Poche risorse, lavoro a rischio: perché il negoziato sull'auto in Italia non è partito
di Andrea Zaghi, Torino
Il tavolo sul futuro dell'industria si gioca tra Roma e Torino, il primo incontro al ministero è stato un flop per le rappresentanze dei lavoratori. I sindacati temono il taglio di 10mila posti. «Il 2025 è stato un anno orribile, servono investimenti e politiche». Le imprese: «Volumi di produzione di 70 anni fa, tocca all'Europa cambiare passo»

Per rilanciare l’auto in Italia il governo mette sul tavolo poco più di un miliardo e mezzo. Troppo poco per i sindacati, abbastanza ma non ancora a sufficienza per le imprese per le quali il vero nodo è l’Europa. È il succo di quanto accade a Roma mentre a Torino lavoratori, aziende e istituzioni locali cercano di fare fronte comune per tentare di uscire da una crisi che sembra ormai senza fine.
Il Fondo per l’automotive, presentato dal Mimit al “tavolo” che si è riunito venerdì, sarà dotato con un Dpcm di risorse per circa 1,6 miliardi di euro fino al 2030; il 75% per l’offerta e in particolare 750 milioni per ricerca e sviluppo. Soldi anche per far crescere la domanda: una “parte rilevante” dei fondi sarà destinata all’ecobonus per i veicoli commerciali leggeri, al retrofit, alle colonnine di ricarica e al noleggio sociale a lungo termine. A queste misure, ricorda il governo, si affiancano gli interventi previsti dalla Manovra 2026.
Troppo poco secondo i sindacati. «Dal tavolo non è arrivata alcuna risposta concreta per i lavoratori con una riduzione del fondo automotive, da 8 a 1,6 miliardi in 5 anni, senza alcuna condizione nei finanziamenti pubblici per garantire l’occupazione in Italia», hanno detto Michele De Palma, segretario generale Fiom-Cgil e Samuele Lodi, segretario nazionale Fiom-Cgil e responsabile settore mobilità. Per Fiom, oltre ai soldi, servono «soluzioni che non possono che passare attraverso politiche industriali, ancora del tutto assenti, e investimenti pubblici e privati». In gioco ci sarebbero 10mila posti di lavoro. E che la situazione sia davvero critica lo ha ricordato Rocco Palombella, segretario generale Uilm: «Abbiamo denunciato che il 2025 è stato un anno orribile e che non possiamo continuare così. Loro ci hanno riconosciuto che in effetti ci sono dei problemi e hanno provato a raccontarci che l’anno 2026 sarà un anno diverso». Mentre il segretario generale della Fim Cisl, Ferdinando Uliano, ha sintetizzato: «Bisogna che ci togliamo di mente l’idea che, risolte le questioni regolamentative in Europa, abbiamo risolto il problema del settore. Perché ho sentito qui aleggiare un po’ questo».
Più possibilisti gli industriali che comunque chiedono un cambio di passo importante soprattutto all’Europa. Roberto Vavassori, presidente di Anfia, ha definito il 2025 un «annus horribilis» con volumi produttivi «di circa 70 anni fa» e spiegato come «le richieste della filiera italiana relativamente al Pacchetto automotive Ue siano razionali e pragmatiche». I costruttori, di fatto, chiedono più gradualità e flessibilità nelle regole per la decarbonizzazione e il riconoscimento delle peculiarità dei piccoli costruttori anche dopo il 2035. Maggiore apprezzamento, poi, per le misure nazionali. Gianni Murano, presidente di UNEM, ha parlato di una «evidente contraddizione» della posizione Ue che «da un lato evidenzia il principio della neutralità tecnologica, dall’altro nei fatti la smentisce prevedendo il limite del contributo dei biocarburanti al solo 3%». Secondo le stime di Unem, ciò si tradurrebbe in sole 54.000 nuove immatricolazioni di veicoli in Italia nel 2035, un numero insufficiente a sostenere le linee produttive.
Questione di politiche, quindi, oltre che di risorse. Un punto evidenziato anche dai rappresentanti di Stellantis. «Per tornare ad una crescita sostenibile, riteniamo sia necessario lavorare insieme ad un vero e proprio Piano per la competitività del settore automotive italiano», ha detto il Responsabile Enlarged Europe & European Brands e Stellantis, Emanuele Cappellano, per il quale le priorità sono «la riduzione dei prezzi dell’energia, l’efficientamento del costo del lavoro, la competitività della filiera, che va accompagnata verso innovazione e diversificazione».
Intanto a Torino si prova a marciare uniti. In un incontro seguito da un migliaio di persone ospitato dalla Diocesi, Fim, Fiom, Uilm, Fismic, Uglm e AQCF hanno presentato un documento che spiega: «Nel solo settore metalmeccanico dal 2008 ad oggi hanno chiuso 500 aziende e sono stati licenziati 35.000 lavoratrici e lavoratori. Mirafiori è entrata nel diciottesimo anno consecutivo di cassa integrazione». Quindi che fare? Per imprese e sindacati locali si deve parlare di un’azione su più fronti: politiche per la mobilità, sviluppo di produzioni complementari, formazione e riqualificazione, attrazione di aziende che vogliano investire localmente, incentivi di riconversione verso nuovi settori, ma anche più logistica e connettività. Idee sulle quali, pare concordino tutti.
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