I cinque cerchi dell'inclusione, più forti della tregua tradita

I Giochi paralimpici che si sono aperti a Verona ci conducono oltre le guerre, perché sono uno scrigno di storie di resurrezione, di forza, di superamento di ostacoli e di limiti personali, di umanità
March 6, 2026
I cinque cerchi dell'inclusione, più forti della tregua tradita
La cerimonia di apertura dei giochi paralimpici di Milano Cortina 2026, all'Arena di Verona / FOTOGRAMMA
Saranno le Paralimpiadi più belle di sempre, ce lo auguriamo tutti. Ma l’inizio ha lasciato l’amaro in bocca. Lo scenario internazionale di terza guerra mondiale sempre meno a pezzi è arrivato fin dentro l’Arena di Verona. Da oggi al 15 marzo si svolgerà infatti una edizione dei giochi iniziata nel segno della discordia con la cerimonia inaugurale dimezzata e preceduta da polemiche di mesi per la decisione del Comitato paralimpico internazionale di riammettere gli atleti russi e bielorussi. E, in seguito, di farli gareggiare con inni, bandiere e colori nazionali. Per protesta sette nazioni, a partire dall’Ucraina, hanno annunciato il boicottaggio della cerimonia d’apertura. Di conseguenza non si sono ascoltati gli inni nazionali, erano presenti ieri solo 29 nazioni su 55 e non c’è stata neppure la tradizionale sfilata degli atleti con le delegazioni nazionali, sostituiti dai volontari come portabandiera ufficialmente perché gli atleti erano impegnati nelle gare.
Anche il governo italiano si è detto contrario alla decisione del Comitato paralimpico di ammettere a partecipare gli atleti russi e bielorussi esibendo gli emblemi nazionali. Nel frattempo l’Italia, nazione organizzatrice, aveva chiesto alle Nazioni Unite la tregua olimpica, richiesta fatta propria anche da Papa Leone. La tregua è stata dichiarata, ma poi non è stata rispettata. Qualcuno ha fatto perciò notare che, se si chiede di escludere gli atleti russi e bielorussi e di non ammettere le bandiere e gli inni di questi due Paesi, stesso trattamento andrebbe riservato a Stati Uniti e Israele. Se l’Iran non è certo l’Ucraina, sono stati comunque i bombardamenti decisi da Washington e Tel Aviv a colpire per primi violando le regole. Lo ha ammesso in Parlamento lo stesso ministro della difesa italiana italiano Guido Crosetto - che certo non fa parte di un esecutivo e di un partito (Fdi) politicamente contrari alle amministrazioni guidate da Trump e Netanyahu - che si tratta di azioni contrarie al diritto internazionale.
Ieri le agenzie di stampa rilanciavano la notizia dell’unico atleta iraniano iscritto ai giochi di Milano e Cortina che ha dovuto rinunciare a partecipare. Si chiama Aboulfazi Khatibi Mianae, fondista che non ha completato la procedura di iscrizione perché non è stata possibile garantire la sua sicurezza nel tragitto dall’Iran all’Italia, nonostante fossero stati studiati parecchi itinerari. Soffermiamoci un attimo sul dramma di questo atleta, simbolo degli enormi sacrifici che tutti i concorrenti paralimpici hanno dovuto fare per anni per prepararsi a una competizione il cui valore supera quello sportivo e comprende l’inclusione, che caratterizza la magnifiche gesta degli atleti paralimpici ed esalta lo sport nella sua bellezza. Tutto questo è andato in fumo.
Si possono togliere le bandiere da una cerimonia, se queste sono fonte di divisione, ma restiamo convinti che non sia giusto mescolare politica e sport. Il dilemma è vecchio come il mondo, ma se c’è una realtà che deve tenere fuori la guerra e l’odio, è proprio quella sportiva. A maggior ragione è quella paralimpica. Non si tratta di retorica o di buonismo, si tratta di credere o meno nei valori autentici dello sport olimpico, della sua forza di aprire il dialogo e portare sulla strada della pace e della inclusione. Dobbiamo essere capaci di preservare un’isola dove si osservino le tregue, si depongano le armi e ciascuno possa sfilare sopra la bandiera del proprio Paese senza ipocrisie. L’inclusione parte dall’accettazione dell’altro, dal riconoscere l’uguaglianza dei Paesi all’ombra dei cinque cerchi, dal rispetto del valore di un avversario. Nello sport non esistono nemici. Le Paralimpiadi, come e ancor più dei Giochi olimpici, sono uno scrigno di storie di resurrezione, di forza, di superamento di ostacoli e di limiti personali, di umanità. Sanno restituire speranza a chi l’ha perduta per una malattia o un infortunio invalidante. Nei prossimi giorni impareremo a conoscere e entusiasmarci per le imprese di tante persone straordinarie. L’auspicio di tutti è che questi Giochi con i loro valori oscurino finalmente la guerra.

© RIPRODUZIONE RISERVATA