In pizzeria chi «Porta Pazienza» trova ogni giorno un menù fatto di inclusione
Nel quartiere Pilastro di Bologna, segnato da un passato difficile, la cooperativa La Formica ha creato un luogo di legalità e un laboratorio sociale per giovani con fragilità

Massimiliano castellani
Se è vero che la pazienza è la virtù dei forti, i personaggi di questa storia di “rinascimenti” sono tra i più forti che si possono incontrare. Specie qui, ai bordi di periferia, il famigerato quartiere Pilastro. Avveniristico esperimento di urbanizzazione negli anni ’70, che negli ’80 era noto come il “Bronx di Bologna”, e all’inizio degli anni ’90 riempì le pagine di cronaca nera per la strage compiuta dalla banda della Uno Bianca dei fratelli Savi: ex poliziotti che con cento colpi d’arma da fuoco uccisero tre carabinieri. «Ma ora al Pilastro non è più così e per tanto tempo quella nomea di “Bronx bolognese” ha resistito soltanto per via di una narrazione che non ha mai corrisposto alla realtà», spiega Pierluigi Monachetti. Per tutti Pier, 35enne molisano, di Ururi, paese arbëreshë (di lingua albanese) da dove è arrivato come studente fuori sede, laurea in Giurisprudenza all’Alma Mater e master in Economia della cooperazione.
L’ex “lupetto” Pier, cresciuto nell’Agesci, ormai è un felsineo doc e pilastrino d’adozione, in quanto responsabile del ristorante pizzeria etica Porta Pazienza. Una casa di campagna, gestita dalla cooperativa La Formica, di cui Monachetti è il presidente. Una cascina nel mezzo dell’area più metropolitana di Bologna, ma anche la più verde, con quel Parco poetico intitolato a Pier Paolo Pasolini che ammanta gli ormai storici palazzoni: il Virgolone e le Torri 18 e 19. In via Pirandello condividono il piccolo Parco don Peppino Diana, in cui scorrazza una colonia di allegri conigli selvatici, e si danno una mano, per tutta una serie di iniziative, il circolo Arci La Fattoria e Porta Pazienza. Il “partigiano” Oscar racconta ai ragazzi delle scuole in visita didattica a La Fattoria la sua infanzia da testimone diretto della Resistenza, mentre Pier e gli altri due soci di Porta Pazienza, Omar Saggio e Claudia Calvisi (più Cesare Righettini responsabile di sala) iniziano una nuova giornata di lavoro con i 10 ragazzi tirocinanti il cui slogan da menù è: «Primi, secondi, ultimi».
Creare uno spazio di condivisione e inclusione per persone con disabilità, soprattutto psichiche, è stata una delle idee forti del vulcanico Michele Ammendola, il fondatore di Porta Pazienza che se ne è andato all’improvviso, nel gennaio del 2022, a soli 46 anni. «Michele era un gigante buono, l’anima e la voce possente di questo locale – racconta Pier – . Veniva da Napoli ed era stato un attivista del comitato “Io Lotto”, in prima linea nella Terra dei fuochi». Michele e i primi soci fondatori invitavano a mangiare i prodotti presi dalle terre confiscate alle mafie e a discutere lentamente, «con pazienza, perché – dicevano – è solo così che si può gustare il sapore vero della vita». Massima devozione dunque, alla patrona del locale, “Santa Pazienza”, la cui effigie alle pareti è un disegno che ricorda i personaggi dei fumetti di Andrea Pazienza, con la santa che ha in testa i riccioli di Maradona. «Michele era un tifoso sfegatato del Napoli», ricorda Pier. Ha origini napoletane anche Greta che ha girato dieci anni prima di trovare qui il suo centro di gravità permanente.
«Se dipendesse da lei dormirebbe su una sedia del locale, oggi ad esempio è rimasta di più perché stiamo studiando il menù regionale che sta per partire con il “pranzo campano”: mozzarelle, friarelli e ragù napoletano - dice Pier sorridendo assieme a Greta molto fiera delle ricette materne –. Greta l’abbiamo messa alla cassa e ora, grazie a un software speciale, è lei che fa gli scontrini e le ricevute ai clienti». Al conto si può aggiungere la “pizza sospesa”, una prelibatezza che ha reso celebre il locale. «In città ci conoscono come “quelli dell’autismo”, ma anche per la pizzeria segnalata nella guida del Gambero Rosso». Ma la medaglia con dedica alla memoria dell’onnipresente Michele, è stato il Premio Inclusione 2025. «In dieci anni di attività siamo riusciti a formare almeno un centinaio di ragazzi come Francesco, che è il più “vecchio” (trentenne) della cooperativa».
A Porta Pazienza si impara a fare i cavatelli a mano, a panificare, a servire in tavola e rassettare la sala, ma soprattutto a relazionarsi e confrontarsi con gli altri. «Per ragazzi che spesso arrivano da noi affetti da mutismo, già prendere una comanda e riuscire a parlare con un cliente sconosciuto è la più grande delle conquiste». Inclusione e piena integrazione sociale l’ha sperimentata sulla sua pelle Amir, giovane di origini tunisine che prepara arancini come se non ci fosse un domani. Il suo connazionale Rayen è ipovedente «e noi che siamo ancora più folli che cosa abbiamo fatto con lui? Lo abbiamo messo in cucina», dice divertito Pier. Il turnover dei servizi è la regola che vale per tutti. «Francesco C. quando è arrivato a Porta Pazienza sbucciava solo patate. Ma non si fermava prima di averne pelate 15 chili, una montagna di patate che poi non sapevamo più in che modo cucinarle. Poi è passato ai fornelli ed uscito da quella porta ha ottenuto un contratto da McDonald. Per noi, storie come la sua sono la conferma che il percorso è più importante della meta e l’esperienza ci insegna che il lavoro lo adatti alle problematiche e alle potenzialità nascoste del singolo ragazzo, al quale ricordiamo sempre: non avere mai paura di sbagliare».
Un quotidiano pieno di energie rinnovate, ma anche di soluzioni da trovare. «I problemi? Far tornare sempre i conti, ma l’ostacolo peggiore è il dover fare tutto in fretta. Il sistema burocratico penalizza, non dà il tempo necessario, perché due anni di inserimento lavorativo non sempre sono sufficienti per accompagnare questi ragazzi a una piena realizzazione anche fuori da qui». Resistere per esistere, è la lezione del partigiano Oscar e Porta Pazienza la sua resistenza l’ha fatta nei giorni bui del Covid. «La fine di quell’incubo l’abbiamo festeggiata con un concerto al Parco Don Diana offerto dagli amici dei Modena City Ramblers. Quello è stato davvero l’evento della rinascita di Porta Pazienza». In sottofondo arrivano le note de
I cento passi
e anche i biscotti appena sfornati da Martina, che dall’emozione per i complimenti ricevuti stringe il grembiule e se ne va. «I clienti sono sempre contenti del servizio dei ragazzi. C’è capitato qualche caso spiacevole ma isolato, tipo la signora “molto sensibile” che sui social ha postato una brutta recensione: criticava il fatto che al suo tavolo per la comanda si erano presentati in 4. Così si era messa a prenderli in giro, non capendo non solo le loro problematiche ma il fatto che noi stessimo facendo formazione. Ai ragazzi dico sempre: sei qui per servire ma tu non sei servo di nessuno. Noi siamo una famiglia e ci tuteliamo l’uno con l’altro».
«Un piccolo numero ha bisogno di altri numeri vicini per crescere e diventare grande», scrive in
Prendiluna
il più lunatico e geniale dei narratori, il bolognese Stefano Benni, al quale Porta Pazienza ha dedicato un fumetto,
Lievito Lieve
. «Ne è rimasta una copia soltanto e i ragazzi se la rubano per leggerla durante la pausa dal lavoro». Non uno di meno, è l’obiettivo che si sono dati nel corso di questo primo decennio. «Vorremmo aprire le porte alle tante richieste che ci arrivano dalle famiglie, ma già con 10 ragazzi, tra stage, tirocini e alternanza scuola lavoro, siamo al limite. Ma stiamo lavorando per il futuro e a breve dovremmo inaugurare il nostro centro socioccupazionale con cui magari riusciremo a garantire qualche posto in più». Nel frattempo, arriva la benedizione pasquale di don Marco, il parroco della vicina Santa Caterina al Pilastro che riposta l’ampollina dell’acqua benedetta domanda: «Da voi lavorano ragazzi musulmani?».
Amir alza la mano e il parroco gli porge il foglietto: è il “Messaggio per il mese del Ramadan per tutti i credenti dell’Islam”, a firma dell’arcivescovo di Bologna, il cardinale Matteo Maria Zuppi. «Avere ospite a pranzo il nostro Vescovo per noi sarebbe il massimo – dice Pier con il suo sorriso solare –. Tempo fa abbiamo avuto la visita a sorpresa di Roberto Saviano: aveva tanto sentito parlare dei ragazzi, della nostra pizza, ed è venuto a mangiare accompagnato dalla sua scorta. Collaboriamo da sempre con Libera Bologna e il nostro è un luogo di legalità». Nel “manifesto” di Porta Pazienza infatti Michele aveva voluto che fosse scritto: «Prenotare un tavolo da noi significa contribuire alla lotta contro le mafie e dare la possibilità ai ragazzi e alle ragazze più fragili di vivere la loro vita in autonomia».
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