Sara Jane Morris: «Canto il coraggio delle donne per la pace»
La cantante pubblica l'album "Sisterhood 2" ispirato a undici grandi cantautrici fra cui Patti Smith, Sinéad O’Connor, Etta James, Joan Baez, Tracy Chapman e Amy Winehouse

Un album dedicato alla sorellanza che celebra la forza delle donne anche nel dolore: è disponibile sulle piattaforme digitali, in vinile e CD The Sisterhood 2, il nuovo album di Sarah Jane Morris & Tony Rémy, presentato dal vivo l’8 marzo al 229 Great Portland St. di Londra in occasione della Giornata Internazionale della Donna. Il progetto arriva anche in Italia con una serie di concerti attesi a Roma, Milano (l' 8 e 9 maggio al Blue Note) e Pesaro il 22 maggio, confermando un legame che per Morris non è mai stato solo artistico, ma profondamente umano e identitario.
Il disco è un mosaico di undici brani dedicati ad alcune delle più grandi cantautrici della storia contemporanea: Patti Smith, Sinéad O’Connor, Peggy Seeger, Etta James, Joan Baez, Dolly Parton, Bonnie Raitt, Joan Armatrading, Janis Ian, Tracy Chapman e Amy Winehouse. Un progetto che nasce già nel 2024 con The Sisterhood, ma che qui trova una forma ancora più ampia, quasi definitiva, come se il lavoro creativo non potesse più fermarsi.
Sarah Jane Morris, incontrando la stampa a Milano, lo spiega con la sua consueta intensità narrativa: «La Sisterhood è il passaggio della torcia da sorella a sorella. Non è un’idea romantica, è una responsabilità reale. È riconoscere chi ha aperto la strada e continuare a camminare». E aggiunge: «Per entrare in questa famiglia devono esserci tre cose: devono essere artiste eccellenti, devono scrivere le proprie canzoni e devono aver usato la loro voce per dire qualcosa che riguarda il mondo, non solo se stesse». La genesi del progetto affonda nel periodo del lockdown, quando la cantante britannica inizia a leggere autobiografie e biografie di musiciste. «Per 17 anni non ho avuto la televisione», racconta, «poi durante il Covid ho iniziato a leggere storie di donne. È stato come entrare nelle loro vite in modo profondo, quasi intimo. Da lì è nato tutto». Accanto a lei, come sempre, il chitarrista e coautore Tony Rémy, con cui la collaborazione è ormai una simbiosi artistica. «Con Tony non devo spiegare troppo. La musica nasce da una fiducia totale», dice Morris.
La rossa Sarah Jane Morris costruisce così un progetto che è insieme musicale e politico, mentre Tony Rémy ne definisce l’architettura sonora, fatta di soul, jazz, funk e blues africano, con una libertà compositiva che lascia spazio soprattutto alla voce straordinaria di Sara Jane. Ogni brano diventa un ritratto. Longing To Be Free su Peggy Seeger è un inno alla militanza femminile e alla memoria attiva. Oh Mother My Mother dedicato all'amica Sinéad O’Connor è una sorta di elegia sospesa nel tempo: «È come se madre e figlia si incontrassero in un altro mondo, dove finalmente possono parlarsi», racconta Morris. Su Amy Winehouse, in The Edge is Where the Magic is Found, la cantante evita ogni estetizzazione della tragedia: «Amy era una luce enorme. Non volevo raccontare la caduta, ma il suo talento».
Nel cuore del disco ci sono anche Joan Baez e Tracy Chapman, figure che per Morris rappresentano la coscienza politica della musica. «Joan Baez non ha solo cantato la pace, l’ha vissuta. Ha rischiato per le sue idee», dice. E su Tracy Chapman aggiunge: «La sua voce racconta cosa significa crescere come donna nera in America, in un mondo che spesso non ti vede». Se il progetto è internazionale, il rapporto con l’Italia è una parte fondamentale della storia artistica di Sarah Jane Morris. È proprio qui che la cantante trova una delle sue prime grandi affermazioni europee. Ricorda ancora gli inizi a Firenze, quando da giovanissima si trasferisce per lavorare con una band rock che la voleva come «una nuova Janis Joplin». «Avevo vent’anni, mio padre era in prigione, era un periodo complicato. Ma in Italia ho trovato accoglienza immediata», racconta.
Il legame si rafforza negli anni: l’apertura dei concerti di Gianna Nannini, le esperienze nei club romani, fino alla forte esposizione televisiva e ai passaggi nei grandi festival. Un momento decisivo arriva anche con il successo internazionale degli anni Ottanta con i The Communards, il duo guidato da Jimmy Somerville, che la vede protagonista della celebre Don’t Leave Me This Way, uno dei brani simbolo della disco e della cultura pop europea di quegli anni. «È stato un periodo esplosivo, internazionale, che mi ha portato ovunque», ricorda.
Il rapporto con l’Italia ha avuto anche momenti televisivi e festivalieri importanti, tra cui la partecipazione accanto a Riccardo Cocciante, vincitore nel 1991 del Festival di Sanremo con Se stiamo insieme che ha contribuito a consolidare la sua presenza nel panorama italiano. «In Italia non ho mai dovuto dimostrare chi fossi. Le cose succedevano e basta. Era un riconoscimento naturale», dice Morris. E aggiunge: «In Inghilterra dovevo sempre giustificarmi, qui invece la musica era sufficiente».
Oggi Sarah Jane Morris è anche produttrice di se stessa, un aspetto centrale del suo lavoro contemporaneo. Non dipende da grandi etichette e gestisce in autonomia la costruzione dei suoi progetti. «Sono la mia manager, la mia produttrice. È una libertà, ma anche una responsabilità enorme», spiega. Una scelta che si è rafforzata soprattutto negli ultimi anni, quando ha dovuto trovare modi indipendenti per finanziare la produzione musicale. Durante la pandemia ha organizzato masterclass online e incontri con il pubblico per sostenere economicamente il progetto. «Abbiamo fatto di tutto: lezioni, incontri, persino cene con i fan che diventavano parte del processo creativo. Era il nostro modo di far vivere la musica anche quando i concerti non esistevano». Il rapporto con il pubblico resta centrale anche oggi, soprattutto in vista dei concerti italiani: «Ogni concerto è diverso. È un incontro, non una replica».
Accanto alla musica, il progetto ha anche una dimensione documentaristica: è infatti in sviluppo un docu-film in più parti dedicato alle storie delle cantautrici coinvolte, con la partecipazione di una regia femminile. saranno incluse vanche le cantautrici del primo album The Sisterhood, fra cui Bessie Smith, Billie Holiday, Nina Simone, Miriam Makeba, Aretha Franklin, Janis Joplin, Rickie Lee Jones, Patti Smith, Annie Lennox. «Stiamo raccontando non solo le canzoni, ma le relazioni tra queste donne, il modo in cui si influenzano a vicenda», spiega Morris. Il senso complessivo del progetto si chiarisce nelle sue parole finali: «Non è un disco sulle donne. È un disco sul mondo visto attraverso le donne. E se lo guardi da lì, tutto cambia prospettiva». The Sisterhood 2 diventa così non solo un lavoro discografico, ma una forma di memoria attiva e di restituzione culturale. Una narrazione che attraversa decenni di musica, ma anche di lotte, identità e libertà. E nella voce di Sarah Jane Morris trova una delle sue interpreti più consapevoli e autorevoli.
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