Perché oggi la Shoah ci riguarda ancora più di ieri

Nel tempo dei conflitti e delle semplificazioni, la memoria dell'Olocausto degli ebrei non è rituale né retorica: è un argine civile contro odio, antisemitismo e nuove discriminazioni
January 30, 2026
Perché oggi la Shoah ci riguarda ancora più di ieri
Il Memoriale della Shoah a Milano/ FOTOGRAMMA
In questi giorni ci siamo chiesti se ha ancora senso, oggi, ricordare la deportazione e la distruzione degli ebrei d’Europa avvenute durante la Seconda guerra mondiale. Con preoccupazione e angoscia si assiste infatti alla crescita dei conflitti, ma soprattutto vediamo la normalizzazione dell’uso della forza, l’abitudine alle armi, gli abusi in nome della sicurezza e della «remigrazione», le discriminazioni verso gli «altri», stranieri quindi «nemici» secondo il sillogismo di Primo Levi. Esperienze di ingiustizia e discriminazione sembrano allontanarci da una memoria fondativa della nostra convivenza civile. Eppure, è proprio ora che la memoria della Shoah torna a illuminare la storia e indicare una speranza per il presente. Può sembrare paradossale che da uno degli eventi più bui della storia, una distruzione insensata di vite umane, sia emersa una decisione di riscatto. Dopo la Shoah, il «mai più» dei popoli e delle istituzioni ha avuto un senso. L’Europa ha saputo costruire una casa comune basata sulle idee di uguaglianza e solidarietà. Il mondo ebraico ha partecipato facendo della memoria uno dei fondamenti di questa casa, contribuendo alle lotte contro la discriminazione, la pena di morte, l’apartheid.
La memoria è servita allora e ancora più serve oggi. Certo, non ci si può nascondere che, specie tra i giovani indignati per le violazioni dei diritti dei palestinesi, cresca una disaffezione e uno scetticismo. Si sovrappongono i fatti del presente al passato, e si rischia di vedere le vittime di ieri con le lenti deformate della politica di oggi. Prevale la falsa associazione tra passato e presente, l’idea di colpa collettiva, la confusione tra Governo di Israele e le comunità ebraiche. Come ha affermato il presidente della CEI, l’arcivescovo di Bologna cardinale Zuppi, ci preoccupa lo sviluppo di fenomeni di antisemitismo che non ha giustificazione per i pur drammatici problemi della inaccettabile violenza a Gaza e in Cisgiordania. O, come dice Liliana Segre, «certo che si deve parlare di Gaza (e di tanti altri conflitti), ma non bisogna usare Gaza contro la memoria».
Proprio a questa confusione deve rispondere la memoria di un evento come la Shoah, un progetto intenzionale di distruzione - messo in atto perché nessun ebreo rimanesse sulla faccia della terra - che si può certo paragonare ad altri fatti, ma non equiparare. Non basta dire quindi che la memoria è importante, dato che ci sono molti modi di eludere questo richiamo. Accade quando si trasforma la Giornata della memoria in un obbligo, accompagnato da una retorica roboante, o quando si opera una strumentalizzazione politica, sia identificandola come «di sinistra», sia relativizzandola. Sono molti, infatti, i modi in cui si può distorcere la memoria della Shoah. Finora, l’attenzione si è concentrata soprattutto sul «negazionismo». Non c’è però solo il rischio di cancellare quanto è accaduto, ma anche quello di minimizzare, giustificare, o, appunto, relativizzare.
Rimane invece fondamentale ricordare l’Olocausto alle nuove generazioni, come evento che ha colpito un intero popolo per eliminarlo «in quanto tale», l’intenzione di sterminare che era appunto indicata dalla definizione di genocidio del 1948. Accanto al senso di infinita pietà per quei bambini, uomini, donne, anziani innocenti (ma anche rom, sinti, omosessuali, deportati politici, disabili, minoranze religiose, non in concorrenza tra loro) che sono stati travolti dalla discriminazione prima e dalla deportazione poi, occorre spiegare ai più giovani i processi che hanno reso possibile la Shoah: l’obbedienza passiva a ordini in contrasto con la coscienza morale, fino a compiere violenza nei confronti dei gruppi-bersaglio; gli automatismi della routine da seguire che sembra non implicare decisioni personali (anche i semplici cittadini divennero complici), fino alla disumanizzazione per cui l’altro viene spogliato della sua individualità e ridotto a una «cosa» che si può eliminare. I luoghi storici come il Memoriale della Shoah sotto la Stazione Centrale di Milano, con il «Binario 21», i vagoni e il cupo frastuono dei treni sono un modo per mostrare la complicità di tanta gente «normale» e la possibilità che tali processi si ripetano ancora oggi.
Tali meccanismi, uniti a un’efficace propaganda, hanno trasformato persone comuni in «volenterosi carnefici», in Germania e in Italia (ricordiamo anche le colpe del fascismo per le leggi razziali e la deportazione). Fare memoria significa evitare di distorcere la Shoah e contrastare l’antisemitismo ancora oggi, quando «l’ebreo» diventa bersaglio di un odio antico e minaccioso, quando lo si trasforma in modo mitico in un nemico dominatore e potente, specie sul web, o quando lo si incolpa in modo generico delle responsabilità dei governi. Oggi è necessario un risveglio di coscienza e di responsabilità civile e politica di fronte a questa rinascita drammatica dell’ostilità antiebraica. Se verrà approvata una legge contro questo fenomeno così distruttivo della convivenza democratica, non potrà limitarsi a «vietare» l’antisemitismo. Dovrà contribuire a creare quegli antidoti e quegli anticorpi che trovano nella memoria del passato il loro alimento.

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