L'accordo di scambio con l'India? L'Ue guarda troppo lontano

Che l’intesa possa aprire spazi interessanti per alcuni esportatori europei è sicuro, ma conviene andare a vedere che cosa ottiene New Delhi da questa intesa. Sarebbe interessante sapere che vantaggi otterrà chi ha ancora l’ardire di produrre in fabbriche italiane scarpe, tessuti, giocattoli o vetro
January 30, 2026
L'accordo di scambio con l'India? L'Ue guarda troppo lontano
Operai cuciono pantaloncini in un'unità di produzione di abbigliamento alla periferia di Ahmedabad, in India /Reuters
Ai giornalisti e ai cittadini che vogliono sapere qualcosa di più sull’accordo di libero scambio con l’India firmato questo martedì, la Commissione europea offre sul suo sito un’invitante sezione “domande e risposte”. Contiene diciotto domande su quella che la presidente Ursula von der Leyen ha definito “la madre di tutte le intese”, ma nemmeno una affronta una questione cruciale: che cosa offriamo all’India? Come farebbe un abile commerciale d’azienda, Bruxelles ha preparato solo materiale sui benefici che l’accordo porterà alle aziende che esportano: propone la scheda “principali vantaggi” ma non quella “principali svantaggi”. A essere generosi si può pensare che a forza di sentire commissari e negoziatori ripetere che è un’intesa “win-win”, in cui non perde nessuno, i funzionari che hanno preparato quelle schede si siano dimenticati che i patti di libero scambio hanno dei pro e dei contro. Con meno benevolenza, si può sospettare che quello che era meglio non dire sia stato tagliato, e quindi ci si accorge di essere davanti a comunicazioni troppo di parte per essere credibili e credute. Arrivassero da qualche governo straniero, non esiteremmo a definirle propaganda.
Che l’intesa possa aprire spazi interessanti per alcuni esportatori europei è sicuro, ma conviene andare a vedere che cosa ottiene New Delhi da questo accordo, partendo magari dalla premessa che già oggi l’India esporta in Europa molto più di quanto importa. Se l’accordo entrerà in vigore saranno azzerati i dazi su merci indiane che fanno il 93% del made in India che arriva all’interno dell’Unione europea. Il grosso del “Made in India” oggi sono carburanti (abbiamo esternalizzato in Asia quasi per intero la filiera della raffinazione petrolifera), macchinari, elettronica, farmaceutica di base, ma anche tessile, calzature, giocattoli, pellame, gioielleria. Giustamente, nella nota che annuncia l’intesa, il ministero del Commercio indiano rivendica di avere ottenuto libero accesso in Europa per settori labour-intensive, cioè capaci di offrire molti posti di lavoro. Nelle sue comunicazioni Bruxelles fa invece sempre riferimento alle imprese, mai a chi ci lavora.
Sarebbe interessante sapere che vantaggi otterrà dal libero scambio con l’India chi ha ancora l’ardire di produrre in fabbriche italiane scarpe, tessuti, giocattoli o vetro. In un mercato reso unico dall’assenza di dazi e tariffe chi vincerà la gara del gres porcellanato tra il distretto di Sassuolo, afflitto da bollette salate, e quello di Morbi, nel Gujarat, che ha un’antica tradizione ma anche, come ricorda sul suo sito un’azienda locale, un «incomparabile supporto dal governo indiano»? E chi ha più chance di migliorare la sua situazione, a cinque o dieci anni dalla firma dell’accordo, tra gli operai di Torino che guadagnano attorno ai 1.500 euro netti al mese e quelli di Bangalore, con stipendi medi sulle 16mila rupie, circa 165 euro? A Bruxelles dovrebbero rispondere anche a queste domande, non solo entusiasmarsi per le (ottimistiche?) prospettive di esportazioni di auto di lusso, vino pregiato e olio d’oliva dop destinate all’emergente classe ricca indiana.
Intimorita dall’aggressività commerciale dell’America di Donald Trump, in difficoltà per la sostanziale stagnazione economica che perdura, la Commissione europea tira dritto sul suo tradizionale approccio mercantilistico. Sembra sprovvista della creatività necessaria a concepire un modello di crescita che non abbia nell’export il suo unico vero motore. Invece bisognerebbe inventarsi qualcosa di diverso. Mario Draghi, che conosce l’economia europea come pochi, lo ha detto con chiarezza nell’analisi sui guai dell’Europa offerta al Cepr nel dicembre del 2024: «In generale, i responsabili politici hanno rivelato una preferenza per una particolare costellazione economica: una basata sullo sfruttamento della domanda estera e sull’esportazione di capitali con bassi livelli salariali. Ma questa costellazione non appare più sostenibile».
L’Europa aveva affidato a Draghi la stesura del rapporto sulla competitività. Doveva essere una guida per rilanciarsi, ma è stata prontamente messa nel cassetto. La Commissione è subito tornata a dannarsi per stringere accordi commerciali con tutti, prima con il Mercosur, ora con l’India, senza badare troppo agli effetti che può avere sulla popolazione la creazione di aree di libero scambio che includono Paesi molto più poveri, più lassisti sulle regole ambientali e meno democratici dei nostri.
L’allargarsi delle diseguaglianze tra chi ha l’impiego giusto in aziende che vivono di vendite all’estero e chi abita i territori lasciati indietro dalla globalizzazione (“i luoghi che non contano”, come li ha magnificamente definiti l’economista spagnolo Andrés Rodríguez-Pose) non è un tema molto popolare negli uffici di Bruxelles. Ma per qualcuno quei luoghi devono necessariamente contare, dal momento che è anche a quei cittadini “scartati” che i parlamentari europei devono chiedere il voto per essere eletti. Non è un caso, allora, che il Parlamento europeo sia oggi il luogo in cui la frenesia commerciale della Commissione trova il suo calmante. È successo dieci giorni fa con il voto che rinvia il patto con Mercosur alla Corte Ue, è possibile che una sorte simile avrà l’intesa con l’India, una volta che i testi concordati dai negoziatori saranno resi pubblici e consegnati a governi e Parlamento per l’approvazione. La globalizzazione, con i suoi vantaggi e svantaggi, da tempo non è molto popolare nel Vecchio Continente, per questo va trattata con molta cautela e senza troppa propaganda.

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