocutori estranei a una identificazione o appartenenza religiosa. Ne ho constatato l’interesse. Ultimamente un’amica mi ha consegnato una breve riflessione di Habermas – appena scomparso, lui stesso – a proposito del funerale di un suo amico non credente, Max Frisch, il quale volle che il suo funerale venisse celebrato nella Chiesa abbaziale di San Pietro a Zurigo, ma senza prete e senza benedizione: una cerimonia chiaramente laica, ma in un luogo sacro. Habermas scrive che questa scelta «documenta pubblicamente il fatto che la modernità illuminata, non ha ancora trovato un equivalente adeguato alla gestione religiosa dell’ultimo rite de passage che conclude una storia di vita». Insomma, una malinconia per qualcosa di irrimediabilmente perduto. E conclude: «Non possiamo eludere l’alternativa tra una prospettiva antropocentrica e uno sguardo che, dalla distanza di un pensiero teocentrico o cosmocentrico, relativizza l’uomo. Tuttavia, fa differenza se si dialoga gli uni con gli altri oppure ci si limita a parlare gli uni degli altri». Ha ragione Habermas: eccome se fa differenza «dialogare gli uni con gli altri» su temi come questi! A dire il vero, da diverso tempo non mancano “laici” che affrontano il tema della morte e dell’oltre, da Heidegger a Simone de Beauvoir, da Sartre a Bobbio, da Gadamer ad Habermas, da Severino a Reale a Cacciari, da Violante a Polito, a Schiavone. E si potrebbe continuare. Mi fermo su Schiavone per raccogliere il suo appello ai credenti.
Lui è non poco preoccupato – e lo sono anch’io – per l’ambiguo rapporto che le tecnologie emergenti hanno stabilito anche con la morte. L’uomo contemporaneo – scrive Schiavone – a motivo della potenza della tecnica, sta prendendo sempre più il controllo della sua forma biologica sino alla pretesa di riappropriarsi del proprio destino: «Somigliare a Dio non sarebbe la condizione di partenza (questo ci farebbe cadere in un creazionismo del tutto implausibile), ma la stazione di arrivo, da un certo punto in poi da noi stessi voluta e guadagnata: ciò che potremmo chiamare non più laicamente il nostro destino, ma religiosamente la nostra prospettiva escatologica».
In effetti, ci troviamo di fronte a un mutamento sconvolgente che interroga tutti, compresi i credenti. Dovrebbero essere i primi. La tecnologia è a tal punto invasiva da modificare radicalmente la qualità “naturale” della morte: appare verosimile – conclude Schiavone – che saremo sempre più noi stessi a decidere quando, come, e, in futuro più lontano, addirittura se morire (c’è chi pensa a un legame sempre più stretto tra tecnica e immortalità). Papa Leone lo ha già rilevato: «Molte visioni antropologiche attuali promettono immortalità immanenti, teorizzano il prolungamento della vita terrena mediante la tecnologia. È lo scenario del transumano, che si fa strada nell’orizzonte delle sfide del nostro tempo» (10 dicembre 2025). Sacrosanto l’invito di Schiavone ad allargare il dibattito visto che nel giro di qualche generazione potremmo avere sulla terra una specie umana “post-naturale”. Su questa scia – prosegue Schiavone – avremo una rivoluzione culturale che ritiene la morte non più affidata ad una naturalità immodificabile, ma alle nostre stesse mani: «Avere vite molto più lunghe e compiute, dire “basta, ho finito”, potrà anche diventare una scelta condivisa da molti» (AA.VV., Che cosa vuol dire morire, pp.8-9). C’è l’urgenza di un “nuovo umanesimo” che contrasti lo sbilanciamento fra una scienza e una tecnica sempre più potenti ed una politica, un’etica, un diritto, sempre meno capaci di offrire una cornice di regole mature e adeguate in grado di difendere l’umano. E avverte: «Stiamo correndo rischi enormi!». Come non dargli ragione? Davide Sisto, ad esempio, ha pubblicato un volumetto, Vivere per sempre, con un eloquente sottotitolo: L’Aldilà ai tempi di ChatGPT . L’autore riprende il neologismo “foreverismo” (foreverism) di cui Grafon Tanner, uno studioso americano, si è appropriato per indicare la specifica strategia adottata dal capitalismo e dal marketing in vista di una osmosi completa tra passato e presente. Insomma, possiamo avere un “per sempre” garantito dalla tecnologia. Ma ancor più preoccupante mi pare sia la prospettiva del “post-umano” che continua a guadagnare terreno.
Ricordo ancora lo smarrimento dei partecipanti all’assemblea della Pontificia Accademia per la Vita sulla robotica – siamo nel 2019 – davanti alla convinta affermazione dello scienziato giapponese Ishiguro: “noi siamo l’ultima generazione organica, la prossima sarà inorganica, forse al litio”. È vero, comunque, anche a parte delle battute ad effetto, che ci troviamo in una condizione nella quale la velocità della tecnica è incomparabile rispetto alla lentezza delle scelte umanistiche. Come non essere pensosi davanti ad affermazioni come questa di Elon Musk: «Penso che la semi-immortalità sia una questione facilmente risolvibile; l’invecchiamento può essere alterato con gli strumenti biologici giusti. Il nostro corpo è estremamente sincronizzato nella sua età, proprio come un programma. Quindi se riusciamo a cambiare il programma si potrà vivere più a lungo». E Mark Zuckerberg, il patron di Meta, ha promesso 3 miliardi in dieci anni per i programmi medici della sua fondazione, per trovare i modi per «guarire, prevenire e gestire tutte le malattie da qui alla fine del secolo». E che dire di Peter Thiel, il fondatore di Palantir, quando afferma: «Io mi ribello all’ideologia dell’inevitabilità della morte di ogni individuo»? (L’educazione di un libertario).
Aldilà di tali posizioni estreme, vero è che la potenza della tecnica è enorme e non basta contentarsi di mettere paletti e confini alla ricerca. Laici e credenti debbono responsabilmente impegnarsi in una riflessione etica che riequilibri lo strapotere della tecnica. Non si tratta di bloccare lo sviluppo tecnologico. Ma neppure di lasciarlo solo. L’orizzonte da percorrere in maniera decisa è l’umanizzazione della tecnica, non la tecnologizzazione dell’uomo. Sulle “cose ultime” le tecnologie emergenti sfidano in maniera radicale l’antropologia. In queste ultime settimane abbiamo cercato, in questo giornale, di affrontarle. Ed ho avuto anche personalmente non pochi riscontri positivi. È urgente parlarne. Già a suo tempo, Hans Hurs von Balthasar, lamentava che il cantiere del pensiero teologico sull’escatologia fosse fermo. È vero che qua e là appare qualche apertura. Ma il cammino è arduo e richiede larghe alleanze tra le diverse culture e i diversi credo. Tanto più che ci troviamo nel mezzo di un cambiamento d’epoca – come mai avvenuto nella storia – nel quale l’umano comune è messo a dura prova. Per i cristiani è bene ripartire dalla Bibbia che già nella sua prima pagina, ricorda che Dio ha posto la vita – quella umana ed anche quella dell’intera creazione – nelle mani dell’umanità, certo non per distruggerla, ma per farla crescere sino alla destinazione piena. Il rischio di sfigurare la vita sino a farla a pezzi, è reale, come lo sdoganamento della guerra già evidenzia. Il Creatore ha affidato nelle mani dell’umanità (all’alleanza dell’uomo e della donna, Adamo ed Eva) una duplice responsabilità: la cura del “creato” (il giardino biblico) e quella delle “generazioni”.
Non siamo nati semplicemente per imitare e ripetere il dispositivo naturale della riproduzione della vita, siamo nati per farcene carico e ampliarne le possibilità, guarirne le ferite e fronteggiarne i limiti, per svilupparne le forme e renderla ospitale per tutti: a partire da coloro che vengono al mondo nelle privazioni più severe e nelle fatiche più dure. La fede cristiana che motiva la custodia della sacralità della vita non è un incoraggiamento all’inerzia dell’accettazione di tutte le contraddizioni nelle quali essa arriva in questo modo e sollecita le nostre risposte ai suoi limiti. Spendere la nostra vita – credenti, non credenti, uomini e donne di ogni condizione, quanti siamo – in questa prospettiva, è l’unica felicità della vita che può convivere con la drammaticità dell’esistenza. E renderne desiderabile la destinazione ad un compimento eterno. La cultura sociale odierna rende emozionante questo desiderio comune? Lo spirito evangelico della religione restituisce il piacere di sognare questo destino comune? Domande convergenti, perché la responsabilità di questo desiderio, e del sogno che l’accompagna, «non fa eccezione di persona». Ed è un onore per tutti i popoli, condividerne la responsabilità.
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