L’azienda che offre di congelare gli ovociti
congela anche il (vero) welfare

La possibilità della crioconservazione riconosciuta alle dipendenti come benefit aziendale rientra in una logica di subordinazione dell’umano al mercato
January 28, 2026
L’azienda che offre di congelare gli ovociti
congela anche il (vero) welfare
Procedura di crioconservazione/ ICP
È di questi giorni la notizia di un’azienda che ha deciso di offrire tra i suoi pacchetti di welfare anche la possibilità per le proprie dipendenti di congelare gli ovociti, in un’ottica – si dice – di prevenzione della fertilità e di aiuto alla genitorialità. Si tratta di una scelta inedita in Italia ma che negli Usa è ormai una prassi consolidata per company come Facebook, Apple, Google, ossia i giganti di quella civiltà digitale che fanno della smaterializzazione dei corpi il loro non dichiarato elemento di forza. Proprio per questo la notizia non riguarda solo coloro che si interessano di welfare aziendale e di “risorse umane”, perché tocca qualcosa di più profondo e universale che riguarda il modo in cui la tecnica e l’economia concepiscono il femminile e il “mettere al mondo”, portando alla luce – metafora non a caso materna – qualcosa del nostro modo di guardare al corpo che siamo.
Come riportato il 20 gennaio da “Avvenire”, l’azienda ha dichiarato di voler ovviare a una situazione in cui la pratica di crioconservazione degli ovociti sarebbe «un privilegio per pochi», mentre l’«evoluzione sociale e lavorativa» tende sempre più spesso a posticipare «il desiderio di maternità». A rispondere è stato, giustamente, il Sindacato della Cgil che ha fatto vedere la distanza siderale tra questa iniziativa e le politiche effettive per garantire una «conservazione della professionalità delle lavoratrici al rientro della maternità o un migliore accesso al part-time». Il tema però trascende le dialettiche novecentesche tra impresa e rappresentanza sindacale, anche se per chi scrive fa ben sperare che il commento del Sindacato conservi il senso della rivendicazione di un’autentica politica di welfare. Al di là delle dichiarazioni e degli intenti, infatti, a emergere è una logica di subordinazione dell’umano al mercato, in cui lo scopo è quello di non ostacolare le dinamiche della produzione con tutto ciò che potrebbe distogliere da essa, a cominciare dai figli e dalla maternità.
L’idea, infatti, è che grazie a questo benefit aziendale ciascuna lavoratrice possa scegliere diventare madre assecondando le logiche dell’«evoluzione sociale e lavorativa», vale a dire dopo aver dedicato per anni tutta sé stessa – cioè le sue progettualità, le sue energie, i suoi desideri e pensieri – all’azienda presso cui lavora. Nessuna esitazione, nessun rimpianto perché tanto a rispondere al bisogno di maternità ci penserà la tecnica grazie alle metodiche e alle possibilità offerte dalla fecondazione in vitro, contribuendo così a marcare l’immagine di un mondo tech in cui i figli non vengono più al mondo dall’incontro sessuale dei corpi, ma assemblandoli in laboratorio, dentro quella logica che appalta sempre di più la generazione dei figli alla tecnica, così da farla diventare essa stessa una forma di produzione. Il richiamo alle company della civiltà digitale da cui abbiamo iniziato non avviene a caso, perché una rappresentazione tecno-economica del femminile e del venire al mondo di questo tipo risente evidentemente di una forma di vita digitale estremamente comoda e docile, in cui tutto è programmabile e ogni cosa ordinabile sulle base delle proprie preferenze pressoché senza alcuna resistenza. Così, se già adesso le nuove generazioni vengono educate da una logica di immediata docilità del reale e di assenza di resistenza a ogni loro desiderio, il passo in più delle più avanzate politiche di welfare consiste nel prevedere che gli stessi figli debbano venire al mondo in questa rappresentazione.
E proprio qui la notizia deve far pensare perché prelevare gli ovociti non è come ordinare un pacco su Amazon o scegliere la propria serie preferita: è un intervento fortemente invasivo sul corpo della donna che deve essere stimolato per molti mesi per via ormonale proprio perché riesca a produrre più ovociti per ciclo mestruale. L’effetto sul corpo non è per nulla leggero, anzi mette a rischio la normale capacità riproduttiva ed espone il corpo al rischio di future neoplasie. L’operazione per il prelievo degli ovociti, poi, è per l’appunto un intervento chirurgico invasivo. Di tutto questo non solo nella narrazione dei benefit aziendali ma anche nei commenti di questi giorni non c’è traccia, sulla scorta di una rappresentazione ingenua e rassicurante che è il risultato di un mondo raccontato dalla tecnologia (di cui il mercato si serve) inospitale verso i corpi, in particolare quello femminile. Tra l’altro è interessante riflettere un istante sul fatto che il richiamo alla tecnica di criocoservazione sia proposto attraverso il lessico del social freezing perché a essere congelati non sono gli ovociti soltanto, ma appunto la società nel suo aspetto di welfare. Quello vero.

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