Chi comanda a Teheran? La mappa dei nuovi potenti (e sono "falchi")
di Camille Eid
I leader uccisi sostituiti da altri. E tra gli analisti si fa strada un dubbio: le "decapitazioni" hanno tolto di mezzo i pragmatici e lasciato spazio ai "falchi", mentre il regime appare saldo

Chi tiene le redini del potere in Iran? Quando, nel corso della “guerra dei 12 giorni” dello scorso giugno, diversi dirigenti iraniani sono stati uccisi, l’identità dei loro successori è stata comunicata nel giro di poche ore. Oggi, invece, pesa una cappa di poca chiarezza riguardo la nuova gerarchia. Rimangono, infatti, ignoti i nomi di alcuni responsabili subentrati a quelli eliminati nel raid mortale del 28 febbraio nonostante siano trascorsi 20 giorni. Tra questi, il nome del generale succeduto ad Abdolrahim Mousavi come nuovo capo di stato maggiore. Si sa, tuttavia, che Ali Khamenei aveva predisposto una catena di 3-5 “rimpiazzi” per assicurare la continuità di ogni carica militare. Ferma restando l’incognita sulle reali condizioni di salute di suo figlio e successore, Mojtaba Khamenei, è evidente che l’asse del potere in Iran sta decisamente nelle mani dei Guardiani della rivoluzione (i pasdaran) che controllano il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. Il punto di riferimento attuale dei pasdaran è Ahmad Vahidi, scelto a dicembre da Khamenei come “numero due” del Corpo perché ritenuto in grado di condurre alla perfezione la “guerra esistenziale” contro gli Usa e Israele, qualora il suo capo fosse stato eliminato. Cosa effettivamente avvenuta nelle prime ore del conflitto. Vahidi, 68 anni, è ingegnere con un dottorato in Studi strategici, ma è anche un “falco” della prima ora. Per dieci anni (1988-1998) ha comandato la Forza al-Qods, la divisione d’élite che funge da braccio operativo dei pasdaran all’estero. La sua lealtà gli vale numerose promozioni: dal 2009 al 2013 è ministro della Difesa sotto Mahmoud Ahmadinejad, dal 2021 al 2024 passa all’Interno, assumendo un responsabilità di primo piano nella repressione delle proteste esplose in Iran in seguito alla morte della giovane Mahsa Amini.I dubbi degli analisti
Un’altra figura di spicco nel panorama attuale è “seyyed” Majid Mousavi, comandante della forza aerospaziale dei Guardiani, designato nel giugno scorso dopo l’uccisione di Amir Ali Hajizadeh. Nel messaggio di investitura, Khamenei lo aveva esortato a portare avanti il programma di droni e missili, cosa che Mousavi conosce bene avendo partecipato all’ammodernamento di questi arsenali. Oggi, dietro ogni missile o drone lanciato contro le basi americane, Israele o i Paesi del Golfo ritenuti complici di Washington c’è la mano di Mousavi.
La nuova gerarchia del potere comprende anche l’ultraconservatore Said Jalili, ex negoziatore del dossier nucleare, che avrebbe preso il posto di Ali Larijani, ucciso questa settimana, come segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. Jalili è veterano della guerra con l’Iraq, in cui ha perso una gamba. Secondo alcuni, la sua scelta «chiuderebbe la già limitata possibilità di una soluzione diplomatica». Oltre al suo impatto mediatico, la strategia delle "decapitazioni" ha un valore tattico e simbolico, ma non è sicuramente la «soluzione politica». La stessa intelligence Usa ribadisce ogni giorno che il regime iraniano resta stabile. Se l’obiettivo è quello di incoraggiare gli iraniani alla rivolta, va ammesso che – almeno finora – questa strategia non ha causato il collasso del regime. Tutt’altro. I nuovi capi sono riusciti a mobilitare una larga parte della popolazione al grido di “vendetta contro l’America”. A chi giova poi eliminare i pragmatici iraniani lasciando il controllo assoluto del potere ai falchi poco inclini al dialogo con l’Occidente? Il dubbio ha cominciato a circolare anche tra gli analisti occidentali da quando il presidente Donald Trump ha ammesso che «la maggior parte delle persone (accettabili al posto di Khamenei, ndr) che avevamo in mente sono morte» nei raid. Molti temono che questa politica finisca per «indurire il regime» e che la «radicalizzazione della leadership iraniana» possa rendere ancora più difficile per Washington disimpegnarsi da una guerra senza scopi precisi.
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