La storia ci dice che la tregua olimpica è un falso mito

Nella Grecia antica la guerra era una condizione strutturale dell’esistenza, e l’ekecheiría proclamata in occasione dei Giochi non rappresentava un inno alla pace, bensì una logistica del sacro
January 30, 2026
La storia ci dice che la tregua olimpica è un falso mito
Quando si avvicina la cerimonia di apertura di qualsiasi edizione dei Giochi Olimpici siamo spesso vittime di un incantamento, di una sorta di illusione collettiva. Fremiamo nell’attesa di veder sfilare, l’una vicina all’altra, le bandiere di Paesi in guerra, applaudire gli atleti che entrano insieme nello stadio, sentire la musica ritmata che accompagna le delegazioni, sperando che, per qualche ora, copra il rumore del mondo. È nello spazio di quell’attesa che torna, puntuale, l’invocazione alla tregua olimpica. L’antica ekecheiría, viene evocata come se fosse un messaggio di pace senza tempo, una promessa tradita che basterebbe riscoprire per rimettere ordine nel presente. È una narrazione rassicurante, forse perfino necessaria in tempi così bui. Eppure, da un punto di vista storico, è clamorosamente infedele. La Grecia antica, quella a cui riconosciamo l’intuizione della tregua olimpica, non era affatto una civiltà che interrompeva eccezionalmente la guerra per celebrare lo sport. Era letteralmente immersa nel conflitto, come ha raccontato molto bene Giuseppe Zanetto in un saggio recentemente pubblicato: Polemos. La guerra in Grecia (Laterza, 2025). «Dire “i Greci e la guerra” non è molto diverso dal dire, semplicemente, “i Greci”» sostiene Zanetto e non perché la guerra fosse celebrata come valore morale, ma perché costituiva una condizione strutturale dell’esistenza, un elemento permanente con cui ogni comunità doveva misurarsi. La guerra, per i Greci, non è un incidente della storia: è la sua trama. Le póleis nascono per difendere a ogni costo la propria identità, crescono in competizione, vivono dentro un equilibrio instabile fatto di alleanze provvisorie e ostilità latenti o esplicite. Ogni cittadino è, potenzialmente, un soldato, l’oplita non è un professionista, è il cittadino in armi, la leva non è un’eccezione, ma una pratica ordinaria e il servizio militare coincide con l’appartenenza alla pólis.
Difendere la città non è un compito delegato, ma un dovere civico. Come noto, la figura dell’atleta-soldato e la nascita di alcune discipline sportive hanno lo scopo di preparare, potremmo letteralmente dire allenare, alla guerra, proprio perché la guerra, per la Grecia antica, è un fatto costituzionale, non emergenziale. La pace non rappresenta lo stato naturale delle cose, ma una parentesi fragile, sempre revocabile. L’arte della politica greca nasce e si esercita dentro questa consapevolezza: governare significa decidere quando combattere, quando fermarsi, quando accettare il rischio del conflitto, quando sospenderlo. Non esiste una rimozione morale della guerra, ma una sua integrazione nella vita collettiva. È questa, forse, la forma più radicale di realismo politico. Giuseppe Zanetto lo dice con parole che oggi suonano spiazzanti: «Lo stato di guerra è anche uno stato di vita: uno scenario ricorrente e quindi anche un modo di essere». I Greci pregano in tempo di guerra, mangiano in tempo di guerra, crescono i figli in tempo di guerra. La pólis non conosce una separazione netta tra tempo di pace e tempo di conflitto: conosce una tensione permanente, più o meno intensa, ma sempre presente. In questo senso l’antica Grecia era, paradossalmente, più onesta di noi perché non nascondeva la guerra dietro un linguaggio edulcorato, non la delegava a un altrove simbolico. La riconosceva come parte della condizione umana e politica. E proprio per questo cercava di regolarla, contenerla, darle forma.
È in questo quadro che nasce l’ekecheiría, non come sospensione universale delle ostilità, non come manifesto pacifista, ma come istituto funzionale e limitato. I Greci non parlavano di pace quando si riferivano ai Giochi Olimpici e per capirlo è sufficiente affidarsi all’etimologia. La parola pace, eiréne, esisteva ed era carica di valore, ma non era quella che definiva il tempo dei Giochi. La parola scelta era ekecheiría che, letteralmente, significa “tenere giù le mani”. Non un inno alla fratellanza universale, ma una sospensione tecnica dell’aggressione. Non la fine della guerra, ma una parentesi con uno scopo ben preciso. Infatti, quella che noi chiamiamo tregua olimpica altro non era che un lasciapassare che serviva a garantire la sicurezza degli atleti e degli spettatori – quaranta, cinquantamila per ogni edizione dei Giochi – diretti a Olimpia, serviva a proteggere il rito, a preservare uno spazio sacro condiviso. Proteggeva i viaggiatori diretti al santuario, non fermava gli eserciti, non scioglieva alleanze militari, chiedeva solo questo: per un tempo limitato, in un luogo preciso, le mani restino abbassate. Le guerre dunque continuavano, ma in un modo che potremmo definire amministrato e il sito di Olimpia, questa la vera intuizione geniale, diventava il luogo della diplomazia. Olimpia non era una pólis, ma un sito religioso che ospitava ogni quattro anni gli agoni sportivi e il sacro doveva restare raggiungibile, anche quando, altrove, il conflitto proseguiva. Nessuna guerra si fermò mai, tanto meno quella del Peloponneso. La violazione della tregua non era solo un atto politico, era un sacrilegio. Lo dimostra l’episodio del 420 a.C., quando Sparta venne esclusa dai Giochi per averla infranta. Lo racconta Tucidide: la più potente città militare della Grecia umiliata pubblicamente in nome di una norma religiosa. Pochi decenni dopo, nel 364 a.C., si combatté addirittura dentro l’altis, il recinto sacro di Zeus a Olimpia: sangue sui Giochi, come a Monaco 1972, ma se a Monaco lo spettacolo andò avanti, quell’edizione antica venne cancellata dalla memoria ufficiale e passò alla storia come anolimpiade. È un dettaglio prezioso, perché ci dice una cosa scomoda: da una parte che neppure nell’antichità la tregua olimpica era invincibile, funzionava finché il timore degli dèi reggeva, dall’altra che quando quel timore si incrinò, la guerra tornò a irrompere, addirittura nello spazio sacro. C’è un ulteriore elemento, spesso trascurato, che rafforza questa lettura non idealizzata della tregua olimpica.
L’ekecheiría non era un principio astratto, ma un dispositivo concreto. Veniva proclamata da araldi sacri, gli spondophoroi, che attraversavano la Grecia annunciando l’imminenza dei Giochi e ricordando gli obblighi connessi alla tregua. La sua durata non era fissa: variava nel tempo, inizialmente limitata ai giorni della competizione, poi estesa alle settimane necessarie per consentire i viaggi. Ancora una volta, non pacifismo, ma una logistica del sacro. Attribuire alla tregua olimpica un significato che non ha mai avuto significa proiettare sul passato un bisogno tutto moderno: credere che esista uno spazio puro, capace di sospendere la violenza senza affrontarne le cause. Ma la Grecia antica non separava guerra, politica e religione. Le teneva insieme, con una lucidità che sembra superiore a quella di oggi. E il mito contemporaneo della tregua olimpica nasce proprio da questa rimozione. Nel Novecento e ancor più nel nuovo millennio, l’ekecheiría viene trasformata in un simbolo globale, caricata di una funzione salvifica che non le appartiene e che entra in scena quando, con un po’ di ipocrisia, chiediamo allo sport ciò che la politica non vuole fare.
(1 - continua)

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