Lo scontro si alza di livello: attacchi incrociati agli impianti di gas

Al 19esimo giorno di guerra, raid di Israele sulle infrastrutture energetiche di Teheran, che a sua volta danneggia un polo di esportazione di gas del Qatar
March 18, 2026
Lo scontro si alza di livello: attacchi incrociati agli impianti di gas
L'impianto di lavorazione del gas naturale Pars sud, sul mare del Golfo Persico, che l'Iran condivide con il Qatar, vicino alla città meridionale di Kangan / ANSA
Israele ha sferrato contro l’Iran un altro duplice “colpo grosso”. Dopo il raid che ha ucciso Ali Larijani e Gholamreza Soleimani, due “big” del regime, oggi, a Teheran, sotto i razzi dell’aviazione militare di Tel Aviv, ha perso la vita anche il ministro dell’Intelligence, Ismail Khatib, figura chiave della repressione interna. Mille chilometri più a sud, nel mare del Golfo Persico, un altro attacco colpiva Pars sud, la parte iraniana dell’impianto (in parte off-shore) di gas naturale, adiacente al Dome nord del Qatar, che sorge sul giacimento più grande del mondo.
La guerra entra oggi nel diciannovesimo giorno e la tensione, invece che allentarsi, continua a salire. L’attacco al sito di Pars sud, snodo nevralgico delle infrastrutture energetiche su cui si regge l’economia iraniana, sarebbe stato realizzato, così ha riferito Axios, di concerto tra Tel Aviv e Washington. Il presidente Trump si era inizialmente opposto a operazioni contro le infrastrutture energetiche della Repubblica Islamica. Ma deve aver cambiato idea. Squadre di emergenza sono intervenute sul posto per cercare di spegnere l'incendio che è divampato nel raid. Non l’unico. Nella pioggia di missili è stata colpita anche la raffineria di Asaluyeh e, così ha confermato l’agenzia atomica dell’Onu, la centrale nucleare di Bushehr (senza però causare danni). La mossa su Pars sud ha fatto infuriare il Qatar, proprietario della parte nord del sito, che si è affrettato a bollarla come «pericolosa e irresponsabile». Dura la reprimenda arrivata anche da Oman e Emirati Arabi Uniti preoccupati dal fatto che un’escalation di attacchi sugli impianti di importanza strategica possa rappresentare «una minaccia diretta alla sicurezza energetica globale e alla stabilità della regione».
Teheran ha promesso una dura controffensiva. «Obiettivi legittimi diventano – ha sottolineato il governo – le infrastrutture di carburante, petrolio e gas dei Paesi d’origine (dell’attacco, ndr)». Le Guardie della Rivoluzione hanno emesso ordini di evacuazione, in particolare, per la raffineria di Samref e il complesso al-Jubail di Riad, per il giacimento di gas di Al-Hosn di Abu Dhabi e per i siti di Mesaieed e Ras Laffan di Doha. Qui, polo di esportazione del gas naturale liquefatto in tutto il mondo, l’attacco si è concretizzato nel giro di neppure un paio d’ore provocando «danni ingenti». L’allarme antimissile è però scattato anche negli altri Paesi del Golfo. L’Arabia Saudita si è fatta per questo promotrice di una riunione «consultiva» con i ministri degli Esteri delle altre monarchie arabe.
La crisi ha portato il prezzo del petrolio quasi a 110 dollari al barile. Trump è tornato a punzecchiare gli alleati che hanno respinto il suo appello a una coalizione per sbloccare lo Stretto di Hormuz. «Mi chiedo cosa succederebbe se lasciassimo la responsabilità del passaggio ai Paesi che lo usano, non noi», ha provocato. Diplomatica è stata la risposta del segretario della Nato, Mark Rutte: «Siamo tutti d’accordo che lo stretto debba essere riaperto, stiamo discutendo su come farlo al meglio». Il tycoon è agitato dagli effetti del conflitto sull’economia americana. «È più debole di quanto si pensa, non penso sia capace di sostenere il caro petrolio», ha dichiarato l’economista conservatore Erwin John Antoni. Il Paese è confuso sul perché dell’operazione “Epic Fury”. Il capo dell’intelligence, Tulsi Gabbard, ha depositato al Senato una relazione scritta in cui spiegava che in seguito all’operazione di giugno scorso «il programma di arricchimento nucleare dell’Iran era stato distrutto e non c’erano stati tentativi di ripristinarlo». Parole che smentiscono la Casa Bianca («dobbiamo eliminare l’imminente minaccia nucleare» aveva dichiarato il presidente) ma che Gabbard ha omesso di ripetere nella deposizione orale.
Intanto, si continua a morire. Due persone sono rimaste uccise a Ramat Gan, in Israele, in seguito al lancio di un missile iraniano. Nella Repubblica Islamica, così ha dichiarato il rappresentante degli ayatollah all’Onu, il numero totale delle vittime è 1.348. La nuova Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, non ancora uscito in pubblico, ha diffuso un nuovo messaggio per la morte del capo del Consiglio di Sicurezza, Ali Larijani, di cui ieri sono cominciati di funerali che si concluderanno sabato: «Giustizia sarà fatta».

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