Don Peppe Diana, un prete disarmato e disarmante
Il 19 marzo 1994, nella solennità di San Giuseppe, l'omicidio del sacerdote per mano della camorra. Aveva 36 anni. Un martire, proprio perché libero

Guai a trasformare un santo in un santino. Egli deve parlare agli uomini di oggi e di domani con la stessa forza e la stessa parresia di quando era in vita. Domenica scorsa, il Vangelo ci racconta la vicenda del mendicante cieco guarito da Gesù. Messa dei bambini: e se telefonassimo al mio amico non vedente dalla nascita? Detto fatto. Una celebrazione indimenticabile. Simeone, otto anni, nel pomeriggio, gli scrive una lettera: «Caro Mario, grazie per la gioia che ci hai regalato questa mattina. È bello sapere che quello che noi vediamo con gli occhi, tu lo immagini nella mente e lo senti nel cuore. Questo vuol dire che possiamo vedere in tanti modi e che abbiamo tanti doni. Ti abbraccio forte. Simeone». Obiettivo raggiunto. Il messaggio è passato. Il cieco era conosciuto da tutti, ma fu “visto” solo da Gesù. Perché ognuno vede solo ciò che gli interessa vedere. Per questo motivo tante volte la vita diventa grama, noiosa, insopportabile. Sto rileggendo un libro di C. S. Lewis: «Sorpreso dalla gioia». Sarò capace, oggi, di lasciarmi sorprendere dalla gioia, nonostante tutto? Può la gioia convivere con la paura della guerra? Può la fiaccola della fede rimanere accesa mentre i potenti di turno ce la mettono tutta per impaurirci? Certo, il Vangelo non bada alle stagioni, agli stati d’ animo, ai conti in banca, alle genealogie. Il Vangelo è per oggi. È per me, per te, per noi. Giovedì, solennità di san Giuseppe. Come sempre, il vescovo di Aversa, Angelo Spinillo e il clero, alle 7,30 saliranno l’Altare della parrocchia di San Nicola di Bari in Casal di Principe, per concelebrare la Messa che don Peppe Diana non poté celebrare quel 19 marzo del 1994. Lo uccisero qualche minuto prima. Così decisero i camorristi. Così fu. Quest’anno, avrebbe compiuto 68 anni, don Peppe. Ne aveva 36 quando cadde sotto i colpi di pistola di un sicario vigliacco. Fummo invasi da un dolore immenso al quale fece seguito uno scoraggiamento difficile da descrivere.
La camorra aveva, dunque, alzato il tiro. Stavolta aveva gettato la maschera ipocrita dietro la quale amava camuffarsi. Adesso anche i pusillanimi sarebbero tati costretti ad ammettere la verità: la camorra sa solo odiare. I camorristi vanno evangelizzati non accarezzati. Sono scomunicati non vanno corteggiati né temuti. Via le loro parodie di falsa religiosità; alle ortiche le feste bugiarde in onore dei santi patroni. Nelle immondizie le loro offerte sporche di sangue. Il popolo cristiano ha aperto gli occhi. Nessuna comunione tra le tenebre e la luce. E la camorra è buio fitto. Peppino, prima e meglio di tutti noi, lo aveva capito. Aveva compreso, cioè, che le nostre liturgie lasciano il tempo che trovano se chi prega non ha il coraggio di denunciare il male e annunciare il Vangelo che libera. La camorra è inganno, oppressione, paura, morte. I camorristi ammazzano non solo le persone ma la speranza stessa. Nelle settimane passate, a Napoli e dintorni, sono state uccisi quattro uomini. In mezzo alla gente, a pochi passi dalla scuola. A Casapesenna, centro agricolo che confina con Casal Di Principe, ben quattro episodi di camorra nelle ultime notti. L’ultimo, una pasticceria inaugurata poche ore prima è stata devastata da un ordigno. Perché? Il messaggio è chiaro, almeno per noi: qui continuiamo a comandare noi. Qui non si muove foglia senza il nostro consenso. Ancora a questo punto siamo, dunque? Purtroppo, sì. Il male, alla stregua di una mala pianta, va estirpato sul nascere. Nel momento in cui lo si trascura affonda le sue malefiche radici in profondità, per cui pur tagliandone i rami e il tronco ha la capacità di rigenerarsi. Nessuna retromarcia. Si continua. Si riparte ogni volta più convinti. Si ricomincia con maggiore lena. Riprendiamo le forze guardando a lui, a questo prete disarmato e disarmante munito, però, di un coraggio non comune. Forse, tra qualche tempo, lo vedremo sugli altari. Lo spero. Lo speriamo. La cosa importante, però, è non farlo diventare un santino. Il tempo che passa non deve offuscarne la freschezza. La camorra in terra campana è stata e continua a essere la nostra vera nemica. Di peggio c’è solo la corruzione dei colletti bianchi che con essa ha fatto affari milionari contribuendo a impoverire, umiliare, calpestare, avvelenare il nostro popolo. Peppe Diana lo aveva capito. Sapeva di morire, non si tirò indietro. Abbassò la testa. Eccomi! disse. Eccoci! ripetiamo in coro, davanti al suo altare e alle sue spoglie mortali. Quando lo scultore della statua di bronzo di don Peppe mi chiese tre sole parole che ne riassumessero la vita e la missione, le trovai con facilità: Martire perché libero.
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