Una campagna avvelenata, un furto di democrazia
Il referendum sulla riforma della giustizia avrebbe richiesto spiegazioni chiare e un confronto nel merito. Lo scontro politico si è invece ridotto a slogan e accuse reciproche, togliendo agli elettori lo spazio per una scelta davvero consapevole

Resta un retrogusto amaro pensando al referendum di settimana prossima. Un sentimento di profonda insoddisfazione a prescindere. Assai prima di conoscere il risultato delle urne - quale esso sia - prima ancora di tracciare la croce sul “sì” o sul “no”. Come se in questo periodo mancasse qualcosa di importante, come se qualcuno ci avesse sottratto un bene prezioso. Ecco, sì: è l’impressione di aver subito un furto. Un “furto di democrazia”. Paradossalmente, infatti, proprio nel momento in cui la democrazia vive uno dei suoi momenti più alti – con i cittadini chiamati a esprimersi su una riforma della Costituzione progettata dall’esecutivo e approvata a maggioranza con un testo “blindato” dal Parlamento – il dibattito politico è sceso ai livelli più bassi. A tratti infimi, verrebbe da dire, da una parte e dall’altra. Per non parlare dei gesti violenti nella manifestazione di sabato 14 marzo. Rischiando di togliere al cittadino-elettore perfino il “gusto” di esercitare il voto, che è insieme un’enorme libertà e responsabilità. In tal senso, presentando la riforma, il governo e la maggioranza hanno una grande responsabilità di chiarezza e trasparenza nei confronti dei cittadini tutti.
Il referendum del 22 e 23 marzo, infatti, non è una consultazione qualunque: al centro del voto vi sono norme che incidono sull’assetto di uno dei tre poteri fondamentali dello Stato, quello giudiziario. Di più: ridisegnano la sua architettura, non con legge ordinaria, ma modificando la struttura stessa della nostra Costituzione. È come se venissero “spostati” alcuni pilastri dell’edificio che ospita la Giustizia. Un’opera di ingegneria non facilmente comprensibile dai non addetti ai lavori. E che dunque avrebbe meritato analisi approfondite, spiegazioni semplificate, confronto appassionato, ma nel merito. E invece il clima politico che ha accompagnato la campagna referendaria è subito scaduto nella strumentalizzazione: gli uni ad accomunare chi sceglierà il “sì” ai peggiori malfattori, gli altri a paragonare la magistratura a un plotone d’esecuzione. I toni si sono alzati in maniera parossistica tra accuse reciproche, semplificazioni disarmanti e toni allarmistici.
Il risultato, appunto, è che agli elettori è stato sottratto qualcosa di prezioso: il gusto – e il senso – della scelta. Il referendum è uno strumento prezioso di democrazia diretta da utilizzare con parsimonia per non stravolgerne l’essenza, ma da preservare per la libertà che garantisce. Trasformarlo in un plebiscito pro o contro qualcuno, un potere contro l’altro, significa svilirlo e svuotarlo della sua funzione. In questo senso, la polarizzazione che ha dominato la campagna referendaria si configura come un “furto di democrazia”. Non perché venga negato formalmente il diritto di voto, ma perché viene sottratto lo spazio di una discussione pubblica seria, comprensibile e rispettosa della complessità del tema. I cittadini sono stati trascinati in una disputa che non riguarda più l’autogoverno della magistratura, ma l’eterna contesa tra schieramenti: pro o contro i giudici, pro o contro il governo, pro o contro questo o quel leader. Arrivando perfino a delegittimare la scelta degli elettori: complici di misfatti tanto chi voterà “sì” secondo gli uni quanto chi sceglierà il “no” per gli altri. E tutto ciò, per somma di paradosso, riguardo a una modifica proprio di quella Costituzione repubblicana nata dalla sintesi alta di culture diverse, impegnate in un esercizio di responsabilità collettiva per un bene comune: la ricostruzione democratica del Paese. Oggi, di fronte a una consultazione che tocca proprio quell’equilibrio istituzionale ̶ non intangibile ma da maneggiare con cura ̶ sarebbe stato auspicabile uno spirito simile: meno slogan e più argomenti, meno schieramenti e più spiegazioni, meno tifo e più responsabilità civica.
Noi cittadini-elettori, però, non possiamo arrenderci a questo “furto di democrazia” o, peggio, diventarne noi stessi complici indiretti. Proviamo a sottrarci al baccano della polemica per recuperare il senso autentico della scelta che siamo chiamati a compiere: non votare per o contro qualcuno o qualcosa, ma decidere – nel merito – sulle regole della giustizia e, in definitiva, su un pezzo del nostro patto costituzionale. Il nostro votare sia solo un consapevole “sì, sì; no, no”. Il resto è solo rumore. Ma fa danni.
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