Libano, Iran e Cuba: di cosa parlano oggi il Papa e Rubio
La politica internazionale sarà al centro dell'incontro in Vaticano

La diplomazia della Santa Sede non cambia linea. Cucire, non tagliare, è la direttrice lungo cui si muove nello scenario globale. Un quadro dove gli Stati Uniti sono e restano «un interlocutore imprescindibile» data la capacità di proiezione internazionale. In quest’ottica, il Vaticano si prepara «ad ascoltare» il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, che oggi alle 11.30 sarà ricevuto in udienza da papa Leone XIV, poi si riunirà con il cardinale Pietro Parolin. È stato proprio quest’ultimo a dare la cifra del colloquio che avrà luogo nel pieno degli affondi di Donald Trump. Nella notte tra lunedì e martedì, in un’intervista a Salem News, il capo della Casa Bianca aveva accusato, di nuovo, il Pontefice di essere favorevole all’atomica iraniana. Lo ha ribadito ieri sera: «Che renda felice il Papa o meno, Teheran non può avere un’arma nucleare. Questo è il mio unico messaggio alla vigilia della missione di Rubio». Affermazioni prive di fondamento, come ha sottolineato lo stesso vescovo di Roma martedì. Il segretario di Stato vaticano lo ha ribadito ieri, definendo l’ennesima boutade del tycoon «un po’ strana». La Santa Sede condanna perfino il possesso delle armi nucleari – oltre al loro impiego – ed è stata la prima firmataria nel 2017 del trattato Onu per la loro messa al bando. La prospettiva al riguardo è, così, «molto chiara», ha ribadito, come inequivocabile è il sostegno alla via negoziale per la risoluzione delle controversie. Con queste premesse, la Santa Sede è disponibile a sentire «Rubio, l’iniziativa è partita da loro», ha affermato il cardinale Parolin, nonostante «qualche difficoltà». Queste ultime – ha ammesso – «non potranno non essere toccate» nelle conversazioni. E ha concluso che «il Papa non si tirerebbe indietro per un incontro con Trump».
Il cuore del colloquio odierno sarà comunque la politica internazionale. Il Medio Oriente, dall’Iran al Libano, dunque. E, soprattutto, Cuba, dato il ruolo cruciale giocato dalla Santa Sede nel rapporto tra i due Paesi avversari. Lo stesso diplomatico Usa ha accennato alla collaborazione con la Chiesa per gli aiuti umanitari al Paese, privo di energia in seguito allo stop alle forniture di petrolio deciso dall’Amministrazione. Un embargo nell’embargo che Washington, peraltro, nega. Il dossier è rovente e Rubio è determinante per la sua evoluzione. Nato a Miami da una famiglia di immigrati da Cuba prima della Rivoluzione, il politico ha fatto del pugno di ferro con il governo castrista il proprio leitmotiv, diventando il referente dell’ala più dura dell’esilio. Non a caso lo stesso Trump ha “scherzato” sull’ipotesi di mandarlo a guidare la nazione caraibica.
Appena due giorni fa, si è fatto fotografare insieme al capo del Comando Sud, Francis Donovan, con la mappa di Cuba sullo sfondo. Una minaccia velata, secondo alcuni che lo stesso Rubio ha in parte smentito, parlando di immagine casuale. Allo stesso modo, ha minimizzato le tensioni con la Santa Sede, parlando di «episodi». «C’è molto da parlare con il Vaticano», ha affermato, con tono imperturbabile. È evidente, però, il duplice affondo di Trump in due giorni ha messo il segretario di Stato in una posizione scomoda. Non solo dal punto di vista personale, a causa della sua fede cattolica. Il segretario di Stato Usa, inoltre, non fa mistero della propria aspirazione a guidare i repubblicani nel 2028. Non può, dunque, prescindere dalla costruzione di un rapporto cordiale, almeno formalmente, con il Vaticano. Qualche osservatore sostiene che gli attacchi di Trump puntino proprio a sabotare tale sforzo. O, forse, il presidente ripropone l’usuale strategia di bastone e carota. Con poco effetto sulla Santa Sede per cui l’orizzonte resta il solito: cucire, non tagliare.
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