Contratto, paghe più alte e malattia: cosa chiedono i rider in sciopero
Centinaia sono scesi in trenta piazze italiane. Molti lamentano salari da fame, con cui «non si paga l'affitto. Tutti «si sentono schiavi delle piattaforme»

Alle 15 di sabato, il rider Muhammad Majid si è «concesso qualche minuto di riposo» sotto alla tettoia della stazione centrale di Milano, cercando riparo dalla pioggia. Ha posato la bicicletta, si è tolto l’impermeabile targato Deliveroo e ha preso in mano il cellulare al suono della notifica dell’ultimo pranzo consegnato. «Ho incassato 2,50 euro lordi per aver pedalato per quattro chilometri in mezzo a un diluvio – racconta mentre scorre sullo schermo i guadagni della settimana –. Da quattro anni lavoro 12 ore al giorno, a ogni condizione meteorologica, ma non guadagno ancora abbastanza per permettermi un affitto in questa città». Come lui, un’altra decina di ciclofattorini a Milano e qualche centinaio di colleghi in trenta città italiane sabato hanno interrotto le consegne almeno per qualche ora, aderendo allo sciopero indetto da Cgil «per chiedere salari dignitosi, stabilità e diritti concreti». Si è trattato solo di una piccola rappresentanza dei circa 60mila rider di Glovo e Deliveroo che, secondo la procura di Milano, guadagnerebbero salari quattro volte inferiori alla soglia di povertà. Ma i ciclofattorini in piazza ieri – hanno precisato loro stessi – «chiedevano tutele anche per tutti i rider assenti, costretti a non poter interrompere mai il proprio lavoro». Il loro messaggio, perciò, è stato affidato a uno striscione appeso sotto alla pioggia in piazza Duca d’Aosta a Milano: «Anche il rider deve mangiare, non consegniamo per paghe da fame».

Secondo la ricostruzione dei magistrati di Milano, i ciclofattorini in Italia sono di fatto vittime del “caporalato digitale” pianificato dai colossi del food delivery. Lo stato di salute del settore lo ha riassunto sabato, dal presidio di Roma, la segretaria Cgil Francesca Re David: «Hanno turni molto intensi: 6-7 giorni a settimana, per 7-10 ore al giorno e più di otto consegne quotidiane nel 62% dei casi. I compensi medi restano tra i 2 e i 4 euro a consegna, senza riconoscimento delle attese o delle spese sostenute, tanto che oltre la metà dei rider rifiuta consegne a basso prezzo». Per questo, il sindacato ha reclamato l’applicazione del contratto nazionale “Merci e logistica” alla categoria. Ha chiesto, cioè, che i ciclofattorini siano assunti come dipendenti: «L'indagine della procura di Milano ha verificato che questi lavoratori vengono sfruttati approfittando del loro stato di bisogno – ha commentato da Napoli Roberta Turi, segretaria di Nidil Cgil –. Per questo, chiediamo un contratto di lavoro regolare». In altre parole: ferie, malattia, infortuni retribuiti, Tfr, tredicesima e quattordicesima.
Solo l’assunzione e l’aumento dei salari, secondo chi manifestava a Milano, «renderebbero umano il lavoro dei rider». Altrimenti «è schiavismo», commenta Ghasullah Yasiny, originario dell’Afghanistan. Solo qualche mese fa, dopo cinque anni di consegne per Deliveroo, il suo lavoro è stato interrotto da un infortunio: «Con l’aumento del numero di rider che c’è stato negli ultimi anni, sono calate anche le nostre paghe – spiega –. Ma, quando ti fai male, tutto peggiora. Sono rimasto fermo per un mese intero e non sapevo come pagare l’affitto e dare da mangiare ai miei figli». Ma la sua non è una condizione isolata: tutti i rider che scioperavano sabato a Milano hanno subito almeno un incidente. Altri, invece, lamentavano motivi diversi per l’interruzione delle consegne: «Mi hanno bloccato l’account, ma Glovo non mi ha mai spiegato la ragione. Da sette mesi non riesco a lavorare e a guadagnare, ma ho bisogno dei soldi della piattaforma per abitare in città», spiega Ghebrehiwet Cheay, cittadino eritreo che vive in Italia da dieci anni. Le cause che portano al blocco di un account possono essere diverse ma di fatto, secondo i sindacalisti, si tratta sempre di un licenziamento. E spesso di un licenziamento immotivato: «Tutto questo in un contesto in cui il lavoratore non ha a che fare con un datore di lavoro in carne e ossa con cui interfacciarsi – si legge in una nota Cgil – ma con un’applicazione che si basa su sistemi algoritmici e di intelligenza artificiale». Che, non di rado, sospende arbitrariamente i profili dei rider.
Eppure, per molti ciclofattorini con background migratorio, le alternative allo sfruttamento del food delivery restano poche. «Ho tentato di cercare altri lavori inviando il curriculum in moltissime agenzie – spiega Ahmed Masoud, originario del Pakistan, che lavora con Deliveroo da otto anni – ma non si trova niente. Non posso permettermi di restare per molti mesi o, peggio, per anni senza un impiego, altrimenti non rinnovo neppure il permesso di soggiorno». Secondo Cgil, quella di far leva sulle fragilità dei lavoratori (spesso migranti) è una scelta consapevole delle piattaforme: «Pagano solo la prestazione e lasciano tutto quello che non è la consegna sulle spalle dei rider – commenta Valentina Cappelletti, segretaria Cgil Lombardia –. I lavoratori accettano queste condizioni, ma solo perché non hanno alternative».
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