Quando la difesa diventa minaccia

La forza è una necessità vitale a ogni livello dell’esistenza: personale, relazionale, sociale e internazionale. Ma quando supera la misura, rischia di trasformarsi in violenza. E dominio
March 8, 2026
Quando la difesa diventa minaccia
/Foto Icp
Domenica scorsa abbiamo chiarito un punto decisivo: la forza non è il problema. È energia vitale, necessaria alla vita umana in tutte le sue forme. Senza forza non c’è crescita, non c’è relazione, non c’è società. Il problema nasce quando la forza oltrepassa una soglia, perde la misura e si trasforma in violenza. Riconoscere quel punto di rottura è il primo atto di responsabilità. Rifletterci oggi, terza domenica di Quaresima, in cui Giovanni ci mette davanti all’episodio della Samaritana, ci aiuta a collocare il concetto di forza del Vangelo. Dalla delicatezza del dialogo, intrisa di misericordia, alla scandalosa cacciata dei mercanti dal tempio di Gerusalemme da parte di Gesù di Nazareth, mai la forza è equivocabile: nessuna debolezza davanti all’ingiustizia, nessuna resa o buonismo mistificante. Per indignarsi occorre forza. La forza può degenerare, ma prima di tutto serve a difendere. Uno dei suoi obiettivi, in ogni ambito della vita, è la protezione dall’annientamento. Per questo parlare di difesa non significa giustificare la violenza ma riconoscere una necessità vitale. Difesa sì, dunque. Non solo legittima: necessaria, quindi doverosa.
Necessaria per sé, doverosa verso gli altri, in particolare verso i più deboli e fragili, inevitabilmente esposti al sopruso. Quando la difesa viene meno, non nasce la pace: nasce il dominio del più forte. Dalla violenza ci si deve difendere. Sempre. Difendersi non è un atto di aggressione, ma ciò che impedisce all’aggressione di diventare norma. Lo dicevamo già: difendersi è un atto vitale. Ogni forma di vita, per il solo fatto di esistere, sviluppa una qualche forma di difesa. La cellula, il corpo umano, le relazioni, le società, gli Stati. Senza difesa non c’è vita, ma esposizione permanente alla distruzione. Per questo va detto con chiarezza: il problema del nostro tempo non è la difesa. Il problema nasce quando la difesa smette di essere una forza dedicata alla protezione e diventa minaccia. In tal caso dobbiamo usare altre parole.
Difendere significa custodire. Minacciare significa spostare la fragilità sull’altro. La difesa è una dimensione costitutiva dell’esistenza. A livello personale, la difesa è innanzitutto interiore. È la capacità di riconoscere il pericolo senza esserne travolti, di costruire confini psichici, di sviluppare resilienza emotiva. Come il sistema immunitario: riconosce l’agente esterno e lo neutralizza senza danneggiare l’organismo. Ma quando la difesa perde misura, quando si difende “troppo”, si rivolta contro sé stessa: è la malattia autoimmune, in cui la protezione diventa danno. Lo stesso accade nella vita psichica e relazionale: esiste un eccesso di difesa che non salva, ma irrigidisce e ferisce. Non a caso anche il diritto riconosce l’eccesso di legittima difesa, il punto oltre il quale la protezione si trasforma in colpa.
A livello relazionale, la difesa prende la forma di confini sani. Saper dire no, riconoscere una manipolazione, disinnescare un conflitto prima che degeneri. Qui la forza non è l’attacco, ma la stabilità: l’altro può ferire, ma non ottiene il controllo. La vita non è irenica, e nemmeno la vita spirituale lo è. Non a caso, nella tradizione cristiana, la prima unzione battesimale è per la fortezza: l’energia necessaria alla buona battaglia della crescita, senza cedere alle tentazioni. Preparare alla vita significa abilitare al conflitto, sapendo difendersi. A livello sociale, la difesa coincide con la robustezza del tessuto civile: scuole che funzionano, sanità accessibile, istituzioni affidabili, reti di solidarietà, integrazione, informazione corretta. La violenza perde efficacia perché non trova terreno fragile. A livello internazionale, infine, la difesa riguarda la protezione delle popolazioni, delle infrastrutture, delle risorse vitali e delle istituzioni democratiche. Non solo eserciti, ma sicurezza energetica, idrica e alimentare, digitale e sanitaria. È qui che oggi si gioca la vera sicurezza degli Stati, ben prima e ben oltre il campo di battaglia.
Ed è proprio qui che si apre la questione decisiva, la forza ha un limite: oltrepassato quel confine diventa violenza. Allo stesso modo, anche la difesa conosce una soglia critica. Può trasformarsi in deterrenza diventando un’altra “cosa”, fino a stravolgere la relazione con l’altro. La trasformazione avviene quando la forza, non limitandosi più alla difesa, cioè a proteggere, pretende di governare l’altro attraverso la paura. Non più «io mi difendo», ma «io ti fermo perché tu temi ciò che potrei farti». È questa la logica della deterrenza. La deterrenza consiste nell’approntare una capacità credibile di scoraggiare un’aggressione, facendo sapere che ogni attacco provocherebbe una risposta rapida, coordinata e distruttiva, molto costosa per l’aggressore. Una dissuasione per paura, che attiva e legittima l’altro ad aumentare la propria forza in forma simmetrica. Quando questa logica diventa linguaggio permanente della relazione, non si custodisce più la pace, ma là si tiene in ostaggio. È questo il nodo che resta aperto: come difendersi senza dominare, come scoraggiare senza minacciare, come proteggere senza trasformare la sicurezza in paura. Da qui ripartiremo.

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