Il paradosso della deterrenza: una pace fondata sulla paura

Una difesa vera, efficace, non è quella che promette punizioni più dure. È quella che da una parte toglie la paura e il potere che questa possiede, dall’altra rende inutile l’aggressione
March 15, 2026
Abbiamo detto che la difesa è legittima, necessaria, connaturata alla vita. Ma esiste un punto preciso in cui la difesa degenera: quando smette di proteggere e pretende di governare l’altro attraverso la paura. Qui nasce la deterrenza, che non è un semplice “non attaccarmi”. Non è una forma più dura di difesa. È un’altra cosa. È una strategia fondata non sulla protezione della vita, ma sulla credibilità della distruzione. Funziona solo se l’altro crede che tu sia davvero disposto a colpire. In altre parole: per garantire la pace, occorre essere pronti a distruggere. Talvolta occorre perfino dimostrarlo. Se vogliamo esercitare un minimo di onestà intellettuale, dobbiamo portare alla luce questa logica, senza attenuarla. Nel Vangelo di questa quarta domenica di Quaresima vediamo quanta fatica fa la verità per affermarsi e Gesù di Nazaret ricorda ai suoi discepoli che il male esiste e con esso dobbiamo fare i conti: «Poi viene la notte, quando nessuno può agire» (Gv 9,4). La deterrenza vive nell’ombra di una minaccia permanente. Chiama sicurezza ciò che in realtà è paura organizzata. Può sembrare realistica, ma il suo paradosso è evidente: la sicurezza si fonda sulla sua negazione. E in un mondo interconnesso questo meccanismo non resta confinato: la paura diventa condizione stabile, regna la schiavitù, l’escalation è inevitabile. Gli esempi non mancano. Nelle relazioni la libertà e la responsabilità si esprimono solo in condizioni paritarie e reciproche. Il timore – di essere giudicati, abbandonati, ahimè puniti o addirittura picchiati – genera l’escalation di denigrazioni, ricatti, minacce, sensi di colpa. Nella gestione dei gruppi, da una classe scolastica a una qualsiasi organizzazione, la leadership autocratica, fondata su minacce e punizioni, inibisce la maturazione dei singoli e il suo crollo lascia il caos.
Nelle società, la torsione antidemocratica inizia proprio attraverso la deterrenza. Negli Stati Uniti, le operazioni dell’ICE – l’agenzia federale che “si occupa” dell’applicazione delle leggi sulla immigrazione – hanno mostrato cosa accade quando la deterrenza entra nella sicurezza interna. Retate spettacolari, arresti sproporzionati, irruzioni nelle abitazioni, umiliazioni, uso della forza diffuso e mediatizzato. Non per proteggere persone in pericolo, ma per mostrare potenza, per dissuadere attraverso il timore. In Minnesota, questa logica ha prodotto senza alcuna giustificazione la morte di persone indifese, proteste crescenti, fratture sociali. Qui la forza non agisce più come polizia – cioè come terza rispetto ai conflitti – ma come milizia. Il messaggio è chiaro: temeteci. Il risultato: erosione della fiducia, radicalizzazione delle tensioni, insicurezza diffusa. È il corto circuito paura–deterrenza–insicurezza. Dire questo non significa negare l’esistenza di minacce reali. Significa riconoscere che quando la difesa si fonda sulla paura, ha già abbandonato la sua funzione vitale. La difesa sa usare i sistemi di allerta, la deterrenza vive di paura e deve continuamente alzare il livello: più mezzi, più armi, più minacce. Ma più cresce la minaccia, più cresce l’instabilità. Esiste un’alternativa reale? Sì, l’alternativa alla deterrenza non è la debolezza, ma l’immunità. Non è un concetto per addetti ai lavori, né una raffinata strategia di sicurezza. È una grammatica della vita che attraversa tutti i livelli dell’esperienza umana, dal corpo alle relazioni, dalle famiglie alle società, fino ai rapporti tra gli Stati. Il corpo umano non si difende minacciando i virus: li rende inefficaci. Non distrugge sé stesso per sopravvivere. Allo stesso modo, non si costruisce una famiglia sulla paura. Una relazione che vive di controllo, ricatto o intimidazione non protegge: soffoca. Una famiglia regge quando sviluppa anticorpi relazionali: parola, ascolto, confini chiari, capacità di attraversare il conflitto senza trasformarlo in dominio. Lo stesso vale per i legami sociali. Una società sicura non è quella che minaccia di più, ma quella che regge meglio. Che assorbe gli urti senza spezzarsi, senza reagire in modo convulso, ma disponendo di istituzioni affidabili, relazioni robuste, coesione civile. Questa è l’immunità sociale. Una difesa vera, efficace, non è quella che promette punizioni più dure. È quella che da una parte toglie la paura e il potere che questa possiede, dall’altra rende inutile l’aggressione. L’immunità è una forza diversa: non cerca lo scontro, ma sa reggerlo; non governa attraverso il timore, ma protegge la vita; non vive di minacce, ma di relazioni stabili. Difendersi immunizzandosi è vivere.
La sfida del nostro tempo è imparare a farlo senza trasformare la difesa in minaccia, sostituendo alla deterrenza un paradigma più maturo, più efficace, più umano: appunto quello dell’immunità. Occorre allora un chiarimento definitivo: la deterrenza non può essere collegata alla difesa. Non è una sua variante più dura, né una sua estensione. La deterrenza è il suo esatto contrario. Per questo la deterrenza è intimamente e indissolubilmente legata al riarmo. Dove c’è deterrenza, la forza non può fermarsi: deve crescere, mostrarsi, superarsi. È una logica che non conosce equilibrio. Non a caso, il passato le ha dato un nome che resta angosciante e preciso: corsa agli armamenti. Non una scelta libera, ma una competizione senza fine, in cui la sicurezza di uno diventa l’insicurezza dell’altro. È esattamente da questa logica che occorre uscire.
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