Le navi da guerra, l'intelligence, il nucleare: la partita a scacchi tra Usa e Iran
Teheran è tornata nel mirino dell'amministrazione americana, che sta muovendo le sue pedine contro il regime degli ayatollah. Sullo sfondo anche la repressione delle proteste di piazza, che però al momento non sembrano in testa alle priorità

Il ritiro di metà dei dipendenti dell’ambasciata italiana a Teheran. L’arrivo nel Golfo di un’altra nave da guerra statunitense, dopo la portaerei Lincoln. Il via vai di funzionari dell’intelligence israeliana e saudita a Washington. I segnali, militari e diplomatici, ci sono tutti: l’attacco degli Usa all’Iran, questa volta, potrebbe esserci davvero. E pure presto. A meno che Teheran, così ha ribadito ieri il numero uno del Pentagono, Pete Hegseth, non scenda a patti sul nucleare: «Ha tutte le possibilità per farlo».
Era il 13 gennaio quando il presidente statunitense Donald Trump prometteva «aiuti in arrivo» per gli iraniani in protesta contro il regime degli ayatollah. All’indomani, la retromarcia. Due settimane dopo, il tycoon è tornato a minacciare Teheran ma con toni diversi: «Deve venire rapidamente al tavolo e negoziare un accordo giusto ed equo sul nucleare». «L’ultima volta che gliel’ho detto, e non l’hanno fatto – ha ricordato facendo riferimento alla Guerra dei 12 giorni – c’è stata l’operazione “Midnight Hammer”. Le proteste, così lasciano intendere le dichiarazioni di Trump, non sono la sua priorità.
La portata della determinazione del tycoon a vincere la partita sul nucleare che da tempo gioca con Israele contro l’Iran è data dalla grandezza dell’ «armata», così l’ha chiamata lui stesso, che sta prendendo forma nel Golfo, al largo dell’Oman. Dopo l’approdo della portaerei Abraham Lincoln, ieri, nello stesso spicchio dell’Oceano Indiano è arrivato pure il cacciatorpediniere lanciamissili Delbert D Black. In tutto sono una decina le navi Usa armate di Tomahawk, e altri missili a lunga gittata, presenti adesso in zona. Una potenza di fuoco a distanza addirittura superiore a quella schierata da George Bush nel gennaio del 1991. Le manovre militari in corso riguardano anche i cieli. Quattro aereocisterne KC-46A Pegasus per rifornimento in volo, con al seguito una formazione di sei aerei EA-18G Growler, sono partite mercoledì alla volta dell’Europa dalla base della Guardia Nazionale Aerea di Pease, nel New Hampshire. Teheran, da parte sua, non sta a guardare. Ieri, i Guardiani della Rivoluzione hanno annunciato esercitazioni militari per il primo e il 2 febbraio nello Stretto di Hormuz, il passaggio attraverso cui transita il 20% di tutto il petrolio mondiale.
Caldo è anche il fronte diplomatico. Il sito Axios segnala l’arrivo a Washington di funzionari dell’intelligence israeliana e saudita. I primi sono chiamati a condividere informazioni su possibili obiettivi da attaccare in Iran; i secondi a distogliere Trump dall’azione militare militare per evitare un’escalation nella regione.
La tensione si fa sentire anche in Russia. La crisi è finita anche al centro dell’incontro tra il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed Al Nahyan. Mosca, ieri, si è detta pronta a evacuare, se necessario, il personale dalla centrale nucleare iraniana di Bushehr, la struttura costruita dal Cremlino per Teheran che i russi, così ha sottolineato il numero uno dell’impianto, Alexei Likhachev, considerano come «inviolabile». Arriva invece dal presidente turco Recep Erdogan l’idea di una videoconferenza a tre, allargata a Trump e al suo omologo iraniano, Masoud Pezeshkian, per cercare di risolvere la crisi con le buone.
La Casa Bianca vuole l’azzeramento o la riduzione al minimo del programma di arricchimento dell’uranio iraniano e, dettaglio non secondario, la fine dell’appoggio di Ali Khamenei ai gruppi anti-israeliani della regione. In pratica, vuole finire il lavoro lasciato in sospeso con gli attacchi che, a giugno scorso, portarono alla guerra dei dodici giorni. È a favore di Tel Aviv , ancora, che punta a ottener la riduzione della gittata dei missili, in particolare del vettore ipersonico Fattah che può raggiungere Israele in 400 secondi. Secondo alcuni osservatori, l’ipotesi che Trump possa usare i raid (anche) per dare una spallata al regime non è esclusa. Le proteste si siano esaurite con un numero incerto di morti (la stima di Iran International è di 36.500 persone), ma la polizia continua a effettuare migliaia di arresti al giorno per scoraggiare altre dimostrazioni. Tutti concordano sul fatto che la finestra temporale (e meteorologica) ottimale entro cui agire è strettissima: non durerà più di un paio di giorni.
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